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Donne e STEM: perché è importante scegliere facoltà scientifiche

Abbiamo seguito per voi la tavola rotonda del Festival di Dea scuola “La scuola è…” dedicata al tema delle donne nelle STEM.

Problematiche scolastiche  Grandi insegnanti 
02 aprile di: Redazione
copertina

Lo scorso 26 marzo, nell’ambito del Festival “La scuola è…” organizzato da De Agostini Scuola, si è tenuta la tavola rotonda “Donne e STEM: perché è importante scegliere facoltà scientifiche” per riflettere sul tema del divario di genere nelle materie STEM. I moderatori: Serena Giacomin, fisica dell’atmosfera, presidente dell’Italian Climate Network, e Luca Perri, astrofisico, noto divulgatore scientifico, hanno dialogato con quattro scienziate, che lavorano in Italia e all’estero, per condividere la loro testimonianza e riflettere insieme sull’importanza dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030: “Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze.”

Le scienziate ospiti dell’incontro sono state: Raffaella Di Micco, a capo del laboratorio di senescenza cellulare all’Istituto Telethon del San Raffaele di Milano dove studia le cellule staminali, in particolare quelle del sangue per sviluppare terapie geniche; Cristina ScIelzo, responsabile del laboratorio di biologia delle cellule B maligne e modellazione 3D dell’ospedale San Raffaele di Milano; Alessandra Sciutti, ricercatrice responsabile del laboratorio di robotica cognitiva e interazione dell’IIT- Istituto Italiano di Tecnologia dove studia come un robot interagisce con un essere umano; Anna Grassellino, ingegnere elettronico, scelta per guidare al Fermilab di Chicago il team che realizzerà il computer quantistico più grande al mondo. Gli interlocutori privilegiati del dialogo invece erano i docenti della scuola secondaria.

Indica la prima persona famosa nella scienza che ti viene in mente è il quesito con cui si è aperta la tavola rotonda per coinvolgere da subito i ragazzi in ascolto e citare una precedente ricerca del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova rivolta a 1300 studenti delle scuole elementari e medie di tutta Italia, ai quali è stato chiesto di rispondere alla stessa domanda con un disegno. Dai risultati è emerso un dato significativo: non solo nel 75% dei casi lo scienziato assomiglia ad Albert Einstein, ma sostanzialmente è quasi sempre un uomo. Inoltre, mentre gli uomini sono rappresentati con un aspetto trasandato, le scienziate donne sono quasi tutte alla moda, bionde e con gli occhi azzurri.

La percezione diffusa è che il genere femminile sia più portato per le materie umanistiche rispetto a quelle scientifiche. Uno stereotipo confermato dai dati e storicamente da uno in particolare: quello sull’assegnazione di premi alle donne. Serena Giacomin e Luca Perri spiegano infatti che da quando è stato istituito il premio Nobel, nel 1901, a oggi, sono stati assegnati in totale 710 premi scientifici di cui solo il 25% a scienziate donne, precisando poi che la discriminazione non è solo questione di numeri. Per esempio nel 1974 l’assegnazione del Premio Nobel per la Chimica a Dorothy Crowfoot è stata così rilanciata dai giornali: “Casalinga di Oxford vince il Nobel”. Allo stesso modo quando nel 1977 Rosalyn Sussman vinse il premio Nobel per la Medicina i giornali titolarono “Cucina, rassetta e vince il Nobel”. Anche Margherita Hack ha avuto le sue difficoltà. Nel ricordare l’astrofisica e divulgatrice presa come modello per la sua attività di inclusione attraverso la divulgazione, Luca Perri racconta come sia stata ostacolata all’interno dell’Osservatorio di Milano solo per il fatto di essere una giovane donna intraprendente.

L’excursus è terminato con un grafico che mostra, infatti, come il problema per le donne non sia assolutamente laurearsi, ma fare carriera e raggiungere ruoli di responsabilità.

