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Statistica per tutti. Leggere i dati Istat sull’istruzione

Abbiamo chiesto agli esperti Istat come imparare a leggere e interpretare i dati statistici che riguardano diversi aspetti della nostra società, per esempio l’istruzione.

Metodologie 
12 settembre di: Redazione
copertina

Le statistiche non sono solo numeri: ci raccontano delle storie, descrivono la vita quotidiana e ci aiutano a destreggiarci nelle situazioni di incertezza. Partire da una semplice curiosità è il primo passo per arrivare alla conoscenza di un fenomeno, e i dati della statistica ufficiale sono strumenti indispensabili per orientarci e leggere la realtà che ci circonda.

Le rilevazioni Istat ci aiutano ad analizzare in profondità numerosi fenomeni e aspetti della nostra società. Imparare a capire e interpretare questi dati può diventare il tema di un percorso didattico, focalizzato per esempio sulla lettura delle statistiche che riguardano la situazione dell’istruzione e della formazione nel nostro Paese: ambiti di particolare importanza perché legati sia al pieno e consapevole esercizio dei diritti da parte dei cittadini, sia alla valorizzazione del capitale umano.

I dati raccolti e diffusi dall’Istat permettono di tracciare i contorni del quadro d’insieme dell’istruzione in Italia, di studiare la sua evoluzione nel tempo, di fare confronti territoriali (sia a livello europeo che regionale) e di analizzare il fenomeno anche in termini di differenze di genere. I risultati sono messi a disposizione di tutti grazie alle banche dati online e alla disponibilità di alcuni sistemi informativi statistici trasversali, come Noi Italia 2022.

Istat permette di conoscere e analizzare l’evoluzione dei livelli di istruzione della popolazione per mezzo dell’indagine continua sulle forze di lavoro: guardando le statistiche ci accorgiamo che a titoli di studio più elevati corrispondono maggiori opportunità di lavoro, più alte retribuzioni, migliori condizioni di salute e maggiore impegno sociale dell’individuo, con ricadute positive sull’intera collettività. Non a caso quello di “Istruzione e formazione” è uno dei grandi domini di analisi e misurazione nell’ambito del progetto Bes (Benessere equo e sostenibile), nato per misurare il progresso della società a tutto tondo, non soltanto dal punto di vista economico.

Entrando più nel dettaglio, si evidenzia come ci sia stato un progressivo miglioramento del livello di istruzione delle persone tra i 25 e i 64 anni: la percentuale di adulti poco istruiti (popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni con al più il diploma di licenza media) è del 37,9% nel 2021 mentre nel 2018 la stessa percentuale era risultata par al 38,5%. Sono presenti differenze di genere significative nei livelli di istruzione a svantaggio degli uomini: la quota di adulti poco istruiti infatti è maggiore nella componente maschile della popolazione dove raggiunge il 40,5%, rispetto a quella femminile che si attesta al 35,4%.



Anche il livello di competenze acquisite nei percorsi di istruzione ha una influenza determinante sul livello di benessere delle persone. Nell’anno scolastico 2020/21, secondo i dati della Rilevazione nazionale degli apprendimenti di fonte INVALSI che Istat utilizza per elaborare alcuni indicatori del Bes, i ragazzi e le ragazze della classe terza della scuola secondaria di primo grado che non hanno raggiunto un livello di competenza almeno sufficiente (i cosiddetti low performer) sono il 39,2% per le competenze alfabetiche (+4,8 punti percentuali rispetto al 2019) e il 45,2% per quelle numeriche (+6,5 punti percentuali rispetto al 2019). La situazione appare dunque peggiorata durante la pandemia, nonostante gli sforzi delle scuole, dei docenti e delle famiglie.

Per l’Italia risulta ancora non del tutto soddisfacente anche il livello di istruzione terziaria dei giovani adulti, in rapporto alla media europea. Infatti, la percentuale di giovani tra i 30 e i 34 anni di età che ha conseguito un titolo di studio terziario (lauree e diplomi universitari, diplomi di Alta Formazione Artistica e Musicale e Diplomi di Accademia, Conservatorio, diplomi di scuole dirette a fini speciali e di scuole parauniversitarie) per l’Italia è pari al 26,8% nel 2021. Questo valore è ancora lontano dall’obiettivo medio europeo stabilito dalla Strategia Europa 2020 e ridefinito attualmente al 45% per il 2030.



Infine, per approfondire l’analisi delle connessioni tra sistema formativo del Paese e mercato del lavoro, possiamo dare uno sguardo all’indicatore sui Neet, sempre di fonte indagine sulle forze di lavoro, disponibile per la consultazione su Noi Italia 2022. “Neet” è la sigla di Not in education, employment or training: è l’indicatore con il quale si identifica la quota di giovani di età tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. In generale, nei Paesi in cui formazione e lavoro sono meglio integrati e nei quali i tempi di attesa per trovare il primo impiego sono inferiori e i tassi di disoccupazione giovanile sono più bassi, il fenomeno Neet risulta meno rilevante.

In Italia nel 2021 i Neet sono 2 milioni e 32 mila. L'incidenza sulla popolazione di età tra i 15 e i 29 anni è del 23,1%, in calo, dopo l'aumento registrato nel 2020 dovuto all'impatto negativo della pandemia da COVID-19 sull'occupazione. Le differenze territoriali rispetto a questo indicatore sono molto ampie: il Mezzogiorno presenta una incidenza quasi doppia rispetto a quella del Centro-Nord: 32,2% per l’area del Mezzogiorno, a fronte di un 17,8% per l’area del Centro-Nord. Queste differenze sono ancora più marcate se si scende al dettaglio delle singole regioni, dove l’indicatore oscilla fra il 13,3% di Bolzano/Bozen e il 36,3% della Sicilia.