Dire, fare, insegnare
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Raccontami una storia. Perché educare alla lettura

Il Parlamento sta discutendo in questi mesi una proposta di legge sulla promozione e il sostegno alla lettura. Ma in che modo, da insegnanti, possiamo motivare ed educare attivamente alla lettura in classe? E perché formare lettori è un bisogno sempre più urgente?

Esperienze di insegnamento 
12 agosto 2019 di: Viviana Grassi
copertina

Dal primo uomo che ha lasciato un’impronta sulla parete di una caverna, fino all’ultima serie TV che ci ha appassionato, l’umanità condivide da sempre un tratto essenziale: il bisogno di narrazione. E non si tratta di un bisogno secondario: nonostante si ritenga che i racconti siano per lo più da confinarsi alla «stanza dei bambini», la necessità di raccontare e raccontarsi è alla base di diverse accreditate teorie antropologiche e dell’educazione.

Sarebbe infatti proprio il bisogno di raccontare, spiega Jerome Bruner, ad aver generato nell’uomo la volontà di comunicare con l’altro e, quindi, ad aver innescato la formazione del linguaggio e di piccole comunità umane che, attraverso la narrazione, condividevano momenti, costruivano relazioni, elaboravano strutture. 

Già nella preistoria, perciò, si raccontavano storie. O, almeno, è legittimo crederlo. Che i graffiti parietali rappresentino preghiere, riti propiziatori o stralci di vita quotidiana, infatti, quello che interessa qui è che essi mostrino una forma intrinsecamente narrativa. Essi sono cioè espressione di un passato o di un futuro a cui ambire, dimostrazione della possibilità esclusivamente umana di immaginare ed esprimere un tempo e uno spazio astratti, diversi da qui e ora. La possibilità esclusivamente umana di raccontare, per l’appunto.

Questa capacità si è tramandata nel tempo fino ad arrivare a noi: quando fantastichiamo su cosa faremo “da grandi”, quando raccontiamo la nostra giornata, quando immaginiamo soluzioni a un problema, stiamo dando forma narrativa a pensieri che altrimenti sarebbero vaghi, confusi, inafferrabili.

Ecco perché abbiamo bisogno di crescere lettori – ma anche narratori – entusiasti e consapevoli: non tanto – o non solo – perché accrescano le loro capacità linguistiche, ma soprattutto perché possano trovare nella narrazione un modo per dar forma a un pensiero e a un’emozione, per concretizzare l’astratto e astrarre il concreto. Si tratta, in altre parole, di stimolare quella che Ermanno Detti chiama «fantasia creatrice», la capacità cioè di elaborare progetti, concepire sogni e speranze, gestire sentimenti propri e altrui. Tutte competenze che vanno ben oltre la lettura e le sole discipline letterarie, partecipando piuttosto alla formazione permanente della persona in quanto individuo e in qualità di soggetto sociale inserito in una comunità.

Gli studi che si occupano di educazione alla lettura in questa direzione sono molti e in crescita (tra i più autorevoli, Silvia Blezza Picherle, Aidan Chambers). Tuttavia, nella pratica scolastica non è facile trovare il tempo e le strategie per educare efficacemente alla lettura. 

Ci stiamo provando in una scuola primaria, in una classe seconda. Da ottobre prenderà il via un progetto ambizioso, che cerca di coniugare diverse teorie di educazione alla lettura calandole in un gruppo classe preciso, con le sue proprie peculiarità. Un progetto interdisciplinare, che vedrà nell’insegnante di Italiano la referente del progetto, ma in tutti i docenti un appoggio indispensabile. Un progetto inclusivo nel senso più esteso del termine: inclusivo dei bambini, delle famiglie, della scuola, della realtà territoriale.

Nelle prossime settimane entreremo nel merito del progetto, ne approfondiremo l’approccio metodologico e le strategie operative, ci riaffacceremo alla stanza dei bambini e racconteremo «Una storia per»

Per approfondire:

Blezza Picherle S., Libri, Bambini, Ragazzi. Incontri tra educazione e letteratura, Milano 2004, Vita e Pensiero.Bruner J., La mente a più dimensioni, Bari 1988, Laterza.Detti E., Il piacere di leggere, Milano 2002, La Nuova Italia.