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Empatia, inclusione e preadolescenza: una sfida per insegnanti ed educatori

Abbiamo intervistato la professoressa Mariagrazia Contini che ci ha parlato di inclusione ed empatia, con particolare riferimento all'età della preadolescenza.

Inclusione 
25 novembre 2019 di: Redazione
copertina

Presentiamo l’intervista a Mariagrazia Contini, realizzata in occasione del convegno La qualità dell’inclusione scolastica e sociale organizzato dal Centro Studi Erickson a Rimini dal 15 al 17 novembre. Mariagrazia Contini è stata per molti anni professore ordinario di Pedagogia e Filosofia dell’Educazione alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna e docente presso altre Università; è autrice di numerosi volumi e saggi e dal 2017 interviene nella trasmissione televisiva Di martedì condotta da Giovanni Floris con una rubrica sulle emozioni. Ha realizzato due documentari di carattere pedagogico: Corpi bambini, sprechi di infanzie, con Silvia Demozzi, 2013 e Non più/Non ancora. Narrazioni preadolescenti, con Paolo Marzoni e Vito Palmieri, 2018.


Nel suo intervento lei mette insieme inclusione ed empatia: è una sfida molto impegnativa per insegnanti ed educatori/educatrici, non crede?

Sono cresciuta all'interno di una scuola di pensiero (che poi ho io stessa ho cercato di portare avanti) che assegnava centralità alla categoria dell’“inattuale” per la pedagogia. Il mio Maestro, Giovanni M. Bertin diceva molto chiaramente che o la pedagogia pensa e fa pensare in modo critico, eccentrico, divergente rispetto al senso comune più diffuso, allo “spirito del tempo” dominante, oppure l’agire educativo che propone non serve a nulla, riproduce l’esistente, diventa “messa in pratica” dei condizionamenti che gravano sui contesti sociali e culturali. E questo, aggiungo io, è gravissimo proprio perché la nostra deontologia pedagogica ci richiede di “aprire spazi al possibile” per tutti i nostri interlocutori – bambini/e, ragazzi/e, adulti/e – non uno di meno, e in particolare per quelli in situazioni di marginalità e disagio. Perché l’educazione deve favorire, promuovere processi, sempre più autonomi, di emancipazione dalla condizione data, in direzione, appunto, del “possibile” e non del già determinato, imposto da altri.

Tendere all'inclusione e all'empatia (perché si può solo tendere, non presumere di raggiungere una loro piena realizzazione), significa dunque impegnarsi come educatori, educatrici, insegnanti, innanzi tutto a testimoniare una  “resistenza pedagogica” nei confronti del clima sociale di questo momento storico e, nel contempo, a lavorare sui propri schemi cognitivi e dispositivi emozionale, sui propri “occhiali” per poter rivolgere uno sguardo e mettere in campo pratiche che includano le varie diversità e che empatizzino con i loro significati.

Quali caratteristiche del preadolescente lo rendono tanto problematico per insegnanti e genitori?

Fragili e spavaldi: così intitola un bellissimo libro su di loro Pietropolli Charmet, che con preadolescenti e adolescenti ha lavorato da decenni e li conosce bene!

Sono chiusi e scontrosi quanto polemici e chiassosi, raramente risultano simpatici e, soprattutto, creano distanza con gli adulti, genitori e insegnanti in primis, che li percepiscono inaccessibili, arroccati in un mondo che non si lascia raggiungere e che proprio per questo diventa elemento di inquietudine per i genitori e di difficoltà comunicativa per gli insegnanti.

Certo, tutti sappiamo che è un’età complessa, che i cambiamenti somatici, fisiologici e psichici costituiscono un campo di battaglia innanzi tutto per loro, per quei ragazzi e ragazze che per primi stentano a riconoscersi, che non hanno neppure un nome che li definisca – sono pre-adolescenti, sono “non più (piccoli)/non ancora (grandi). Non più/Non ancora. Narrazioni preadolescenti è il titolo del documentario che ho realizzato con Paolo Marzoni e Vito Palmieri e che ho presentato nel Convegno della Erickson.

Lo sappiamo, ma ugualmente ci lasciamo condizionare e allontanare dai loro comportamenti e atteggiamenti respingenti, incapaci di intravedere, dietro di essi, le domande di aiuto che i preadolescenti non sono in grado di esprimere, e incapaci di corrispondervi in termini educativi.

Una volta accertato che li percepiamo come “scomodi” e pur sapendo quanto siano impegnati nella costruzione della loro identità, di un proprio pensiero e di una propria immagine sociale, ci infastidiscono le loro risposte aggressive, le loro polemiche, i loro mutismi e abbiamo due strade: alzare gli occhi al cielo definendo ancora una volta “ingrata” la loro età e frustrante il tentativo di rapportarsi a loro, oppure cercare di cambiare occhiali, di guardarli e ascoltarli approssimandosi alla soglia delle loro personalità in progress con empatia.

Si può realizzare empatia nel contesto scolastico e, se sì, a quali condizioni?

Eccoci al nodo centrale! Sì, credo si possa realizzare empatia nei contesti scolastici a patto di non considerare l’empatia un mettersi nei panni dei bambini o dei preadolescenti, operazione invasiva e presuntuosa: siamo certi di saperci mettere nei nostri panni, prima? E cioè, abbiamo abbastanza consapevolezza dei nostri processi cognitivi ed emozionali, della nostra autobiografia esistenziale, per essere ragionevolmente persuasi di non “prestare” loro nostri vissuti, nostri nodi irrisolti, nostri sogni e desideri?

La tentazione della semplificazione è forte: i bambini, crediamo di poterli comprendere, anche con empatia, perché semplifichiamo e banalizziamo le loro emozioni e non teniamo conto della “adultizzazione” che subiscono in questo nostro tempo per cui hanno accesso alle tecnologie da piccolissimi, hanno un’agenda piena di impegni come un manager, non sono abbastanza contenuti da regole e dai “no che aiutano a crescere” da parte dei genitori, dei familiari, degli adulti in genere. E dunque come pensano e come sentono questi bambini/e che discutono alla pari con gli adulti e faticano a rapportarsi ai coetanei? Su questi temi verte il mio primo documentario, realizzato insieme a Silvia Demozzi, Corpi bambini, sprechi di infanzia che è già gratuitamente accessibile a questo  link. Dei preadolescenti ho già detto. Dunque, prima di tutto non dare per scontata la capacità di empatia negli insegnanti, educatori, educatrici. Occorre formazione, molta e continua. Il mio mantra è: chi cura chi cura?

Empatizzare significa allargare il proprio sguardo, cercare di intravedere l’altra faccia della luna, rendersi disponibili ad aver pazienza, prevedere tempi lunghi, sostare accanto ai bambini/e e preadolescenti e adolescenti accettando di attraversare una fase in cui non si capisce, non si comprende. E non perché loro siano inaccessibili, ma perché noi non siamo ancora in grado di farlo, siamo nella fase dello straniamento, come quando andiamo in Paesi lontani e diversi dal nostro. All'inizio non capiamo nulla, della loro lingua, dei loro sapori e odori, dei loro usi e costumi, ma non è colpa loro, siamo noi che pian piano dobbiamo imparare: ecco, così dovremmo essere davanti ai nostri piccoli/giovani interlocutori. Lavorare a lungo, possibilmente insieme ad altri colleghi (la riflessività di chi educa va costruita e messa alla prova nel confronto e all'interno della reciprocità di feedback) per tendere a comprendere il significato che ha per loro quello che dicono, che tacciono, che fanno che si rifiutano di fare. E  solo da lì partire per educarli all'empatia!