Dire, fare, insegnare
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Inclusione e personalizzazione durante la didattica a distanza

Eva Pigliapoco, insegnante della scuola primaria, ci racconta quali strumenti ha utilizzato per far fronte alla didattica a distanza e, in particolare, perché ha messo in piedi l'attività delle bustine.

Esperienze di insegnamento 
23 giugno di: Eva Pigliapoco
copertina

Eva Pigliapoco è un'insegnante della scuola primaria oltre che autrice di libri di testo, software, giochi e learning designer. In questa intervista ci ha raccontato come ha affrontato quest'anno scolastico così complicato, soprattutto per i bambini più piccoli. Tutte le sue scelte didattiche sono portate avanti in team con Ivan Sciapeconi, collega della porta a fianco, partner lavorativo da sempre e compagno di vita.

Quali strumenti ha utilizzato per far fronte alla didattica a distanza con i suoi bambini? 

Nell’affrontare la didattica a distanza abbiamo cercato, fin da subito, di capire anzitutto i bisogni dei bambini e delle bambine: dall’altra parte degli schermi, fisicamente, ma in qualche modo persino più “vicini”. Infatti, la distanza ha reso trasparenti le case, ci ha fatto conoscere molto da vicino le situazioni familiari e i contesti di vita dei nostri alunni e delle nostre alunne. E conseguentemente ci ha imposto di rivedere le nostre “mappe” dei bisogni educativi speciali.

Alcuni bambini e bambine che in classe non mostravano particolari fragilità in questa situazione hanno avuto bisogno di una attenzione particolare. Sto parlando per esempio dei figli unici, per i quali tante settimane in casa hanno significato anche solitudine. Sto parlando di bambini e bambine che vivono in case senza libri, per esempio, per i quali è stato necessario trovare forme compensative di supporto. Al contrario, è capitato anche che alcuni alunni e alunne, per quali si lavora con un piano educativo individualizzato o un piano didattico personalizzato, si siano trovati in condizioni di forte sostegno familiare.

Insomma, ovviamente è cambiata la situazione di partenza, e con essa la valutazione del percorso da compiere e dei mezzi necessari per farlo.Punti fermi della progettazione sono stati in ogni caso gli stessi che ci guidano anche in presenza: l’inclusione e la personalizzazione, l’attivazione creativa, la vicinanza. Per favorire l’inclusione, abbiamo scelto di utilizzare applicazioni facilmente leggibili e gestibili anche con i telefonini, in modo da garantire a tutti l’accesso alle proposte. Come esempi cito wakelet, emaze, mail, meet, padlet

Da un punto di vista dei contenuti, invece, abbiamo scelto di fornire tante strade per arrivare a realizzare gli stessi artefatti finali, analogici o digitali: testi scritti, immagini, video, audio, presentazioni multimediali.Personalizzare i percorsi per noi vuol dire fornire ricchezza di materiali e lasciare che ogni bambino possa scegliere quelli a lui accessibili. Su questo aspetto entra in gioco la professionalità dei docenti, che devono trovare il modo per spingere tutti nella zona di sviluppo prossimale, anche a distanza: è una questione di “equilibri”. Da un lato suggerire le piste che si valutano adeguate, dall’altro lasciare autonomia nella scelta. È dal confronto tra queste due pratiche che, con sguardo attento, si riesce a comprendere il livello di autopercezione dei nostri alunni e a compiere le nostre osservazioni sistematiche per adattare in itinere le proposte. È la valutazione che ci piace, quella davvero formativa.

Quanto all’attivazione creativa, abbiamo continuato a proporre delle sfide, le chiamiamo così: sono dei compiti autentici, dei compiti di realtà, che necessitano di “fare”: fare esperienze, fare ricerche, fare giochi, fare domande, fare opere, che chiamiamo artefatti. Analogici. Poi a renderli digitali ci pensiamo noi. Sono piccoli, i nostri alunni: siamo in prima. Poi la sfida più difficile per noi: come restare vicini a distanza.Abbiamo messo in campo diverse soluzioni: 

  • invio di videosaluti dei docenti alla classe e anche ai singoli bambini;
  • richiesta di invio di saluti tra bambini e bambine;
  • incontri in videoconferenza: di classe, a gruppi e individuali, a seconda delle diverse fasi del lavoro;
  • condivisione dei lavori su una bacheca condivisa, che poi è stata utilizzata come “zona franca”, per postare anche foto e video di come passano il tempo e dei loro giochi;
  • realizzazione di prodotti digitali di classe, da parte dei docenti, in modo da mettere insieme i lavori di tutti e continuare a sentirsi “classe”;
  • giochi collaborativi, come il riconoscimento delle voci dei compagni e delle compagne;
  • corrispondenza fitta.

Abbiamo cercato, in sintesi, di sfruttare tutte le risorse e tutti gli strumenti più adatti alla nostra fascia d’età, cercando anche soluzioni tecnologicamente semplici, per non mettere in difficoltà nessuna famiglia.

