Dire, fare, insegnare
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La scuola è… nuovi approcci didattici

Abbiamo seguito per voi la tavola rotonda “La scuola è… nuovi approcci didattici” dedicata alla dimensione psicologica e sociale della scuola, al rapporto con la DAD e ai nuovi metodi per coinvolgere e includere i ragazzi.

Esperienze di insegnamento 
30 marzo di: Redazione
copertina

Lo scorso 24 marzo si è tenuta la terza tavola rotonda organizzata da De Agostini Scuola all’interno del festival “La scuola è…”, incentrata sulla ricerca di nuovi approcci didattici per un presente e un futuro dopo la pandemia. Sono intervenute Loredana Leoni e Alessandra Rucci, dirigenti scolastiche, Mario Castoldi, docente di didattica UniTo e Daniele Novara, pedagogista e scrittore.

L’intervento di Daniele Novara si è focalizzato sugli effetti dell’isolamento e i suoi riflessi nella didattica. La scuola è per antonomasia una comunità sociale, che si basa proprio sulla socialità e sulla condivisione: essendo venuto meno questo elemento ci si è trovati di fronte a un fattore di rischio per i bambini e i ragazzi. Una scuola individuale non esiste e in questo modo si sta snaturando sempre di più il suo significato profondo. Oltre a questo elemento di forte criticità è da prendere in considerazione anche il fattore paura che si insinua nel processo di apprendimento.

La pandemia ci ha condotto in uno stato di perenne paura, e con la paura non si può imparare, il sistema neurovegetativo si inceppa e non funziona più correttamente. Una certa paura è inevitabile, ma genera ansia e con questa diventa sempre più complicato apprendere. Già l’anno scorso era stata condotta una ricerca dall’Ospedale pediatrico “Gaslini” di Genova in cui venivano evidenziati i danni psicologici, emotivi e comportamentali subiti dai bambini durante il lockdown. C’è poi un altro elemento che è condiviso da molti studenti nell’ultimo anno: la rabbia. Questo sentimento incombe sui bambini e sui ragazzi e riguarda soprattutto gli adolescenti, per cui la chiusura della scuola è da considerarsi quasi contro natura. La DAD è un surrogato, nato per far fronte a un’esigenza inevitabile, ma che non può in alcun modo sostituire la scuola.

La proposta di Novara è di costruire una scuola “maieutica”, che “faccia nascere” l’apprendimento, che costruisca situazioni di stimolo e che si liberi della lezione frontale e dalla cattedra, da quel magistero che incombe sugli alunni nella logica della trasmissione di nozioni. Oggi noi sappiamo che l’apprendimento è un fatto applicativo, lontano dalla lezione imparata a memoria dal libro. Si impara dunquedai compagni, dalla condivisione con gli altri, ed è proprio l’imitazione reciproca che permettere di apprendere, contrariamente a quanto si pensava fino a poco tempo fa. L’attività di gruppo sintonizza le connessioni cerebrali reciproche favorendo l’apprendimento, ed è questo che ora gli studenti stanno perdendo. Secondo Novaro è importante riprogettare la scuola a partire da dispositivi di apprendimento sociale: la mutualità, che favorisce la condivisione di competenze e conoscenze tra gli studenti, la conflittualità, che nasce dalla discussione e dal confronto di idee, la progettualità, attraverso cui si costruisce insieme qualcosa di concreto e creativo e la problematizzazione, che parte da domande maieutiche e non da risposte precostituite.

L’intervento di Mario Castoldi si è sviluppato a partire dalla seguente chiave di lettura: pensare all’esperienza-covid come a una “dissonanza cognitiva” per la scuola, per evidenziare uno scarto tra un modello scolastico che rimane egemone e l’esperienza della DAD. Questo scarto ha evidenziato e messo in crisi alcuni dei principi chiave del modello scolastico standard, come la “tripletta ciclica” lezione – studio individuale – verifica successiva e la distinzione netta tra lavoro in aula e lavoro a casa. La gestione del momento valutativo, nel modello scolastico standard, ha a che fare con il controllo come momento in cui rendere conto dei risultati formativi. Questo modello organizzativo, che è stato prevalente per decenni e quasi considerato intoccabile e caratterizzante la formazione scolastica, però è assai rigido e uniforme ed è stato ampiamente messo in crisi dall’esperienza della DAD.

