Dire, fare, insegnare
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Valutazione a distanza: come fare?

Cristiano Corsini, professore associato di Pedagogia sperimentale, in quest'intervista ci ha spiegato come portare avanti la valutazione degli studenti durante la didattica a distanza.

Metodologie  Gestione della classe 
04 maggio di: Cristiano Corsini
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Cristiano Corsini è professore associato di Pedagogia sperimentale all'Università Roma tre. La sua attività di ricerca è finalizzata principalmente all’analisi dei paradigmi, degli approcci e delle scelte metodologiche che caratterizzano le prassi valutative di scuole, università, docenti e istituti preposti alla valutazione educativa. Lo abbiamo intervistato, focalizzandoci in particolare su come può avvenire la valutazione durante la didattica a distanza

Lei si occupa di “docimologia” e di “pedagogia sperimentale e valutazione scolastica”. Di che cosa si tratta?

La docimologia si occupa di studiare in maniera sistematica strumenti e processi della valutazione in campo educativo. L’aver fatto emergere una serie di elementi che rendono iniqua la valutazione, per cui sul voto dato pesano non solo gli apprendimenti di studentesse e studenti, ma anche idiosincrasie e scelte errate da parte di chi insegna, rappresenta senza dubbio uno dei contributi più rilevanti apportati dalla docimologia allo sviluppo delle scienze dell’educazione.
Quanto a “pedagogia sperimentale e valutazione scolastica”, posso dire che le indagini empiriche in campo educativo, e in particolare quelle che si occupano di valutazione, ci hanno consentito di capire quali approcci e strategie valutative incidono positivamente sull’apprendimento e quali invece lo ostacolano.

Quali sono i risultati più significativi che ha raggiunto con le sue ricerche sul tema della pedagogia sperimentale?

Ho rilevato che l’indicatore di “valore aggiunto” usato per misurare l’efficacia delle nostre scuole e basato sui risultati degli studenti ai test non può essere considerato una misura valida e affidabile, sebbene possa essere impiegato con qualche costrutto da docenti e dirigenti per ragionare sugli apprendimenti. Poi ho lavorato sulle prove Invalsi: analizzandole, ho riscontrato che esse possono essere utili per rilevare alcune abilità e conoscenze, ma non rappresentano affatto una misura valida delle competenze. Infine, assieme a Irene Scierri, replicando alcune ricerche condotte in passato da Irene Biemmi abbiamo riscontrato come i libri di testo trasmettano ancora oggi stereotipi sessisti.

Quali sono le differenze più significative tra “valutazione in presenza” e “valutazione a distanza”?

Premetto che noi sappiamo che se usiamo e facciamo usare la valutazione non come premio o punizione ma come mezzo di insegnamento e apprendimento insegniamo meglio e i nostri studenti apprendono di più. Tuttavia, questo patrimonio di conoscenze è ancora scarsamente diffuso nelle scuole e nelle università: i docenti troppo spesso usano la valutazione come un’arma che obbliga gli studenti a studiare. Questo non solo non produce buoni apprendimenti, ma rende la valutazione un rapporto insano, basato su una radicale sfiducia da parte dell’insegnante, che sa che lo studente può essere disposto a imbrogliare pur di ottenere un buon voto.
In questo momento, il problema di troppi docenti è che prima erano convinti che la presenza garantisse loro un controllo sufficiente sulle strategie messe in atto dagli studenti, e adesso sono disorientati perché hanno smarrito questa sicurezza. 

In realtà, esistono strumenti per valutare certi processi anche a distanza in maniera accurata, ma il problema prima ancora che tecnologico è pedagogico. Insomma, dovremmo chiederci: perché valutare? Se siamo in grado di rispondere concependo la valutazione come un processo che arricchisce apprendimento e insegnamento, nella valutazione a distanza possiamo usare strumenti come Flipgrid, Google forms, Socrative e mille altri per documentare il percorso di ciascuno studente e fornire feedback rigorosi, tempestivi e utili sia in sincrono sia in asincrono, sia individualmente sia collettivamente. Altrimenti, le “soluzioni” sono assurde, grottesche ed eticamente discutibili, come quelle che prevedono di puntare la webcam sulle mani o sul volto di uno studente per controllare che non imbrogli. Ricordiamoci che la valutazione è una forma di insegnamento, e che se valutiamo così riduciamo l’insegnamento a un addestramento forzoso, col risultato che imparerà qualcosa di significativo solo chi è già portato per farlo.

Qual è la chiave per una buona valutazione nella didattica a distanza?

In questa fase di distanza forzata credo che sia importante fare due cose:

  1. non brandire il voto come un’arma;
  2. impegnare studentesse e studenti in attività costruttive.

Molte famiglie stanno attraversando un momento difficile, dovuto alla “segregazione” e, in molti casi, anche alla preoccupazione per le difficoltà economiche che questa crisi sta comportando. Piuttosto che un voto (ammesso e non concesso che il voto avesse senso prima), in questa fase è fondamentale fornire riscontri sul lavoro svolto – sugli aspetti positivi, su quelli da migliorare – e dare indicazioni sulle cose da fare per migliorare.

Piuttosto che stigmatizzare gli errori, possiamo impiegarli come opportunità educative. Questo impiego costruttivo dell’errore è però vincolato a una seconda scelta: usiamo la tecnologia per impegnare gli studenti in attività interessanti, che consentano loro di mettere in gioco, con una certa autonomia, conoscenze e abilità per affrontare dei compiti di realtà.
Personalmente, in questi giorni, ho chiesto alle mie studentesse e ai miei studenti di produrre videolezioni su argomenti a scelta. Dovranno insomma apprendere per insegnare. Le loro lezioni saranno caricate sulla piattaforma on-line del corso: il resto della classe potrà scaricarle e poi discuterle in un apposito forum. Io fornirò, sia individualmente e in asincrono sia nel corso di webinar collettivi, feedback sulle lezioni svolte: non assegnerò voti, ma solo consigli sulle cose da migliorare.

Questa è la “valutazione autentica” e viene condotta, tenendo conto dei diversi livelli di autonomia e maturità, anche a scuola. Può essere realizzata anche in presenza, ma credo che sia particolarmente preziosa proprio in questa fase di distanza forzata, perché è un tipo di valutazione che impegna e al tempo stesso gratifica, dato che prevede una partecipazione attiva di studentesse e studenti nella scelta di materiali, nella messa a punto di prodotti e nella loro condivisione. Tuttavia, e questa è una cosa che chi insegna ancora fatica a comprendere, questo processo va quanto più possibile liberato dai voti.
Se la liberiamo dalla tirannia del voto, la valutazione può essere concepita come relazione supportiva, che riavvicina studentesse e studenti alle cose da apprendere e li aiuta a dare senso al momento che stiamo attraversando. Se continuiamo a concepire la valutazione come voto che premia o punisce, nessuno strumento tecnologico ci sarà d’aiuto, perché non esistono mezzi in grado di conferire senso a fini insensati.