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Il cyberbullismo verso il docente. Inquadramento giuridico della fattispecie

È disponibile dal 10 novembre l’ultimo appuntamento del ciclo di webinar promosso da Gruppo Editoriale La Scuola SEI in collaborazione con Dire, fare, insegnare.

Metodologie 
12 novembre di: Redazione
copertina

La videolezione “Il cyberbullismo verso il docente. Inquadramento giuridico della fattispecie” tenuta dall’avvocato Silvia Zuanon ha affrontato il tema del cyberbullismo da una prospettiva inusuale: quella del docente e del personale scolastico.

Per dare un’idea precisa e concreta di quali siano le dinamiche legali e gli atteggiamenti da acquisire, la videolezione ha prima tracciato un quadro dettagliato delle norme giuridiche italiane e della prassi in uso. La definizione di cyberbullismo, infatti, è entrata esplicitamente nel nostro ordinamento solo dal 2017, ha suscitando un grande dibattito fra gli addetti ai lavori, in quanto considerata insufficiente ad arginare il fenomeno.

L’art. 1, comma 2 della legge 71/2017 definisce il cyberbullismo come: «qualsiasi forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d'identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali di minorenni, realizzata per via telematica» nonché «la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo».

Il testo della legge circoscrive il suo ambito di applicazione solo ai minorenni e soprattutto enuncia una serie di condotte già presenti nel nostro ordinamento: l’aggressione, la diffamazione, il furto d’identità, e le altre condotte illecite, infatti, si configurano come reati a prescindere da questa legge. La definizione dunque non identifica una nuova fattispecie di reato, bensì inserisce all’interno di questo reato altre condotte già considerate illecite. È per questo motivo che nel 2019 era stata avanzata un’altra proposta di legge che richiedeva di modificare l’articolo 612 bis del Codice Penale che punisce gli atti persecutori (ossia lo stalking), per includere nella punibilità del reato anche chi costringe la vittima a trovarsi "in una condizione di emarginazione"; aggiungere un’aggravante nel caso in cui gli atti persecutori fossero compiuti da più persone; e confiscare eventuali mezzi informatici o telematici attraverso cui si compie il fatto.L’obiettivo di tali modifiche era quello di introdurre delle condotte direttamente riconducibili ai fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, per farle rientrare in una copertura penalistica ad hoc, dal momento che spesso le azioni del bullo o del cyberbullo non rientrano perfettamente nelle norme previste.

Nella pratica quindi la legge 71 del 2017 non introduce un vero reato di cyberbullismo, pertanto le lacune di tale norma comportano una mancanza di tutela per la persona offesa, minorenne o maggiorenne, che può avvalersi solo degli strumenti di tutela tradizionali, spesso insufficienti.

Gli strumenti tradizionali di tutela, previsti dall’ordinamento italiano, sono di due tipi: la tutela penale, volta ad attivare la pretesa punitiva dello Stato, e la tutale civile, che invece ha l’obiettivo di risarcire la vittima di un danno. La differenza fondamentale quindi sta nel diverso obiettivo delle due tutele.

In particolare per comprendere la natura della tutela penale occorre soffermarsi sul concetto di responsabilità penale. La responsabilità penale è la condizione di chi deve rispondere di comportamenti penalmente rilevanti (reati) ed è sempre personale; pertanto nel caso del bullismo e del cyberbullismo in linea di principio si applica anche al minore. Tuttavia il minore non è sempre punibile, poiché secondo il codice penale non può essere punito un soggetto che non era imputabile quando ha commesso il fatto e, nello specifico, si considera imputabile solo chi è capace di intendere e di volere, ossia consapevole delle proprie azioni. Tale condizione tuttavia non si applica in nessun caso ai minori sotto i 14 anni, che vengono sempre considerati incapaci di intendere e di volere, e si applica solo dopo un accertamento caso per caso ai minori fra i 14 e i 18 anni. Se tendenzialmente un minore non è ritenuto imputabile e non può essere sottoposto a una pena, può comunque essere sottoposto a misure di sicurezza qualora lo si ritenga pericoloso a livello sociale.

Un altro punto fondamentale per comprendere il quadro giuridico del bullismo e del cyberbullismo è costituito dalla differenza fra i reati perseguibili d’ufficio e i reati perseguibili a querela di parte. I primi sono reati perseguibili dallo stato a prescindere dall’attivazione della pretesa punitiva del cittadino, vale a dire che non appena il pubblico ministero ha notizia di questi reati si attivano automaticamente le indagini preliminari; i secondi invece sono soggetti a una condizione di procedibilità, ossia deve essere fatta una querela affinché si attivi l’indagine. Tuttavia nel secondo caso esiste un limite temporale di 3 mesi entro cui si può sporgere querela, ed è proprio questo il caso del cyberbullismo, per questo è fondamentale che la persona offesa sia consapevole del termine legale per far valere i suoi diritti.

A questo proposito è utile tenere a mente la differenza fra una querela e una denuncia: la prima deve provenire necessariamente dalla persona offesa ed è la manifestazione della sua volontà che si proceda per uno specifico reato e che venga punito l’autore dello stesso; la seconda invece può provenire da qualunque cittadino e coincide con la notizia che è stato commesso un reato. Nell’ambito del bullismo e del cyberbullismo ci sono molti casi limite in cui si passa da in cui si passa da un ambito all’altro, specialmente quando sono coinvolti minori.

