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Biologia della paura: una lezione “spaventosa” per spiegare agli studenti l’origine e i vantaggi di questa importante emozione primaria

Silvia Giordano, docente di matematica e scienze, animatrice digitale e Google Trainer certificata, propone ai docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado una lezione da condividere in classe per far comprendere agli studenti da dove nasce la paura e quali vantaggi può avere nella nostra vita.

Metodologie  Esperienze di insegnamento 
02 novembre di: Silvia Giordano
copertina

Le ragazze e i ragazzi sono spesso attratti dai film dell’orrore e probabilmente, durante la notte di Halloween, hanno partecipato a qualche maratona cinematografica sul tema. E allora perché non cogliere l’occasione per una lezione di didattica eccezionale che parli loro di ciò che davvero li emoziona e li interessa?

Case stregate, videogiochi spaventosi, sport estremi, gare di coraggio... Come mai il nostro cervello è così attratto da tutto questo? E perché proviamo sensazioni legate alla paura anche quando dobbiamo sostenere un esame o, in generale, affrontare qualcosa di importante (per esempio il primo appuntamento con qualcuno che ci piace)? Perché ci batte forte il cuore? Perché ci viene mal di stomaco, ci sudano le mani e sentiamo un urgente bisogno di andare in bagno? Da dove nasce la paura? Questo è un argomento che di solito riesce a coinvolgere anche gli studenti più refrattari.

Discipline coinvolte: biologia, anatomia.

Argomenti di pertinenza: sistema nervoso centrale, amigdala, adrenalina, evoluzione.

Destinatari: classi seconde e terze della scuola secondaria di primo grado, scuola secondaria di secondo grado.

Ecco una lezione sulla paura da proporre in classe e che prevede tre fasi.

Fase 1.Brainstorming sulla paura (tempo previsto: 30 minuti)

Si inizia con il chiedere agli studenti quali film, serie tv, videogiochi preferiscono quando hanno voglia di un po’ di paura, invitandoli a descrivere cosa provano quando li guardano e cos’è che li attira di più. Si raccolgono una serie di ipotesi sul motivo per cui la paura attrae così tanto, provando a descrivere la sintomatologia legata a questa emozione.

Quindi si propone di fare un’ulteriore riflessione: le sensazioni che si provano davanti a un film horror sono le stesse di quando si deve affrontare una verifica o un’interrogazione?

Insieme ai ragazzi si possono elencare i sintomi fisici che si provano quando si è molto ansiosi, fino a scoprire che spesso sono gli stessi in situazioni diverse.

Fase 2. Fisiologia della paura (tempo previsto: 1h e 30 minuti)

La natura, evolutivamente, ha creato la paura con uno scopo ben preciso: aumentare le nostre chance di sopravvivenza. Per far sì che esse siano più elevate, ci ha messo a disposizione tre strategie che ancora oggi utilizziamo quando siamo spaventati, sia a causa di uno zombie che ci insegue sia per via di un’imminente verifica di matematica.

Ci prepara alla fuga: la scarica di adrenalina, noradrenalina e di tutte le catecolamine del circuito “combatti e fuggi” che si scatena quando siamo spaventati manda segnali a tutto il corpo per far sì che questo si prepari alla fuga immediatamente dopo lo stimolo pauroso, sia che esso sia rappresentato da un pericolo reale sia che si tratti di uno zombie dietro uno schermo.

Con la classe si può provare a formulare delle ipotesi sull’utilità dei seguenti effetti fisiologici dell’adrenalina: aumento del battito cardiaco, che pompa più sangue ai muscoli; restringimento dei vasi sanguigni in zone del corpo non direttamente utili alla fuga (ciò spiega il pallore dovuto a una paura intensa), che permette ai muscoli di ricevere un maggior afflusso sanguigno, e quindi una maggiore quantità di ossigeno; restringimento delle pupille e limitazione del campo visivo per far sì che ci focalizziamo meglio sulla fonte del pericolo (che regala però una spiacevole “visione a tunnel”, con perdita della visione periferica che poi ci manda a sbattere contro gli oggetti o a non considerare chi di fianco a noi sta cercando di farci calmare); rilassamento gli sfinteri (quella sensazione improvvisa di dover “liberare gli intestini”), che serve per mantenere tutte le energie disponibili per i muscoli e non tenerle impegnate nei processi digestivi, oltre che per “alleggerire” il corpo sempre in vista di una corsa all’ultimo respiro; inibizione della salivazione (che regala la classica bocca secca e l’incapacità di parlare a chi è terrorizzato da qualcosa, come per esempio un docente che chiama per interrogare!) in quanto parte iniziale del processo digestivo, che sottrarrebbe sangue ai muscoli.

Questa lunga sequenza di reazioni fisiche si attiva anche davanti a pericoli mentali, come una verifica o il primo appuntamento amoroso: il nostro cervello li riconosce infatti come eventi di cui avere paura, e perciò mette in atto dei meccanismi primitivi di reazione, anche se questi sembrano del tutto fuori luogo vista la natura non fisica dello stimolo.