A portare la propria testimonianza contro gli stereotipi di genere sono state quattro scienziate italiane di successo che lavorano in Italia e all’estero.

Pur lavorando in ambiti differenti, c’è un denominatore comune negli interventi delle scienziate: l’utilizzo di parole chiave ricorrenti come ispirazione, coraggio, frustrazione e soddisfazione.

Ispirazione che per tutte viene dalla scuola o dalla famiglia. Coraggio di andare avanti nonostante i risultati negativi. La frustrazione di intraprendere un percorso lungo e difficile. La soddisfazione di riuscire a cambiare il corso delle cose.

“Il lavoro del ricercatore è un lavoro non privo di frustrazioni e insoddisfazioni perché dietro ogni esperimento che facciamo non sempre i risultati arrivano o non arrivano nei tempi giusti, per cui la parte più difficile non è solo tenere alta la motivazione del team e andare avanti ma anche cercare di trovare delle strategie alternative che ci permettono in qualche modo di risolvere un problema. Ecco è una parte difficile e sicuramente complessa che però è anche la parte affascinante del nostro lavoro” (Raffaella Di Micco).

“Ci sono stati diversi episodi significativi, però uno in particolare lo voglio raccontare perché può servire per non scoraggiarsi. Quando il mio correlatore di tesi mi disse “forse non è il lavoro che fa per te”. In quel momento potevo andare a casa e disperarmi oppure impegnarmi per dimostrare che non era così; l'ho fatto ed è andata bene” (Cristina Scielzo).

“Gli stereotipi sull’inadeguatezza delle donne che si occupano di scienza vanno abbattuti sin dall’infanzia. Studiando l’interazione uomo-robot ho scoperto che i preconcetti legati al genere vengono estesi persino ai robot femmina” (Alessandra Sciutti).

“Tra le difficoltà che ho affrontato c’è sicuramente il trasferimento negli Stati Uniti, in un contesto culturale diverso e il passaggio dall'Ingegneria alla Fisica. In tutte queste scelte si richiede un grande coraggio ma tornando indietro, non farei nulla di diverso. Nel senso che a ogni passo mi sono arricchita molto” (Anna Grassellino).

“La parte principale, più difficile ma che dà più soddisfazione è seguire il mio team: vedere l'entusiasmo negli occhi dei ragazzi quando le cose funzionano, quando l'esperimento riesce così come ci aspettavamo e vedere che le cose che avevi ipotizzato stanno funzionando. Questo è adesso l'aspetto che mi dà più soddisfazione, oltre ovviamente quando poi i lavori scientifici vengono accettati o il progetto viene finanziato” (Cristina Scielzo).

Un altro aspetto interessante emerso dalle differenti testimonianze è la consapevolezza di come questa pandemia abbia confermato e valorizzato l’importanza della ricerca quale strumento fondamentale per l’avanzamento della società.

Centrale anche il tema del lavoro di gruppo e dell’interdisciplinarietà che per tutte rappresentano una risorsa e un’opportunità, in particolare per i giovani e le professioni del futuro. “Quello che manca oggi sono delle figure che possano capire entrambi i linguaggi: ingegneri biomedici o biologi rivolti a materie più ingegneristiche ecc. Il comunicare tra di noi è complicato perché abbiamo linguaggi diversi. Invito i giovani a fare percorsi di studi a cavallo tra le discipline perché saranno il futuro” (Cristina Scielzo).

La tavola rotonda è terminata riportando la discussione al tema della parità di genere, in particolare si è parlato della presenza attuale di donne nelle rispettive realtà. Sono circa il 50% nel laboratorio di robotica cognitiva dove lavora Sciutti con un impiego quasi paritario di uomini e donne, mentre sono circa l’80% le scienziate nel laboratorio di Scielzo. Un dato che però non deve fare esultare, perché in realtà, come afferma la biologa, “ci sono più spesso uomini a capo dei laboratori… forse perché le donne sono più resistenti alla precarietà”.