Partendo da questa problematica, quali linee di sviluppo possiamo intraprendere? Nell’ottica di rendere l’apprendimento più coinvolgente e autonomo bisogna muoversi in direzione di un lavoro didattico orientato verso lo sviluppo delle competenze: bisogna dunque abbandonare la classica rappresentazione triangolare della didattica scolastica (insegnante – contenuti del sapere – allievi ) a favore di una rappresentazione a quadrilatero in cui ai tre elementi si aggiunge la componente delle situazioni di vita, all’interno delle quali mettere in gioco i contenuti del sapere e gli apprendimenti scolastici. Questa nuova rappresentazione porta a una riconfigurazione delle discipline, che da fine del lavoro didattico diventano strumento culturale per lo sviluppo di competenze.

Alessandra Rucci ha posto al centro del suo intervento lo studente e il suo ruolo di soggetto protagonista nel processo di apprendimento. È partita dal racconto delle esperienze delle avanguardie educative guidati da Indire, che hanno avuto come obiettivo la rottura del modello tradizionale della lezione frontale e hanno messo in campo delle idee che vengono oggi praticate a scuola. La pandemia ha contribuito a evidenziare elementi deboli del sistema, già riscontrati in tempi pre-covid: il modello trasmissivo-riproduttivo, il ruolo passivo dello studente che è sempre oggetto e mai soggetto partecipe, e la valutazione che è stata sempre interpretata come sommativa. L’ambiente digitale ha fatto emergere elementi di crisi già presenti nel modello didattico tradizionale, elementi che molte scuole in Italia stanno cercando di eliminare.

Bisogna promuovere disposizioni collettive e conviviali, relazioni riparatrici attraverso cui riscoprire il ruolo della valutazione formativa e del docente visto non solo come controllore ma anche come mentore, che darà allo studente il ruolo di protagonista principale del proprio processo di apprendimento. Il longlife learning si costituisce sin dai primi anni di scolarità, attraverso una progettazione didattica in grado di promuovere l’apprendimento profondo, attraverso una cultura scolastica in grado di promuovere una mentalità di sviluppo che porti lo studente a pensare di poter migliorare applicandosi e lavorando e di dare attenzione alla dimensione metacognitiva e dell’autovalutazione.

L’intervento di Loredana Leoni si colloca sul piano dell’inclusione. L’inclusione non riguarda solo bambini e ragazzi con disabilità, ma si rivolge a tutti. Come recita il Goal 4 dell’Agenda 2030 è importante “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti”.

L’ICF (Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute) prende in considerazione l’interazione tra le condizioni di salute dell’individuo con i fattori ambientali e personali. Disabilità è un’interazione con l’ambiente e non un attributo della persona. Per questo motivo l’ICF è applicabile a tutte le persone, anche quelle in perfetta salute.

L’ICF non considera la mancanza ma la salute, non le disabilità ma le potenzialità e si colloca nell’idea che la disabilità non sia delle persone ma del contesto, delle modalità all’interno delle quali si collocano le proposte. La scuola del futuro dovrà muoversi nella direzione di una progettazione universale, cioè di una progettazione di prodotti utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile. Non dovrà avere un destinatario prefissato e non avrà lo scopo di risolvere un problema a qualcuno, bensì di eliminare le possibili barriere “prima” che si manifestino come tali, indipendentemente dall’individuo specifico che abita quel contesto.

Dal concetto di integrazione, cioè consentire e facilitare al diverso la maggior partecipazione alla vita scolastica degli alunni “standard”, si passa a quello dell’inclusione: strutturare i contesti educativi in modo tale che siano adeguati alla partecipazione di tutti, ciascuno con le proprie modalità. C’è bisogno di progettare curricoli inclusivi: una progettazione aperta e flessibile di qualsiasi intervento formativo e per qualunque studente, contrastando da subito eventuali barriere mentali, sociali e culturali che limitano la reale applicazione dei diritti fondamentali di ogni persona. Bisogna adottare approcci flessibili che possano essere personalizzati e adattati per le esigenze individuali e che favoriscano la partecipazione, il coinvolgimento e l’apprendimento a partire dai bisogni e dalle capacità personali. Personalizzare non significa costruire percorsi paralleli, ma un ambiente di apprendimento unitario e flessibile in relazione a molteplici mezzi di rappresentazione delle conoscenze e le abilità da sviluppare, modalità di espressione che gli studenti possono usare per dimostrare ciò che sanno, procedure di coinvolgimento e di motivazione degli studenti. C’è da lavorare intensamente per individuare queste procedure per coinvolgere e motivare gli studenti.