Dire, fare, insegnare
Dire, fare, insegnare
Dire, fare, insegnare

Tecnica del lavoro educativo

Una riflessione sull'importanza della tecnica in ambito educativo, senza entrare nello specifico delle teorie scientifiche ma riflettendo sulla tecnica inserita nella società contemporanea con le potenzialità, le risorse e le criticità del tempo. La riflessione si concentra su tre parole chiave: tecnica, lavoro, educazione.

Metodologie 
13 gennaio di: Ornella Geraci
copertina

Tecnica, lavoro, educazione. Nell'ambito del Festival della Cultura Tecnica organizzato dalla Regione Emilia-Romagna il Centro Germoglio ha voluto partecipare con una riflessione sulla tecnica del lavoro educativo. Da qui il compito di ragionare sulla connessione che intercorre tra le tre parole chiave appena citate: tecnicalavoroeducazione.

Sebbene queste parole chiave possano trovare ottimi punti retorici di intreccio tra loro, una volta poste su un piano più pratico riflettono una realtà sociale, educativa, morale e professionale ricca di controversie e, alle volte, anche di contraddizioni. Un punto di partenza per arrivare velocemente a critiche aggressive, rabbiose e il più delle volte sterili, oppure una sfida per ragionare.

La tecnica presuppone una conoscenza solida, strutturata, ricca e in continuo aggiornamento, indispensabile per porre le basi di una pratica organizzata, consapevole e professionale. Se la tecnica ha le sue radici nella conoscenza, lo studio diventa uno strumento obbligatorio. 

Purtroppo, l’Italia ha già in questa fase di partenza un primato alquanto frenante: è il primo Paese in Europa per scarsa comprensione di un testo. Non c’è costanza nella lettura, non c’è amore per una pratica talmente arcaica che dovrebbe essere ormai insita nel nostro patrimonio genetico. Come possiamo apprendere se non riusciamo nemmeno a capire quello che leggiamo? Come possiamo tramandare il valore della lettura alle nuove generazioni, se non fa parte della nostra cultura? Stiamo perdendo una ricchezza sociale, che permette a un popolo di portare avanti ragionamenti differenti ma curiosi e rispettosi. Una ricchezza attraverso cui imparare cosa significa informazione, relazione, emozione e condizione umana. 

In un testo ci sono molte chiavi di lettura diverse, che permettono di accendere idee dormienti e a volte inconsapevoli, oltre che punti di vista e sensibilità nuove. Potremmo diventare tutti più intelligenti, se implementassimo la nostra conoscenza. Avremmo infatti più sicurezze e basi d’appoggio per una pratica tecnica strutturata e forte. 

Oggi la tecnica è infatti stata sostituita in modo inappropriato dalla tecnologia: gli uomini si illudono di avere strumenti che gli permettono di fare tanto, senza preoccuparsi di capire. Capire ciò che è veramente giusto, ciò che rende davvero felici, ciò che permettere di crescere a livello individuale e collettivo. È in atto un rischioso ribaltamento, per cui la tecnica non è uno strumento che rende l’essere umano unico e libero ma è l’essere umano che si trova in balia di una tecnologia omologante.

Alla tecnica leghiamo poi la parola lavoro. Se una conoscenza tecnica ben strutturata permette di mettere in pratica comportamenti produttivi e consapevoli, allora nel lavoro uno dei primi investimenti da fare è quello sulla conoscenza tecnica. Maggiori sono la formazione tecnica e le risorse conoscitive a disposizione delle persone e maggiori saranno la produzione e la qualità in ambito lavorativo. 

L’etica non c’entra, non parliamo di moralità, ma di puro principio produttivo: come si realizza un buon lavoro. Uno scienziato può studiare l’energia nucleare e avere una buona formazione scientifica, che gli permette di mettere in pratica una tecnica utile al raggiungimento del suo obiettivo lavorativo: la costruzione di un ordigno nucleare, per esempio. 

Lo scienziato avrà svolto un compito tecnico, che esula dal giusto o sbagliato. Come verrà utilizzato il prodotto del suo lavoro è un altro paio di maniche, che non rientra nel nostro ragionamento su tecnica e lavoro. Lo stesso vale per chi svolge un ruolo educativo. Sebbene si parli di un contesto lavorativo in cui si è in stretta relazione con delle persone – spesso in crescita e quindi ancora piuttosto labili sul piano intellettivo e morale – il lavoro tecnico è differente dalla moralità. 

L’educatore ha infatti il compito di portare a termine il proprio obiettivo: formare la persona. E maggiori saranno le sue conoscenze scientifiche sulle tecniche educative e maggiori saranno le percentuali di riuscita del proprio obiettivo lavorativo. 

Oggi il ruolo dell’educatore è fortemente sminuito, già in partenza: dalla selezione e l'organizzazione del lavoro alla considerazione sociale della formazione e del ruolo educativo. La selezione degli insegnanti è organizzata da concorsi, che si accavallano con altri concorsi, che si intrecciano con finestre che aprono le porte dell’educazione a persone che hanno titoli formativi pressoché nulli (un esempio: un diplomato magistrale senza alcuna formazione scientifica può insegnare a fianco di un laureato che ha passato anni a studiare).

Gli insegnanti, inoltre, accedono alle scuole con i canali più diversificati: chiamata per graduatoria, cooperative, interinali e messe a disposizione, senza una buona regolamentazione: spesso due educatori che possiedono lo stesso monte ore di lavoro e gli stessi obiettivi lavorativi da raggiungere hanno contratti e retribuzioni differenti e modalità burocratiche a cui attenersi distinte. Questo sistema non crea collaborazione, non favorisce il lavoro in team e una strutturazione utile a un buon lavoro. 

Se gli obiettivi tecnici si confondono o, peggio, vengono superati da obiettivi burocraticieticipolitici o sociali, allora l’obiettivo lavorativo difficilmente sarà raggiunto con buoni margini di successo. L’organizzazione del lavoro attraverso questo complicato sistema selettivo non aiuta allo svolgimento di un buon lavoro. Se da un lato la selezione così descritta ha come risultato finale liste numerose di insegnanti ed educatori, dall’altro ci si trova – all’inizio di ogni anno scolastico – con il problema della mancanza di insegnanti. Qui la falla organizzativa del lavoro si fa lapalissiana.

A questo fatto si aggiunge il sempre più esile rispetto che educandi e famiglie portano al ruolo dell’educatore. Le motivazioni alla base sono principalmente sociali e culturali ed esulano da un discorso tecnico. Quello che possiamo sottolineare in questa sede è che già in fase di partenza il lavoro nella sua accezione puramente tecnica è messo fortemente in difficoltà, e si creano grandi lacune produttive e di ricchezza.

Ultima temine delle nostre parole chiave è educazione. La tecnica del lavoro educativo, oggi, è fondamentale perché permette di recuperare lacune e debolezze che stanno segnando molto le giovani generazioni. L’educazione, infatti, parte da studiosi che amano la scienza e le materie umanistiche e per applicare una buona tecnica del lavoro educativo fanno sacrifici e mettono in campo moltissima passione e volontà.