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Progettazione universale per l’apprendimento (PUA): una sfida inclusiva per la didattica a distanza - Parte 1

In questo articolo, diviso in due parti, Rossella De Luca, dirigente scolastica del Liceo “B. Rescigno” di Roccapiemonte ci propone degli spunti per incentivare e migliorare la progettazione delle attività di didattica a distanza.

Metodologie 
17 agosto di: Rossella De Luca
copertina

“La scuola siede tra passato e futuro e deve averli entrambi presenti” (L. Milani)



Conoscete l’assioma di Cyrulnik? “La risposta alla catastrofe non consiste nel ristabilire l’ordine precedente, ma nel crearne uno che prima non c’era”. Boris Cyrulnik è uno psichiatra francese di 82 anni, con una storia personale davvero incredibile, quello che ha coniato il termine “resilienza”, usato e poi abusato fino al punto di arrivare a provocare fastidio, ma che può diventare il segno della reazione alla pandemia. Questo psichiatra sostiene che la catastrofe è la regola dell’evoluzione e ogni guerra, contro nemici visibili o invisibili, produce solidarietà e fabbrica i suoi eroi. E allora, partiamo da questa considerazione per fare qualche riflessione sulla scuola e sulle possibili nuove trame, prendendo spunto dallo stato attuale.

Il protrarsi della situazione di emergenza legata alla diffusione del COVID-19 e la conseguente sospensione delle attività didattiche, per un periodo che ancora non si riesce a prevedere quanto sarà lungo, comportano la necessità di incentivare emigliorare la progettazione delle attività di didattica a distanza, sia al fine di tutelare il diritto costituzionalmente garantito all’istruzione, sia per garantirlo al maggior numero possibile di studentesse e di studenti, nella convinzione che la cura della dimensione individuale e personale rappresenta nel contesto italiano, non da oggi, uno dei principi ispiratori e delle frontiere dell’educazione.Occorre, pertanto, trovare strategie e buone pratiche per evitare che questa lunga quarantena allontani gli studenti più fragili dal proprio percorso formativo ed educativo e, su questo punto, dalla scuola dell’infanzia all’università, tutti sono concordi sulla necessità di trovare soluzioni “accessibili”.

In primo luogo, per evitare possibili fraintendimenti, è opportuno premettere che le criticità del momento sono note a tutti e nessuno potrebbe negarle: diffuse difficoltà di natura psicologica, mancanza di relazione autentica, insufficienza dei device e di connettività in alcune aree del Paese, impossibilità di raggiungere tutti, in particolare i più piccoli, gli alunni con particolari forme di handicap e quelli più disagiati da un punto di vista economico, che quindi avrebbero più bisogno di scuola. Ma forse proprio tutte queste difficoltà, e in particolare il non poter “guardarsi negli occhi”, potrebbero rappresentare per la scuola un’opportunità per “guardarsi dentro” e cercare di rimediare in parte alle carenze strutturali del sistema, ma soprattutto alle tante distrazioni e agli appuntamenti mancati: penso alla possibilità di utilizzare questo momento (di cui nessuno, ripeto, intende negare o nascondere le diffuse problematicità) per stabilire un legame diverso tra le varie componenti della scuola, per dare indirizzi pedagogici che favoriscano l’integrazione e l’inclusione ad ampio raggio; penso alla possibilità di riprendere a discutere del valore da attribuire al voto (soprattutto nella scuola primaria, ma non solo), perché se da anni si parla di didattica per competenze e valutazione formativa, nella realtà di tante scuole si discute ancora di programmi ministeriali e di modelli valutativi che guardano alla singola prestazione più che al coinvolgimento dell’alunno e alla valutazione dell’intero processo di apprendimento e in particolare delle diverse skills; penso ancora al tema della formazione dei docenti, per anni marginalizzata e in alcuni casi apertamente contrastata, che all’improvviso ha rivelato le tante difficoltà di molti nel trovarsi impreparati ad un futuro (ora un presente) dalle caratteristiche inedite e inattese; penso ancora alla necessità di promuovere modelli di insegnamento e di apprendimento più calati sulle esigenze della contemporaneità e rispondenti ad esigenze sempre più differenziate; penso alla necessità di rispondere, come previsto dal documento “Trasformare il nostro modo: l’AGENDA 2030 per uno sviluppo sostenibile”, al Goal 4: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti; penso infine alla necessità di elaborare nei nuovi Piani triennali dell’offerta formativa una progettazione realmente basata sul sostenere i bisogni formativi ed educativi di ciascun alunno, educare al rispetto e alla solidarietà, alla comprensione dell’altro e alla legalità, rendere gli studenti protagonisti attivi del loro sapere, sostenerli nella costruzione della propria identità, favorire il pensiero critico e l’autonomia, supportare lo sviluppo delle competenze fondamentali.

Fatta questa opportuna premessa, occorre chiarire che la didattica a distanza è una metodologia di insegnamento (una tra le tante possibili in periodi “normali”, ma in questo momento l’unica consentita per svolgere la propria prestazione lavorativa e continuare a mantenere vivo il rapporto con gli studenti) e in quanto tale non richiede solo competenze tecnologiche, ma anche e soprattutto metodologiche e psico-pedagogiche, che rientrano nel profilo professionale del docente.

Sicuramente si tratta di una metodologia che, ad eccezione di alcuni contesti particolarmente virtuosi, sparsi su tutto il territorio nazionale, non si può dire abbia avuto finora particolare diffusione e, pertanto, in una prima fase di implementazione tanto repentina quanto imprevedibile, è stato difficile per molte realtà scolastiche predisporre procedure adeguate da un punto di vista organizzativo (con acquisto di piattaforme o device e attivazione di disposizioni, protocolli, netiquette) e ancor più fronteggiare problemi di natura pratica (ai quali, oltre a quelli già evidenziati, occorre aggiungere le scarse competenze digitali di una larga fetta di alunni e di una significativa percentuale di docenti, ma anche di tante famiglie, che avrebbero dovuto supportare in particolare gli alunni più piccoli). Proprio questa considerazione e la circostanza che non sappiamo ancora quanto questa condizione durerà (a quanto pare anche quando sarà possibile rientrare a scuola si dovrà pensare, per garantire il distanziamento sociale, a una modalità blended) devono spingerci a considerare la possibilità e più ancora la necessità di migliorare le pratiche da un punto di vista metodologico, per rendere il nostro sistema scolastico capace di affrontare le sfide dell’emergenza ma anche del XXI secolo, poiché dalla buona formazione ed educazione delle nuove generazioni dipende la crescita economica, sociale e culturale del Paese.

Per migliorare tali pratiche, però, occorre innanzitutto aver ben chiaro che la variabilità è la norma, non l’eccezione e, pertanto, una considerazione preliminare va fatta su tutte le ampie problematiche legate all’accessibilità, che riguarda sia la facilità di utilizzo di una risorsa, sia la disponibilità di utilizzo di un servizio. Quando si parla di “accessibilità”, infatti, si fa riferimento non solo a un’accessibilità di tipo tecnologico (accessibilità dei contenuti, dei siti web, delle piattaforme di e-learning), ma anche a un’accessibilità di natura metodologico-didattica (accessibilità alle risorse, a strumenti di collaborazione quali forum, chat, blog), nonché all’accesso ad attività laboratoriali o di simulazione.

La seconda parte dell'articolo di Rossella De Luca uscirà mercoledì 18 agosto. Non perdetevelo!