Nella pratica quindi le conseguenze per i minori ritenuti responsabili sono diverse a seconda dell’età: sotto i 14 anni il minore non è imputabile e solo nel caso in cui venga riconosciuto come socialmente pericoloso vengono messe in atto misure di sorveglianza; sopra i 14 anni invece, se si dimostra la capacità di intendere e di volere, il minore può essere processato e condannato.

Tutte queste circostanze fanno sì che spesso la tutela penale lasci insoddisfatta la persona offesa e per questo motivo comunemente si ritiene più efficace ricorrere alla tutela civile, che ha uno scopo diverso ed è forse lo strumento più adatto.

La tutela civile, infatti, si basa sulla responsabilità civile, ossia la condizione di chi deve rispondere della violazione di norme del diritto privato, la cui conseguenza è il risarcimento del danno. Alla base di tale responsabilità sta l’illecito civile, definito come: “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

Anche in questo caso la condizione del minore è particolare poiché non risponde del danno chi non è considerato capace di intendere e di volere, tuttavia nel caso del processo civile è sempre il giudice a valutare caso per caso, quindi il minore può essere ritenuto responsabile del fatto. Nondimeno risulta chiaro che quasi sempre il minore non dispone di un patrimonio proprio con cui risarcire il danno: per questo la legge prevede la responsabilità del genitore.

La responsabilità del genitore è definita così (art. 2048 c.c.): “Il padre e la madre (o il tutore) sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori che abitano con essi. Essi sono liberati dalla responsabilità solo se provano di non aver potuto impedire il fatto.”

In particolare il concetto di abitazione non riguarda solo la dimora fisica del minore ma è stato esteso alle abitazioni di entrambi i genitori, che quindi condividono sempre la responsabilità; analogamente il “non aver potuto impedire il fatto” non si applica solo alle circostanze contingenti dell’illecito, anzi, per esimersi dalla responsabilità civile, i genitori devono fornire la cosiddetta prova liberatoria, che riassume in sé molti elementi complessi. In primo luogo dunque si deve dimostrare la validità dell’intero sistema educativo messo in atto dal genitore; in secondo luogo la prova è svincolata da qualsiasi circostanza come l’età o le esperienze del minore e dipende dalle modalità stesse del fatto illecito.

I genitori dunque dovrebbero dimostrare di aver creato un sistema educativo valido e di aver vigilato sul minore, cosa che nel caso specifico significa anche dimostrare di aver impartito insegnamenti validi su come relazionarsi con gli altri anche attraverso mezzi informatici e di aver vigilato sull’uso di tali strumenti.

In sostanza la responsabilità del genitore si somma a quella del minore ritenuto capace di intendere e di volere, rendendo i due soggetti obbligati solidalmente: di conseguenza la persona offesa può esigere il risarcimento sia dal minore sia dal genitore.

In aggiunta a tutto ciò è essenziale ricordare che la responsabilità del genitore non esclude quella dell’insegnante, il quale è tenuto in ogni caso a vigilare sul minore.

Qualora il minore fosse ritenuto incapace di intendere e di volere, invece, la responsabilità ricade sul genitore o sul tutore legale che deve occuparsi di risarcire il danno. Tuttavia se la persona responsabile del minore non ha la solvibilità necessaria a risarcire il danno il giudice può disporre il pagamento di un’equa indennità, ossia una somma “simbolica”. In questo caso inoltre le modalità della prova liberatoria si modificano: il genitore o tutore deve di mostrare di non aver creato o lasciato permanere la situazione di pericolo; dimostrare che l’evento si sarebbe comunque verificato anche se avesse esercitato la sorveglianza; oppure dimostrare il legittimo impedimento.

In breve: se il minore è capace di intendere e di volere la responsabilità è autonoma, se non lo è la responsabilità è di chi è tenuto a sorvegliarlo.

La videolezione termina con un vademecum di consigli pratici per tutti coloro che potrebbero ritrovarsi ina situazione simile a quelle descritte. In primo luogo si deve sempre ricordare che il docente può sempre agire sulla prevenzione e chiarire a priori ai propri studenti quali siano le conseguenze, online e offline, delle loro azioni e quali responsabilità ne derivino. In secondo luogo è consigliabile evitare di diffondere i propri contatti personali e social, poiché potrebbe far sentire i ragazzi autorizzati a tenere un atteggiamento informale e scavalcare i limiti tradizionali. Nondimeno nel caso in cui si ricevano post, mail o messaggi molesti si deve sempre salvare la conversazione, la cronologia o la schermata e non rispondere ai messaggi, che comunque possono costituire prove dell’offesa ricevuta; qualora i messaggi continuino è possibile bloccare gli utenti ed eliminare i post offensivi, ma nel caso in cui le molestie proseguano è possibile rivolgersi al dirigente scolastico o, nei casi più gravi, a un legale. In ultima istanza è fondamentale ricordare che qualsiasi danno si ritiene di aver subito dovrà essere provato in un contenzioso.

In conclusione dunque emerge chiaramente come la consapevolezza delle norme in vigore, delle loro limitazioni e modalità di applicazione, sia uno strumento fondamentale per reagire e difendersi in situazioni come quelle descritte in precedenza; ma anche come gli strumenti digitali, il loro utilizzo e l’educazione a tale utilizzo siano ormai parti integranti della formazione personale e umana dell’individuo.