In cosa consiste l'attività delle bustine? 

Abbiamo scelto di lanciare le nostre sfide con delle bustine settimanali. Ogni lunedì mattina è arrivata una bustina via mail e via WhatsApp a tutti i bambini e a tutte le bambine, con il percorso, diviso in step di lavoro, da seguire per arrivare a realizzare l’artefatto finale, da consegnare entro la domenica.In questo modo lasciamo libera la gestione dei tempi di lavoro, dato che in ogni famiglia le situazioni sono diverse e, per la nostra fascia d’età in particolare, il livello di autonomia degli alunni è ancora scarso.Ogni bustina contiene dunque i diversi step di lavoro, che possono essere la visione di un video, la lettura di un testo, un gioco di orientamento, la scrittura del proprio punto di vista, la conoscenza di parole nuove, ecc…, fino alla spiegazione della sfida finale. 

Nella bustina c’è anche una valigetta personalizzata, una cartella drive in cui ciascuno trova delle schede e delle attività “su misura”: qualcuno in stampato maiuscolo, qualcuno in stampato minuscolo, qualcuno per allenarsi con il corsivo, altri per potenziare le sillabe, qualcuno per ragionare sulle azioni e così via. 

Infine, non meno importante, nella bustina c’è un diario di bordo: un modulo google da compilare, a scelta, ogni giorno o alla fine della settimana, per fare il punto sul lavoro svolto: come è andata, se è stato facile o difficile, divertente o noioso, se è stato svolto da soli o con l’aiuto di qualcuno, se ci sono osservazioni da aggiungere.

In quale modo si può aumentare la motivazione degli alunni della scuola primaria per i quali la didattica a distanza è molto difficile? 

Le strategie che abbiamo messo in campo sono tre.

  1. La scelta della sfida e la possibilità di soluzioni aperte, creative. Una sfida è tale quando è motivante, per definizione. Il primo obiettivo quindi è stato cercare di capire come stuzzicare il loro entusiasmo: con proposte accattivanti, facendo leva sui diversi potenziali di sviluppo, lasciando diverse opzioni di percorso e risolutive. I compiti che lasciano poco spazio alla scelta individuale e al pensiero creativo, infatti, sono percepiti come allenamenti ripetitivi. A distanza diventa difficile sostenere la fatica dell’allenamento, se non si vedono chiaramente gli obiettivi sfidanti dati dalla realizzazione di qualcosa di significativo per sé e per gli altri. 
  2. Il feedback: abbiamo sempre cercato di continuare a dare feedback, via mail, sulla bacheca condivisa, anche via WhatsApp o al telefono, quando necessario. Feedback sui prodotti del loro lavoro, certo, ma soprattutto feedback affettivi, necessari per sostenere la motivazione. 
  3. Destinatari veri. Non si lavora per i maestri, ma per pubblicare il proprio artefatto e renderlo visibile a tutti, anche ai nonni lontani, per esempio. Un esempio: è capitato realmente che un bambino non aveva consegnato il proprio lavoro. Quando poi ha visto il prodotto finito, di classe, pubblicato online e circolare tra amici e parenti, senza il proprio contributo, ha chiesto di poter rimediare inviandolo in ritardo. Ovviamente, anche la flessibilità nel gestire tempi diversi fa parte delle strategie inclusive che possiamo mettere in atto.

Quali sono stati i momenti più significativi della sua esperienza di maestra, che hanno segnato il suo percorso e le hanno dato ispirazione per i suoi progetti? 

Una domanda difficilissima. A scuola, in fondo, tutti i giorni sono significativi. Ma se devo cercare dei momenti più significativi di altri, probabilmente penso ad alcuni sorrisi: a quello di una bambina filippina che a 6 anni arriva in Italia, entra a scuola senza nemmeno una parola con cui presentarsi e capire il mondo intorno, con due fratellini più piccoli da accudire a casa, quando la mamma va a fare le pulizie nelle case altrui. Quella bambina, oggi, va al liceo. E non ha mai smesso di farmi sapere come vanno le cose, quelle belle fatte di successi scolastici, e quelle brutte di quando si scoraggia perché si sente sempre fuori luogo, fuori contesto, in mezzo a coetanei da settimana bianca. Penso al sorriso che non c’era, quello di un bambino marocchino di 8 anni, arrivato in Italia con un barcone. Lui, la mamma e il fratellino, clandestini. Giorni difficili, quelli passati ad aiutarli. Ma oggi lui è a Londra, va all’Università. E la mamma, con un grande sorriso, mi ha detto che se questo succede è perché è successo che qualcuno ha creduto in lui, quando aveva otto anni. Ne ho tanti tanti, di sorrisi che hanno dato senso al mio lavoro. Per fortuna. Se ci penso bene, è questo il senso del mio lavoro: dare un motivo per sorridere