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Rispetto delle emozioni e chiarezza: come parlare della guerra ai bambini

Gabriella Falcicchio, pedagogista e formatrice che si occupa del pensiero nonviolento, ha condiviso con noi una riflessione su come affrontare il tema della guerra avendo cura di rispettare l’aspetto emotivo di bambini e ragazzi.

Metodologie  Esperienze di insegnamento 
02 maggio di: Gabriella Falcicchio
copertina

In questi giorni in cui il tema della guerra sta incalzando sui media, gli educatori e i genitori si chiedono: è opportuno parlare della guerra ai bambini? E se sì, in che modalità, anche sulla base della loro età? Può essere opportuno o meno, dipende dalle situazioni. Partiamo dall’idea che dovremmo evitare di esporre i bambini, soprattutto sotto i 12 anni circa, a immagini cruente (di guerra e non), perché l’impatto emotivo rischia di investire in modo violento la loro persona in formazione: non hanno ancora consolidato la struttura portante della loro impalcatura e non è giusto scuotere questo edificio in costruzione in modo così pesante.

Occorre quindi essere vigili rispetto ai nostri automatismi (come accendere la televisione in loro presenza) e al rischio che i bambini possano, altrove o in altro modo (vedi i social), venire a contatto con immagini e notizie che non sono in grado di reggere, di interpretare, di elaborare. Per molti adulti, l’esposizione a quelle immagini, inopportunamente sbattute in faccia sui media e spesso senza neppure rispetto per le vittime sul luogo del conflitto, risulta insostenibile: figuriamoci per chi è ancora “in germoglio”. L’intento è dunque proteggerli dall’urto di una violenza sempre incomprensibile, non tenendoli però in una campana di vetro. Potrebbe infatti comunque vedere immagini di guerra o sentirne parlare: respirano il clima emotivo tra gli adulti, intercettano, captano. Che fare allora?

Innanzitutto è necessario che gli adulti si fermino a osservare i bambini, ascoltino le loro espressioni emotive, siano presenti e facciano il lavoro essenziale di comprendere i loro bisogni, senza anticipare, ma restando al loro fianco all’occorrenza. Questo significa accogliere le loro domande, se ce ne sono, e rispondere loro nel modo più onesto possibile. Anche dichiarando il proprio non sapere davanti all’enormità della guerra.

I bambini (e anche i ragazzi) hanno bisogno di chiarezza, una chiarezza che può essere dolorosa ma che è pur sempre più utile che brancolare nel buio o nella penombra di ipotesi, fantasie e paure che la loro mente – in virtù del pensiero magico che la abita – è propensa a costruire quando non ha adeguati elementi o la maturazione sufficiente per agganciarsi alla realtà. Sarà nostro impegno porgere quella chiarezza in modo delicato, adeguato a quel singolo essere umano e alla situazione.

La fascia di età fa senz’altro una notevole differenza. Con preadolescenti e adolescenti il discorso sulla guerra si fa più complesso: è possibile un’informazione più accurata e dettagliata (e qui sarà opportuno che genitori e docenti sappiano offrirne di qualità nel marasma del cattivo giornalismo), ma l’aspetto emotivo-affettivo va curato con la stessa delicatezza. I ragazzi e le ragazze vivono sentimenti a tinte forti, che possono essere di rifiuto e negazione come di rabbia e aggressività. Vanno accolti e compresi: vedere con maggiore lucidità gli eventi del mondo comporta una sofferenza altrettanto maggiore e per loro può essere molto sconfortante (e anche disperante) rendersi conto dell’orrore non più solo raccontato sui libri di scuola, ma in azione a poche migliaia di km da casa.

Si può riflettere su due elementi sempre validi:

  1. Il primo è il riconoscimento delle emozioni che stanno provando il bambino o la bambina, il rispecchiamento empatico, che ha il potere di rassicurare della presenza adulta (stiamo dicendo: “ti comprendo e non sei solo/a in questa preoccupazione, la attraversiamo insieme”). È chiaro che per poter offrire presenza, è necessario che noi abbiamo fatto i conti con il nostro vissuto emotivo legato all’evento che ci turba, affinché – pur restando nella nostra umanità coinvolta e partecipe del dolore di chi è in guerra – non riversiamo sui bambini le nostre paure, le nostre ansie e angosce. Non si tratta di negarle o far finta che non esistano, ma di metabolizzarle, magari in gruppo, in associazioni, con la guida di una persona competente, se necessario, invece che in solitaria.
  2. Il secondo elemento può essere affrontare le paure di tutti, grandi e piccoli, con atteggiamento proattivo: la guerra getta infatti addosso a tutti noi “spettatori” della violenza un doloroso sentimento di impotenza. Aldo Capitini ci ricorda che i bambini hanno bisogno di “occasioni di amore”, di agire nella realtà, e che si rallegrano quando possono dare un contributo positivo. Ecco, cogliamo questa grande opportunità per chiederci cosa possiamo fare coinvolgendo i nostri bambini e ragazzi, come possiamo agire in questa realtà, adesso, cos’è in nostro potere. Aiutare le vittime, contribuire ai soccorsi, allestire occasioni di contatto e scambio con altri bambini ucraini e russi (perché le nostre scuole ospitavano già da prima entrambe le nazionalità), scrivere lettere: i modi di un’azione costruttiva sono moltissimi e tutti da inventare. Sapere di poter intervenire in qualche modo rompe l’angoscia dell’impotenza e apre strade di pace nel piccolo raggio in cui operiamo.