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Pedagogia della vela e volontariato: l'outdoor education per cambiare il mondo

Dal 2014, Diversamente Marinai e Legambiente Onlus organizzano una campagna di volontariato in barca a vela in cui adolescenti provenienti da tutta Italia praticano una serie di attività di ricerca scientifica in un ambiente “selvaggio”.

Esperienze di insegnamento 
27 luglio di: Marco Marmeggi
copertina

I ragazzi arrivano sotto il sole con lo zaino in spalla sempre troppo grande. Lo dico spesso, utilizzerete un terzo delle cose che avete portato. Facciamo conoscenza sotto l'ombra di un gruppo di alberi nel piazzale del cantiere. Intorno a noi ci sono un paio di pescherecci e una fila di barche tirate in secco. E' estate, fa caldissimo e loro si sono fatti centinaia di chilometri per raggiungerci. Vengono da tutta Italia, ciascuno proviene da una regione diversa. È una regola del campo, così sono costretti a partire da soli e creare legami dal nulla. 

Hanno tra i quindici e i diciassette anni. La stragrande maggioranza di loro vive lontana dal mare e non è mai salita su una barca a vela prima d'ora. Dormiranno, mangeranno e vivranno a bordo per una settimana, partecipando ad un progetto di citizen science che prevede la catalogazione dei rifiuti spiaggiati su pezzi di costa che non si possono raggiungere da terra.

L'isola d'Elba, la Capraia, Pianosa, Montecristo, il Giglio, Giannutri sono il teatro di una campagna di volontariato che si pone l'obiettivo di tutelare le aree marine protette e di promuovere un cambiamento degli stili di vita dei cittadini di domani. Diversamente Marinai, che insieme a Legambiente lavora al progetto dal 2014, ha accolto più di cinquecento ragazzi e ragazze a bordo delle proprie barche in questi anni. Per molti di loro i nostri campi ambientali sono stati la prima avventura romantica. 

Alessandro Bortolotti in Outdoor Education. Storia, ambiti, metodi, cita William Blake per spiegare che  nelle esperienze formative che vanno sotto il termine di Outdoor il concetto del passare la porta e attraversare una soglia è imprescindibile. Mi domando se è possibile individuare un momento in cui i nostri ragazzi percepiscono una sorta di rituale simbolico in cui prendono coscienza di essere immersi davvero in un ambiente altro rispetto al loro quotidiano. 

Li guardo accostarsi al molo prima di salire a bordo, misurare la distanza tra la banchina e la poppa della barca, testare col piede se quella tavola di legno che usiamo per passerella reggerà il loro peso. Si liberano dello zaino, si tolgono le scarpe e provano. Sono insicuri, disorientati e traballanti, ma sembrano più leggeri e, in qualche modo, più liberi. Non sanno ancora che alla fine della settimana la passerella non la useranno neanche più. Li osservo e mi dico che è proprio questo il momento, il passaggio stretto di un rito antico rimasto sospeso tra la terra  e il mare. Qualcuno chiude velocemente gli occhi e sospira. Tre passi, mai di più. Ed è a bordo.

Per Alessandra Gigli, che in Outdoor Education: prospettive e buone pratiche scrive un capitolo intero sull'Adventure education, gli ambienti incontaminati e non domestici come il mare, la foresta, la montagna, i fiumi e i laghi rappresentano il setting privilegiato per le esperienze all'aperto. Sfoglio le sue pagine con curiosità, leggo l'elenco dei criteri che dovrebbero avere per non limitarsi ad essere soltanto un'attività ricreativa e scopro che i punti citati ci sono tutti. Vivere lo spazio-tempo e gli oggetti che lo compongo, prendere consapevolezza del limite, del rischio e della sfida del cambiamento, adottare una prospettiva ecologica, elogiare, per dirla con Carl Honoré, la lentezza come pratica di vita, l'ambiente come coprotagonista del processo educativo.

Quando molliamo gli ormeggi, i ragazzi e le ragazze si sono già appropriati degli spazi sotto coperta, formiamo gruppi misti, ma a bordo le cabine sono divise tra maschi e femmine. Hanno smistato la cambusa, ordinato lo scatolame. In questo modo conoscono lo spazio e gli strumenti di uno dei principali lavori a bordo. Cucinare. Saranno loro a farlo, divisi in turni che hanno deciso democraticamente. Molti arrivano senza saper fare un caffè e tornano a casa con almeno un paio di ricette in tasca. 

