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L’Esame di Stato: riflessioni per i prof che si sentono sotto esame all’Esame

Abituati a pensare che gli studenti temano l’Esame, spesso non consideriamo le paure dei prof. Eppure, ammettere i nostri dubbi e prenderci cura della nostra serenità può fare la differenza.

Secondaria  Grandi insegnanti 
28 maggio di: Eleonora Orsi
copertina

L’Esame di Stato fa paura ai prof. Bene, l’ho detto.

Con la pagina bianca davanti, mi sono chiesta a lungo come iniziare una riflessione sulla cosiddetta maturità che, per essere un evento tutto sommato circoscritto nel tempo, ha il dono di fornire innumerevoli spunti di discussione. Da semplice insegnante quale sono, amante della concretezza quotidiana, ho pensato di poter dire qualcosa di utile svelando un segreto che alcuni insegnanti non ammettono, e che chi è esterno alla scuola, forse, non conosce.

Molti insegnanti – certo, non tutti – hanno paura dell’Esame di Stato. O perlomeno si sentono scomodi, come se, ad essere sottoposti a un esame cruciale, fossero loro e non gli studenti. Triggerati, direbbero i nostri adolescenti, perché la maturità ci porta fuori dalle solite aule scolastiche e ci sottrae il primato di unici adulti tra una folla di giovanissimi: d’un tratto ci confrontiamo con altri professionisti e ci misuriamo con l’occasione istituzionale, pronta a risvegliare insicurezze e dubbi sui docenti che siamo. Ci pare, in qualche modo, che tutti si aspettino qualcosa da noi: i nostri studenti, timorosi, che confidano negli strumenti da noi forniti; i colleghi delle commissioni, che ci studiano e cercano di indovinare, in pochi attimi, il nostro stile di insegnamento.

Come fare, allora, a vivere serenamente un evento così importante, destinato a entrare nella memoria dei candidati e a essere raccontato, negli anni, alle cene tra vecchi compagni di classe?

Ho pensato a una piccola lista di suggerimenti e promemoria, che possano aiutarci a respirare – e, perché no, a godere – anche da metà giugno a metà luglio.

  • Se la nostra materia è affidata a un commissario esterno, ricordiamoci che ad essere sotto esame non siamo noi e scegliamo di avere fiducia nel professionista che valuterà “i nostri ragazzi”: pensiamo che non criticherà il nostro programma svolto, che non lo giudicherà troppo scarno o troppo ambizioso, che avrà rispetto e curiosità per le scelte che abbiamo fatto e che incoraggerà gli studenti a raccontarle come sanno fare. Possiamo esserne certi? No, ma temere il giudizio di uno sconosciuto non gioverebbe a nessuno. Ciò che possiamo mettere in pratica, da parte nostra, è coltivare una mentalità solidale tra colleghi, in nome della libertà di insegnamento. Forti delle scelte didattiche che abbiamo operato.
  • Per lo stesso motivo proviamo, noi per primi, a non giudicare gli insegnanti con cui ci troviamo a lavorare in quelle settimane salienti. A meno che non ci accada di assistere a gravi ingiustizie, ovviamente.
  • Nelle ultime settimane di scuola, non facciamoci prendere dalla smania di dimostrare qualcosa. Correre a spiegare una cascata di ultimi argomenti frettolosamente, solo per poter dire: «Lo abbiamo affrontato in classe»; innervosirci più del solito con gli studenti, diventando intolleranti alle “perdite di tempo” perché sentiamo di dover recuperare qualche mancanza; modificare le nostre abitudini valutative per paura di essere sempre stati troppo generosi, schiavi della domanda: «E se fa una figuraccia all’esame e sembra che io abbia assegnato voti a caso?» … Sono tutte tentazioni umanissime, ma che rischiano di rovinare gli ultimi giorni della quinta. Se davvero ci rendiamo conto di avere sbagliato qualcosa, piuttosto facciamone tesoro per il prossimo anno: per ora, facciamo in modo che a rimetterci non siano i nostri studenti, in termini di ansia a pressione.
  • In sede d’esame, soprattutto durante il colloquio orale, proiettiamo occhi, orecchie, mente e cuore tutti verso i candidati. Quello è il loro momento e noi siamo lì per valorizzarli. Ricordiamoci di guardarli negli occhi quando varcano la soglia: è un piccolo gesto che rischiamo di dimenticare verso la fine della mattinata, quando ci sentiamo stanchi, accaldati, magari stiamo ancora pensando al colloquio precedente o rimuginiamo su un confronto acceso appena avuto con i colleghi e il presidente di commissione… Non perdiamo l’attenzione per i ragazzi. Ascoltiamoli davvero e proviamo a comunicare accoglienza: facciamoli sentire visti. Se dicono qualche sciocchezza – e ne diranno – non lasciamoci scappare facce scandalizzate o sguardi complici, un po’ sminuenti, con i colleghi. So che sembrano accorgimenti scontati, ma la calura estiva e il pilota automatico – che viene spontaneo inserire all’ennesimo colloquio – possono giocare scherzi spiacevoli.



Credo che l’Esame di Stato non sia solo un’occasione di valutazione sommativa, ma che possa rappresentare un momento altamente formativo, sia per noi come professionisti che per i nostri studenti e studentesse, che per la prima volta si mettono alla prova in una circostanza eccezionalmente formale.

Le riflessioni che ho deciso di raccogliere non vogliono rappresentare una lezioncina di psicologia, innanzitutto perché non ho competenze in materia (io insegno Italiano e Storia) e in secondo luogo perché sono la prima ad avere bisogno di ripetermele: sono consigli che cerco di dare a me stessa, ogni anno, quando devo traghettare le mie quinte verso il diploma, o quando vengo convocata come membro esterno di una commissione. Sono le parole che a volte avrei avuto bisogno di sentire: non temere, non strafare, non sottovalutare ma allo stesso tempo non attribuire peso eccessivo agli inciampi che certamente avrai vissuto durante l’anno scolastico.

Nei giorni dell’Esame di Stato i nodi vengono al pettine, è vero, e talvolta balzano agli occhi i nostri limiti e addirittura i limiti della scuola; l’esame non è perfetto (potrebbe esserlo?) e probabilmente, nel tempo, cambierà. Forse sparirà o sarà assorbito dalle attività didattiche. Nel frattempo, però, abbiamo una piccola grande possibilità: contribuire, almeno un po’, a farne occasione di esplorazione e non di critica, di espressione e non di giudizio. Ma soprattutto, consapevoli che la maturità entrerà nell’album metaforico dei ricordi per molti giovani, possiamo provare a farne una foto di cui non vergognarsi, ma per cui essere fieri.

Buon lavoro a noi, colleghi e colleghe.