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BettFest 2021. Le sfide presenti e future dell’inclusione digitale

Il superamento del digital divide, le abilità necessarie per usare i dispositivi e il progresso di tutta la comunità educante sono stati al centro del secondo giorno di incontri di BettFest2021.

Inclusione 
15 febbraio di: Redazione
copertina

Uno dei temi cardine di questa edizione di BettFest è stato senza dubbio quello dell’inclusione digitale, intesa come necessità di rendere l’accesso alle risorse tecnologiche molto più facile e immediato per centinaia di migliaia di studenti, ma anche come il bisogno di rendere questi studenti padroni dei device che gli vengono affidati, capaci di leggere il contesto digitale e di essere a loro agio al suo interno.

Per questa ragione molti esperti dell’educazione, docenti, dirigenti scolastici e ricercatori specializzati nell’ambito si sono confrontati in una stimolante tavola rotonda, Improving access and skills for students at all levels, volta a mettere in luce i punti focali dell’inclusione digitale e del suo avvenire. I relatori hanno discusso di metodi per il superamento del digital divide, di best practice e sforzi comuni in contesti sempre diversi.

A moderare l’evento è stata Joysy John, consulente della Foundation for Education Development del Regno Unito, ex direttrice del settore educativo di Nesta ed ex Chief Industry Officer dell’Ada National College per le competenze digitali, che si è dedicata all’istruzione dopo una carriera internazionale nella finanza.

Sotto la sua guida si sono confrontati esperti di strategie di apprendimento in situazioni emergenziali, come Madge Thomas, capo del settore Innovative Finance, Corporate and Philanthropic Partnerships per Education Cannot Wait, una fondazione internazionale dedicata all’istruzione durante le situazioni d’emergenza, nonché avvocata dei diritti umani. Ma anche formatori impegnati nella ricerca sul rapporto fra i singoli studenti e le tecnologie di apprendimento del calibro di Laura Stephens, innovatrice, formatrice e tutor del Barton Peveril Sixth Form College, nonché vincitrice del Pearson Silver Award come miglior innovatrice digitale del 2020. Così come educatori come Chris Dyson, dirigente scolastico della Parklands Primary School, al momento del suo arrivo uno degli istituti più bisognosi d’aiuto di tutto lo stato, oggi un esempio da seguire; e Paul Gardner, referente del corpo insegnanti della Deira International School, candidata all’International School Awards del 2020 per il suo metodo di apprendimento olistico.

Il primo grande tema di discussione è stato quello dei presupposti necessari per assicurare al maggior numero possibile di studenti l’accesso all’istruzione e alle nuove tecnologie, concentrandosi su aspetti pratici, quali la reperibilità fisica dei dispositivi, ma senza trascurare la centralità dell’ambiente di apprendimento e della comunità che deve essere costruita intorno a quest’ultimo.

La mancanza di infrastrutture, connessione, dispositivi è un dato di fatto in moltissime realtà di emergenza nel mondo, come le regioni colpite da catastrofi o i campi di rifugiati, dove i governi spesso negano volutamente l’accesso alla rete. Moltissimi bambini e bambine, dunque erano già stati “buttati fuori” dalla classe tradizionale prima della pandemia. Nondimeno l’esperienza in questi contesti estremi ha permesso di comprendere che non è l’accesso, alla rete o ai dispositivi, in sé e per sé a fare la differenza, quanto la capacità di interagire con tutti gli attori coinvolti per creare un ecosistema di apprendimento. Tale ecosistema, per riuscire a incidere concretamente nel contesto, deve coinvolgere studenti, docenti e famiglie e deve allenare tutti loro all’utilizzo consapevole delle risorse a disposizione, come si evince dall’esperienza di Madge Thomas. Non solo quindi parlare della sicurezza online, ma spiegare come ricaricare il dispositivo e chiedersi come fare arrivare la corrente elettrica nella comunità.

Come ha fatto notare Chris Dyson, infatti, sebbene le risorse fruibili online si siano moltiplicate in modo impressionante durante la pandemia, solo gli studenti con un largo accesso a un dispositivo connesso a Internet sono stati in grado di fruirne. Dall’indagine da lui condotta presso la propria comunità scolastica emerge come solo il 18% delle famiglie possedesse un computer e come ben il 60% dei ragazzi si sia ritrovato a seguire le lezioni attraverso i dati mobili del cellulare dei genitori. In questi contesti inoltre, la mancanza di generi di prima necessità incrementa il divario, mettendo spesso in secondo piano il processo di apprendimento. Per rispondere a queste esigenze è stata messa in campo un’azione combinata della scuola e di altre associazioni per reperire non solo gli strumenti tecnologici, ma anche i generi di prima necessità mancanti.

