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Il cervello ecologico e la collaborazione: le sfide dell’ambiente educativo

Secondo le più moderne teorie della mente, ci ha spiegato Asteria Bramati, è importante che i ragazzi nel loro percorso educativo imparino a collaborare condividendo idee e intuizioni e ad adattarsi in modo "ecologico" a diversi contesti.

Metodologie  Grandi insegnanti 
27 giugno di: Asteria Bramati
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“Un’innovazione non è mai l’idea di un singolo individuo. Le idee sono fondamentalmente sistemi, reti di altre idee”. Così sostiene Steveson Johnson, uno dei principali teorici dei mass-media americano, che continua: “Le idee nascono dalla connettività e dallo scambio di informazioni e di piccole intuizioni tra le persone”. Anche a scuola, fin dalla prima infanzia, bisogna quindi favorire la nascita di queste “piccole intuizioni” che nascono dalle collaborazione con i pari.

Le più moderne teorie della mente ci insegnano che sono proprio le intuizioni che ci permettono di vivere prendendo le decisioni migliori.Secondo lo scienziato e psicologo Gerd Gigerenzer (Direttore del Max Planck Institute for Human Development di Berlino) bisogna insegnare le basi della psicologia intuitiva, che trovano esplicazione nelle euristiche. Le euristiche (dal greco heurískein “trovare”) sono abilità acquisite dal cervello nel corso dell’evoluzione e utili per la sopravvivenza dell’uomo.

Negli ambienti esposti al pericolo in cui l’homo sapiens ha maturato la trasformazione da preda in predatore, legata all’evoluzione del suo cervello, le decisioni dovevano essere rapide ed efficaci. Ogni decisione che prendiamo ha un enorme costo energetico (i nostri processi mentali sono “dispendiosi”): la nostra mente lo sa e tenta continuamente di ottimizzare il rapporto costi mentali/opportunità. Abbiamo cioè un cervello ecologico, creato dall'evoluzione per adattarsi all’ambiente e che cerca di non incorrere in costi che superino i benefici. Le euristiche che si basano sul pensiero intuitivo soddisfano a pieno questo obiettivo.

I giovani devono quindi imparare a sviluppare la loro “mente ecologica”. Il concetto di cervello ecologico viene bene esplicato da una metafora formulata da Gregory Bateson, antropologo, sociologo e psicologo britannico, e ripresa da James Gibson, psicologo statunitense fautore della teoria ecologica della percezione: “Una mente può comprendere l’uomo che con la sua ascia abbatte un albero. Ma la mente non è solo nell’uomo che abbatte l’albero: la mente è nel circuito che dall’albero va agli organi di senso attraversando il cervello, i muscoli, l’ascia, per poi tornare all’albero, perché ogni colpo con l’ascia deve adattarsi all’effetto sull’albero del colpo precedente”.

Come spiega Silvia Demozzi quindi “solo tramite una mente ecologica la mente stessa smette di essere circoscritta all’interno della sola pelle, ma diviene parte di processi molto più vasti: lo stesso circuito dell’uomo con l’ascia che abbatte l’albero è una sezione di un circuito più ampio della ‘struttura che connette’. Tutto è in connessione: corpo-mente-ambiente come in una rete complessa della realtà. Non a caso Stevenson, sostiene che le stesse idee sono reti”.

L’idea di mente appena descritta è alla base dell’enattivismo, le cui radici pedagogiche possono essere trovate nel pensiero di Wittgenstein e nella riflessione di Maurice Marleau-Ponty, come anche in elementi della psicologia di Jean Piaget e di Lev Vygotsky. Possiamo inoltre trovare similitudini con l’experientalism di George Lakoff e Mark Johnson. Secondo l’enattivismo la cognizione è una ‘conoscenza in azione’: “all doing is knowing and all knowing is doing” (Maturana, Varela).

In particolare, secondo i filosofi Kevin O’Reagan e Alva Noë la mente è costituita dalle contingenze senso-motorie tra il corpo del soggetto e il mondo circostante. Una contingenza senso-motoria è simile al concetto di affordance espresso da Gibson: “Essa è un’occasione di interazione tra il corpo e il mondo circostante. Un esempio banale è quello di una forbice che ha tra le sue contingenze senso-motorie quella di essere presa infilando il pollice e l’indice e agendo in un certo modo”.

Analogamente, a scuola bisogna costruire un sapere costruito dall’interazione tra mente e corpo e ambiente. I giovani devono continuamente adattarsi alle contingenze della sfida educativa posta dall’insegnante, e ciò li pone come soggetti che devono in modo permanente evolversi con l’ambiente. Come le spugne che, tra i primi esseri viventi nella scala dell’evoluzione, hanno dovuto adattarsi all’habitat ed evolversi per riuscire a sopravvivere.

Oltre alle “piccole intuizioni” a scuola serve imparare a collaborare affinché una semplice intuizione diventi qualcosa di più. Dice ancora Johnson: “Il sapere e soprattutto le invenzioni sono qualcosa che ha a che fare con la collaborazione; un’idea ha sempre molti padri”. La comunità della conoscenza si fonda sul fatto che gli uomini, a differenza degli animali, hanno l’intenzionalità condivisa (come sostiene Michael Tomasello, docente di psicologia comparata e dello sviluppo al Max Planck Institute per l'antropologia evoluzionistica di Lipsia): ci piace cioè condividere la nostra conoscenza con gli altri. Se le intuizioni sono un processo mentale fondamentalmente individuale, il pensiero deliberato, su cui si fonda la comunità, è differente in quanto ci permette di connetterci con gli altri. Per gli scienziati cognitivi Steven Sloman e Philip Fernbach “un gruppo di persone non può intuire qualcosa collettivamente, ma, può pensare in modo deliberato collettivamente”.

Ecco perché gli studenti devono comportarsi come le api: devono cioè sapere cogliere le potenzialità, le intuizioni (i “piccoli saperi”) dei loro pari, per lavorare insieme per produrre qualcosa di più grande. Difatti, la conoscenza non è soltanto distribuita e condivisa, ma è soprattutto intenzionale, cioè per essere veramente significativa deve perseguire in modo congiunto un obiettivo comune. Non a caso, Lev Vygoski sostiene che non è la potenza celebrale individuale a distinguere gli esseri umani, bensì il fatto che si può imparare attraverso le altre persone e culture, e che gli individui collaborano tra di loro e si impegnano per attività collettive: proprio come le api.

Le api sono “insieme” e non individui. Fuori dalla comunità non possono vivere. (Mario Rigoni Stern)

Bibliografia

  • “Le idee sono reti”, intervista rilasciata da Steven Johnson il 21/12/2014
  • S. Demozzi, Forma e Sostanza. Brevi cenni di “epistemologia batesoniana”, in Ricerche di Pedagogia e Didattica – Journal of Theories and Research in Education 7, 1 (2012)
  • D. Franzoso, “Apprendimento e approccio Ecologico, la teoria dello sviluppo di Bronfenbrenner”, giugno 2020, www.ideacalcio.net
  • J. Gibson, L'approccio ecologico della percezione, Mimesis, 2014
  • H. Maturana, F. Varela, Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding, Shambhala, 1992
  • S. Sloman, P. Fernbach, L’illusione della conoscenza, Raffaello Cortina, 2017