Un aspetto che mi ha sempre sorpreso è la facilità con cui, costretti fianco a fianco in pochi metri quadrati, i ragazzi rivedano la prossemica sociale che ha condizionato le loro relazioni interpersonali fino a quel momento. I corpi sono costretti al contatto, le parole a fare meno strada. Qualche istruttore della nostra scuola di vela dice sempre che si sale a bordo come individui e si scende come un equipaggio. Empiricamente è inoppugnabile. I volontari non si conoscono, ma in una settimana, riescono a legarsi l'uno all'altro con un'intensità che fa battere il cuore. Molti, appena sbarcati, decidono di tornare a casa prendendo lo stesso treno anche se allunga di molto il proprio ritorno, alcuni continuano insieme il loro viaggio alla scoperta del mondo.

Con gli altri istruttori con cui conduco il campo ci confrontiamo sempre verso sera, nel fine giornata in cui tutti dormono, e buttiamo giù una bozza di programma per il giorno successivo. Studiamo bene le condizioni meteo, la direzione e l'altezza dell'onda, i picchi delle raffiche di vento. Domani  dovremo affrontare una navigazione abbastanza impegnativa per raggiungere la zona in cui compiere i primi monitoraggi. Mi vengono in mente le parole di Baden Powell, il fondatore dello scautismo, «non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento». I ragazzi proveranno l'adrenalina di una barca che avanza sbandata di bolina, faranno i conti col vento e con il mare. Avranno coscienza di quello che in letteratura viene definito il rischio come dispositivo educativo, un agente attivatore che deve sempre collocarsi, come sostiene Lev Semenovic Vygotskij in Pensiero e linguaggio,  in una “zona di sviluppo prossimale”.

Caliamo l'ancora davanti ad una spiaggia di ciottoli rivolta a Ovest. Sbarchiamo in piccoli gruppi e portiamo sui gommoni le schede di catalogazione, i sacchi, il GPS, i guanti, il nastro per delimitare la zona del nostro monitoraggio. 

La cosa che mi sorprende sempre è vedere le loro facce quando sbarchiamo. Il paesaggio marino a cui siamo abituati è una fotografia da cartolina, ma la verità che si trova nelle spiagge nascoste è un'altra. Inquiniamo il mare con miliardi di tonnellate di plastica all'anno, secondo una ricerca della Ellen MacArthur Foundation e del World Economic Forum nel 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci. Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto mettere un limite perché non saremmo mai riusciti a trasportare con noi tutti i rifiuti trovati. Catalogarli per le duecentocinquanta tipologie del nostro formulario servirà per intervenire a monte e cambiare i nostri comportamenti. Alessandro Bortolotti nel saggio citato riconosce che ogni programma di Outdoor education non può che «cercare di fornire risposte concrete a problematiche sociali e ambientali». 

C'è una fotografia che è stata scatta da una ragazza durante uno delle esperienze a cui ho partecipato che mi piace moltissimo. Abbiamo finito di cenare e di rassettare la barca per la spedizione dell'indomani, siamo all'ancora in una baia di cui non ricordo più il nome, il mare è calmo e le stelle stanno sopra la nostra testa. Non ne manca nemmeno una. Mi piace perché ognuno di noi ha un libro in mano, siamo incastrati l'uno con l'altro. Non c'è musica, nessuna immagine in movimento a rubarci l'attenzione, qualcuno scrive il diario di bordo della giornata, gli altri sottocoperta probabilmente fanno lo stesso. Sembra di essere a bordo di un caffè letterario sospeso nel tempo

C'è un principio a cui siamo affezionati a bordo e che andrebbe scritto sulla porta di ciascuna cabina. 
Leave No Trace.
Non lasciare traccia.




BIBLIOGRAFIA

  • Bortolotti Alessandro, Outdoor Education. Storia, ambiti, metodi, Guerini Scientifica, Milano, 2019;
  • Farné R. Bortolotti A. Terrusi M (a cura di), Outdoor Education: prospettive e buone pratiche, Carocci editore, Roma, 2018;
  • Vygotskij L. S., Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze 2007;
  • Honoré C., Elogio della lentezza, BUR Rizzoli, Milano, 2014