La centralità del contesto che circonda i discenti non si declina solo nelle caratteristiche “fisiche” e concrete dell’ambiente geografico e sociale, bensì si estrinseca anche nella rilevanza della consapevolezza dei discenti stessi, dell’apporto dei loro pari e dei loro insegnanti all’apprendimento. In altre parole l’autoconsapevolezza e le capacità dei protagonisti dell’apprendimento contribuiscono a modellare il contesto in modo decisivo. Un ruolo centrale hanno infatti le competenze digitali degli utenti stessi, sia dei ragazzi sia degli insegnanti, così come, in entrambi i casi, il ruolo dei loro pari, che possono fornire importanti stimoli di miglioramento e aiuti.

Proprio per non trascurare l’incremento della competenza del singolo utente è necessario non perdere mia di vista i bisogni del singolo studente. Come afferma con decisione Laura Stephens, infatti, spesso diamo per scontato che ogni studente si trovi perfettamente a proprio agio con qualunque tipologia di tecnologia o dispositivo. Tuttavia non dovremmo preoccuparci solo di fargli ottenere le abilità per usare i dispositivi, ma anche di trasmettere tutte le competenze trasversali necessarie sia per le attività in sé sia per padroneggiare la nuova mole di informazioni con cui verranno in contatto. Per mantenere sempre il polso della situazione ed essere in grado di discernere le esigenze individuali si raccomanda di incentivare momenti di confronto e interazioni individuali con meeting one-to-one, specie nel caso di studenti che richiedano un supporto specifico.

Allo stesso tempo, possono essere gli studenti stessi a darci una mano in questo processo di transizione epocale da uno stile di apprendimento all’altro. Alcuni studenti, infatti, si qualificano autonomamente come “esperti” o rappresentanti della tecnologia e svolgono un ruolo cruciale nel proprio gruppo o comunità dando consigli, aiutando e facendo da guida agli altri studenti e qualche volta anche agli insegnanti. Queste dinamiche possono essere sfruttate in modo estremamente proficuo sia per quanto concerne l’apprendimento fra pari, sia per consolidare le competenze trasversali dei nostri studenti. Basarsi sulla conoscenza dei ragazzi, infatti, e metterli al centro, presentandoli come esperti di un tema, aiuta a confermare le loro competenze, aumentando la fiducia in loro stessi e nelle loro capacità digitali.

Oltre a ciò, mettere gli studenti al centro e instaurare un dialogo con loro, permette di creare un canale di comunicazione privilegiato anche per scoprire cosa essi apprezzano maggiormente nell’apprendimento: quando si divertono, quando si appassionano e attraverso quali strumenti tecnologici è più facile per i docenti raggiungere questo obiettivo. Infine è possibile che gli studenti stessi presentino al docente nuove tecnologie e nuovi strumenti con cui sono entrati in contatto, ampliando possibilità e orizzonti didattici.

Ancora una volta, dunque, la chiave per un cambiamento positivo sta nella comunità educante in quanto insieme. Come ha notato Paul Gardner, per assicurare a tutti gli studenti un accesso egualitario a un insegnamento di qualità è necessario costruire legami solidi con tutti i collaboratori, le altre scuole e le famiglie, comunicare in modo semplice ed efficace e ascoltare con attenzione esigenze e bisogni.

La crisi innescata dalla pandemia infatti ha “obbligato” la comunità educante globale a imparare tantissimo, e proprio quelle nuove conoscenze costituiscono la più grande eredità di ciò che è accaduto e una rivalsa sulle circostanze avverse.

Un altro tema fondamentale, infatti, è quello della riflessione su quanto è stato appreso in questi mesi e dell’imperativo che le nuove conoscenze vengano implementate e non abbandonate a crisi finita. Lo scambio fra docenti, formatori, educatori è cruciale sotto questo punto di vista. Non solo è necessario scatenare tutta la nostra creatività per vincere questa sfida, ma anche usare ogni briciola di conoscenza a nostra disposizione, guardando anche agli altri settori e a come hanno gestito i loro problemi. Ma più di ogni altra cosa dobbiamo essere consapevoli che la rivoluzione che ci serve deve partire necessariamente dagli ultimi: gli studenti lasciati indietro, abbandonati, i più bisognosi di strategie, idee e mezzi per imparare. Se c’è una cosa che la pandemia ci ha insegnato è che un pensiero innovativo e audace sarà la condizione irrinunciabile del futuro di tutti noi, ultimi inclusi.