Dire, fare, insegnare
Dire, fare, insegnare
Dire, fare, insegnare

La scuola è… una professione meravigliosa

Dire, fare, insegnare ha seguito per voi la seconda tavola rotonda del Festival di De Agostini Scuola, "La scuola è...", che si è concentrata sul tema della figura del docente e del suo ruolo nella costruzione del benessere psicologico, della consapevolezza storica e del futuro degli studenti.

Gestione della classe 
24 marzo di: Redazione
copertina

In occasione della Giornata mondiale della felicità del 20 marzo si è tenuta la seconda tavola rotonda organizzata da De Agostini Scuola all’interno del Festival “La scuola è…”. Argomento dell’incontro è stato proprio la professione del docente, veicolo imprescindibile per il benessere e la felicità all’interno della scuola. Sono intervenuti Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, Daniela Lucangeli, psicologa UniPD, Lucia Suriano, docente della scuola secondaria di I grado e autrice di Educare alla felicità, Marina Imperato, dirigente MIUR.

La Giornata internazionale della felicità è stata istituita dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 2012. Per citare l’ONU “La ricerca della felicità è uno degli scopi fondamentali dell’umanità”, ed è per questo motivo che la felicità dev’essere posta al centro di ogni esperienza di apprendimento.

La felicità e il benessere all’interno della scuola non possono prescindere dalla professione del docente. Un docente felice fa un alunno felice ed è importante cercare sempre nuovi strumenti per trovare la felicità in questa professione.

Come sottolinea Maurizio Molinari nel suo intervento, il ruolo e la professione dei docenti in questo anno di pandemia si è rivelato strategico per il mantenimento del tessuto sociale e per aver continuato a dare agli studenti un punto di riferimento in un momento di solitudine e in alcuni casi di abbandono. L’istruzione è un elemento chiave per la costruzione dell’identità. Un paese è sicuro, prospero e protetto quando il sistema dell’istruzione (e il sistema sanitario) è sano, sicuro e protetto. Decisivo in questo senso è proprio il ruolo degli insegnanti e la funzione che svolgono nell’intessere relazioni con la scuola, le famiglie e gli studenti. Per Molinari l’identità, la memoria e il futuro sono le tre colonne portanti dell’insegnamento e dello studio. Identità intesa come capacità, attraverso lo studio di mantenere, curare, trasmettere, preservare e rafforzare l’identità di una comunità. Le comunità che usciranno più forti da questa stagione sono quelle che avranno saputo preservare la propria identità. Da qui l’importanza dello studio come vettore per scandagliare le nostre radici, le nostre tradizioni, la genesi dell’unità nazionale; l’elemento che unisce l’idea di essere cittadini con diritti e doveri è proprio l’identità. Lo studio è inoltre una forma di conservazione della memoria nazionale. Ogni giorno si rivela sempre più importante conservare, studiare e fare propria la memoria del nostro Paese, per fare tesoro dei risultati positivi ma anche della tragicità degli orrori che sono accaduti. Molto spesso gli orrori hanno a che fare con la prevaricazione dei diritti del prossimo e la negazione dell’identità di persone diverse da noi. Sotto questo punto di vista preservare la memoria significa essere più forti e non c’è dubbio che il ruolo che svolgono le scuole nel Giorno della memoria è molto importante. È un grande momento di coesione che ci rende tutti più consapevoli dei nostri diritti, più forti di fronte ai pregiudizi e maggiormente pronti ad affrontare le sfide che ci aspettano. Lo studio è inoltre importante per la costruzione e l’immaginazione di un futuro. Siamo una generazione protagonista di una rivoluzione epocale, quella digitale, che conduce sempre a nuove sfide per il futuro. Purtroppo non possediamo ancora le risposte su come affrontarlo al meglio, ma possiamo avere le domande, che arrivano dalla scuola e che possono essere stimolate a nascere proprio dai docenti, chiamati a preparare le nuove generazioni al futuro.

L’intervento di Daniela Lucangeli parte da una domanda: i nostri ragazzi sono felici? Stanno attraversando un’esistenza di benessere in cui la felicità è sperimentata, è esperita? La salute è un equilibrio rigorosissimo tra salute fisica, psichica e sociale. Negli ultimi anni si registra sempre più un fattore di rischio nel mondo occidentale: i disturbi dell’umore sono sempre più frequenti e colpiscono un numero impressionante di adolescenti e giovani adulti. Il grande dibattito sulla felicità sta nel cuore di una ricerca molto difficile da fare su cosa sta accadendo alla mente e alla maturazione del nostro sistema mentale, proprio alla luce dei nuovi cambiamenti che la modernità ogni giorno ci pone davanti.

Lucia Suriano afferma che per essere felici a scuola bisogna vivere un’esperienza di benessere. Il docente in questo senso deve porsi come responsabile di quello che accade, in un contesto in cui il significato di responsabilità include la parola abilità, capacità di affrontare la realtà anche quando questa non ci piace. Il malessere nasce da rigidità, chiusura, paura di perdere il potere. Nella sua lunga esperienza di insegnante di sostegno Suriano ha imparato a “insegnare con i piedi”, ovvero togliere il filtro, non nascondersi più dietro il paravento della cattedra e dietro il ruolo preconfezionato del docente, ma mettendosi allo stesso livello degli studenti. “Lavorare con i piedi” nel senso letterale di essere con i piedi ben piantati nel terreno: in questo modo la mente inizia a funzionare meglio e a trovare nuove strade per affrontare la complessità.

La dirigente scolastica Marina Imperato parla della professione del docente come di una “scintilla” per il nostro futuro. L’insegnante è colui che lascia un “segno”, a volte davvero indelebile nel cuore degli studenti. L’insegnamento è visto come una scintilla, dalla quale si accende il fuoco e che possiede un potenziale di propagazione enorme, può bruciare, emanare calore, risplendere e far risplendere. Questa scintilla è la vera arma che i docenti dovrebbero mettere in campo nell’insegnamento. Essere docente ora più che mai significa rispondere a un mandato sociale: potente, impegnativo, sfidante e generativo. Insegnare è appunto una professione generatrice: i docenti devono essere capaci di accendere quella scintilla, di far sviluppare il potenziale di ogni studente con cui si relazionano. Il docente è al tempo stesso un mediatore tra generazioni, tra scuola e famiglia, tra presente e futuro, tra responsabilità e disimpegno, tra unità e pluralità (del singolo/della classe) ed è un catalizzatore che dovrebbe attivare e moltiplicare le risorse interne alla scuola e trasformarla in una comunità animata da un’intelligenza collettiva che valorizza e raccorda l’operato dei singoli indirizzandolo verso obiettivi istituzionali. È importante che vengano aperte le porte delle classi, che le classi si incontrino e lavorino insieme e che i ragazzi non vengano abbandonati al loro monadismo in cui la pandemia li sta costringendo.