Dire, fare, insegnare
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Didacta 2019: “Questa scuola non fa per me”

Partendo dai dati pesantissimi sull'abbandono scolastico, esamineremo quali punti di debolezza della scuola italiana sono maggiormente evidenziati in un sondaggio tra studenti delle scuola secondaria. Molte esigenze degli studenti sono condivise anche dai docenti.

Problematiche scolastiche 
04 ottobre 2019 di: Maurizio Maglioni
copertina

Stiamo consegnando ai bambini ed ai ragazzi di oggi cose molto diverse da quelle che ci consegnarono i nostri padri: stiamo bruciando risorse che mandano gli ecosistemi al collasso in cambio di uno sviluppo che comunque resta ingiusto, perché lascia ancora sopravvivere circa 3,8 miliardi di persone, la metà degli esseri umani, con meno di 100 euro al mese.

Noi adulti siamo coscienti che abbiamo sbagliato qualcosa ma non sappiamo esattamente cosa. 

E come insegnanti non siamo migliori. Insegniamo in una scuola che è come una catena di montaggio: a gruppi di alunni della stessa età insegniamo le stesse cose, nello stesso tempo, nello stesso luogo, con lo stesso metodo di 100 anni fa. A scuola invece sappiamo cosa è sbagliato ma lo facciamo lo stesso.

C’è chi dice che siamo all'inizio di un’estinzione di massa e che abbiamo rubato la speranza dei ragazzi. E’ proprio difficile pretendere di essere un educatore di fronte ad una ragazza di 16 anni che, parlando all'ONU, dimostra più logica dei governanti.

Questa scuola non fa per me. Hanno cominciato gli studenti a dirlo da molto tempo, poi è stata la volta degli insegnanti che risultano essere la categoria di lavoratori che più di ogni altra produce domande di trasferimento e soffre di burn-out lavorativo. E non scherzano i presidi come la DS di Roma balzata alle cronache per aver dato le dimissioni non sopportando più le critiche di certe mamme “mamme non più giovani, in minigonna e calze a rete”.

Ma chi dice “Questa scuola non fa per me” cosa si aspetta realmente dalla scuola? Insomma, cosa la scuola non fa per noi? Gli alunni spesso lanciano accuse taglienti come:

Gli insegnanti non ci ascoltano, non ci valorizzano, non ci insegnano quello che serve nella vita, non ci incoraggiano, non guardano ai nostri talenti, non usano la tecnologia, ci costringono a stare sempre inchiodati al banco, ci giudicano, ci vietano quasi tutto, ci danno troppi compiti, fanno troppe prediche, insegnano cose noiose in modo noioso, insegnano le cose di settanta anni fa nel modo in cui le insegnavano settanta anni fa. Perfino chi insegna storia si ferma a 70 anni fa!”.

Sono accuse fondate oppure è il disco rotto dello studente nullafacente che aspira al massimo al reddito di cittadinanza? Intanto i 55.000 studenti che abbandonano la scuola ogni anno ne sono convinti. Molti di loro hanno subito due bocciature. Sono gli scartati, gli esclusi, i respinti. Li chiamiamo i NEET. Un acronimo che vuol dire “Neither in Employment nor in Education or Training”. Sono ragazzi che non lavorano e non stanno nemmeno formandosi per un lavoro. Non fanno nulla. Un milione di persone oggi percepisce il reddito di cittadinanza che in media è di 6000€/anno. Sono almeno 6 miliardi di € all’anno che dobbiamo sommare ai mancati introiti per le tasse. Se i NEET lavorassero pagherebbero le tasse ed un milione di persone che paga le tasse porterebbe alla collettività dai 3 ai 6 miliardi/anno. Chi non lavora spesso cade in depressione ed ha meno soldi per la sua salute: una ricerca americana a cura di Henry Levin e altri ha documentato che perfino la speranza di vita per un NEET non diplomato è in media di 6 anni meno di un laureato.

In conclusione, l’incapacità della scuola italiana a creare le condizioni affinché tutti possano ottenere un titolo di studio ci costa almeno 10 miliardi/anno.

Ma molte di queste lamentele sono sulla bocca anche di gran parte degli 8 milioni di studenti italiani e degli 800.000 loro insegnanti. Vediamo questo video: Eccolo 

Si viene a scuola per scrivere, per ascoltare e per fare quello che dicono gli insegnanti!”, ha detto l’incauto insegnante del video. Secondo voi si possono dire certe cose ad un alunno? “Tu vieni a scuola per fare quello che dico io!”. Perché, secondo voi, questo insegnante arriva ad un tale livello di rabbia? Perché non si sente rispettato? E gli studenti si sentono rispettati dagli insegnanti come questo o no? 

Per rispondere senza incertezze, faremo un esperimento con i docenti presenti per verificare se conoscono veramente i loro studenti. Credo che se quel professore di fisica conoscesse i sentimenti dei propri studenti forse imposterebbe la lezione in modo diverso ed i suoi studenti lo rispetterebbero di più. Allora verificheremo cosa sanno veramente gli insegnanti dei propri studenti. 

Proporremo un questionario composto dalle domande prese da un sondaggio eseguito su 1.300 ragazzi delle superiori di tutte le regioni italiane. Vedremo le stesse domande che abbiamo fatto ai ragazzi  e chiederò ai docenti di prevedere le risposte.

La cosa interessante è che gli studenti alla fine desiderano dalla scuola gli stessi cambiamenti che la pedagogia mondiale chiede da decenni: basta con la scuola dell’ascolto passivo! In classe l’insegnante ogni giorno dovrebbe proporre attività nelle quali ogni studente lavora, produce, da solo, in coppia o un gruppo. E queste attività dovrebbero essere interessanti, sfidanti, il più possibile digitali e dovrebbero ricevere un feedback. Riusciremo a fare una scuola così ovunque? Dai 6 ai 19 anni in ogni scuola del mondo?

In fondo anche semplicemente rispondere ad un sondaggio è un’attività che insegna qualcosa. Ma molto di più sarebbe creare un sondaggio. Con Kahoot, il software gratuito più famoso per creare quiz o sondaggi, si può fare molto e guidare gli studenti alla creazione di quiz per verificare le competenze degli altri compagni. Provate ad imparare come funziona Kahoot e tentate con i vostri alunni. I risultati sono entusiasmanti,

Ma questo è solo uno dei 100 modi diversi di fare scuola attiva. Per gli altri 99 occorre formarsi, andare sui siti che offrono formazione e cercare quella più adatta alle proprie esigenze. E speriamo che un giorno lo stipendio di un docente dipenda anche da quanto tempo egli utilizza ogni giorno per imparare metodi nuovi e innovativi per coinvolgere i propri alunni nella passione per la cultura. 

Ma non dimentichiamoci che in Italia il sistema scolastico è, di fatto, un monopolio di Stato. Non c’è vera concorrenza e non c’è competitività. Questo è il vero vulnus! Ma questo è un problema politico. E allora non “questa scuola non fa per me” ma questo immobilismo non fa per me, questa paura non fa per me, questa chiusura al mondo non fa per me.