Ci fa memorizzare lo stimolo pauroso o il luogo in cui questo si è verificato: la porzione di cervello che produce la sensazione di paura sembra essere l’amigdala, che però lavora in stretta collaborazione con l’ippocampo, la parte del cervello responsabile del passaggio dei ricordi dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. È per questo motivo che chi ha avuto un incidente stradale spesso ha paura di risalire sulla stessa auto o da adulti abbiamo delle paure irrazionali: magari siamo terrorizzati da una bambola, un pupazzo a forma di pagliaccio o una stanza buia perché da bambini ci siamo spaventati a morte in una situazione che coinvolgeva gli elementi associati a queste paure irrazionali (un adulto che ci ha spaventato, un film dell’orrore visto di nascosto dai genitori e così via). Approfittiamo per spiegare agli studenti che la memoria è potenziata dalle emozioni, e che è per questo motivo che nozioni “noiose” fanno tanta fatica a entrarci in testa!

Spesso attiva una scarica di piacere: infatti il nostro corpo produce, insieme all’adrenalina, anche la dopamina, un neurotrasmettitore che non è solo un antidolorifico naturale (utile, per esempio, se devo scappare da una situazione pericolosa che mi ha causato delle ferite), ma è implicato anche nel processo di apprendimento tramite ricompense. Il nostro corpo ci tiene a “ricompensarci” dello spavento, così come ci premia con le endorfine dopo un grande sforzo fisico.

Ed è da queste sostanze legate al piacere che spesso sono dipendenti le persone che praticano sport estremi, come per esempio il base jumping, l’utilizzo di tute alari o le attività legate alla tauromachia. Non è ancora chiaro quale sia lo scopo di questo meccanismo, ma essendo diffusissimo negli animali, ha sicuramente un qualche vantaggio evolutivo: potreste decidere di formulare delle ipotesi con i vostri studenti a riguardo. Magari qualcuno di loro, in futuro, lo scoprirà!

Fornisce un premio una volta “sopravvissuti” alla paura, come per esempio le endorfine prodotte dopo un grande sforzo fisico. È a questo “premio” che puntiamo quando la sera ci ritroviamo insieme a guardare film horror: la visione di un personaggio diverso da noi in pericolo di vita ci farebbe inconsciamente preparare a una situazione del genere, dandoci il tempo di pensare a come ci comporteremmo noi in quel contesto o facendoci imparare, grazie alle scelte operate dai personaggi nei film, come sopravvivere in caso di pericolo.

Fase 3. Evoluzione umana, empatia e paura (tempo previsto: 30 minuti)

Rispetto alla paura, sarebbe interessante parlare in classe della sindrome di Urbach-Wihete, una malattia genetica molto rara che causa un indurimento e una distruzione di alcune aree cerebrali. In Iowa è stata osservata una donna che, a causa di questa patologia, aveva perso proprio l’amigdala e che quindi, di fronte a stimoli spaventosi, non reagiva né fisicamente né psicologicamente. Non era nemmeno in grado di riconoscere l’emozione della paura nelle espressioni degli altri: il che ci riporta direttamente al concetto di natura sociale dell’uomo e a quello di empatia come una caratteristica evolutivamente importante per la sopravvivenza della specie.

Riconoscere nel volto di un altro essere umano vicino a noi l’espressione della paura è sicuramente uno strumento potentissimo per la sopravvivenza (e un cliché piuttosto comune nelle scene cinematografiche per creare suspense!), sia per l’essere umano sia nel mondo animale. La paura è infatti una di quelle emozioni che ci accompagna da milioni di anni: non a caso l’amigdala fa parte di quel circuito cerebrale, definito a volte come “rettiliano”, che veicola le nostre reazioni più istintive e primitive.

Una curiosità: l’amigdala è una di quelle parti del cervello rapidissime a rielaborare le informazioni (10-12 millisecondi contro i 20 della corteccia cerebrale), il che spiega perché a uno stimolo pauroso (un rumore improvviso, una sagoma sospetta ai bordi del nostro campo visivo) reagiamo quasi anticipatamente, ancora prima di aver preso coscienza di cosa è successo. La corteccia sensoriale infatti, quando riceve uno stimolo, lo manda al talamo (parte del SNC responsabile della risposta agli stimoli sensoriali), ma anche direttamente all’amigdala, bypassando il talamo: in questo modo viene stimolato un processo di reazione velocissimo e inconscio che spesso è del tutto involontario e così rapido da farci “scattare” prima di aver veramente capito cosa sta succedendo (come quando qualcuno ci fa paura di sorpresa), rendendoci quindi quasi impossibile non spaventarci. Questa reazione quasi involontaria, rapidissima e inizialmente inconscia ci ha permesso per milioni di anni di sopravvivere in maniera efficiente ai pericoli improvvisi (un serpente che sbuca dalle foglie, un leone che balza fuori nella savana), poiché dotata di una velocità di reazione molto superiore alla via “conscia”. Ma è anche il prezzo che dobbiamo pagare, oggi, quando non riusciamo a evitare al nostro corpo di sobbalzare e, a volte, persino di urlare di fronte a uno stupido scherzo pauroso in una serata di Halloween!

Sitografia e bibliografia:

Enciclopedia Treccani

R. Inchingolo, Perché ci piace il pericolo. Adrenalina, paura, piacere, Sironi Editore 2013.

R. Adolphs, D. Tranel, H. Damasio, A. Damasio, Impaired recognition of emotion in facial expressions following bilateral damage to the human amygdala, Nature 15 dicembre 1994.