Dire, fare, insegnare
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Andrea Moro: neuroscienze e linguaggio

In occasione delle Romanae Disputationes abbiamo intervistato Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, che ci ha parlato di linguaggio, didattica e neuroscienze.

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01 aprile di: Redazione

In occasione del suo intervento alle Romanae Disputationes 2020 abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, che ci ha raccontato dell'importanza di imparare più di una lingua, di come il digitale e l'apprendimento linguistico si intersecano e del rapporto tra insegnamento delle lingue e le neuroscienze. 

Oltre al video, che potete vedere qui sopra, ecco la trascrizione dell'intervista.

L’insegnamento della grammatica delle lingue tiene conto secondo lei dei recenti studi di neurolinguistica? 

No. E per fortuna. Perché gli studi di neurolinguistica sono degli studi che riflettono fondamentalmente come funziona il cervello dal punto di vista inconscio. Noi non sappiamo quali sono i circuiti, le modalità con cui il cervello si attiva. Sarebbe come chiedere se chi impara a fare salto in alto tiene conto della relatività di Einstein, che certamente c'entra con la gravità.
Me la sono cavata con una battuta, ma quello che intendo dire è che la neurolinguistica non è un aiuto diretto alla didattica, salvo in un caso: quando noi abbiamo la certezza che l'apprendimento del linguaggio nei bambini è fondamentalmente diverso rispetto a quello negli adulti. Però questa è una nozione molto grande, uno spartiacque clamoroso che ci deve far capire che i metodi devono essere diversi, ma non nel dettaglio. 

L’utilizzo degli strumenti digitali modifica lo sviluppo e l’apprendimento del linguaggio? 

Direi proprio di no. Per fortuna l’apprendimento del linguaggio è un fenomeno neuro-fisiologico e nessuna apparecchiatura elettronica è in grado di interagire modificando questi meccanismi. Possono essere degli aiuti, nel senso che invece di portarsi in giro un dizionario di cinque chili, una persona ce l’ha nel telefono e quindi può avere una facilità in questo senso.
Però non c’è mai un legame diretto tra queste modalità elettroniche e la struttura cerebrale, che invece continua per conto suo. Spesso mi chiedono se le abbreviazioni degli sms, dei messaggi, contribuiranno ad atrofizzare la capacità linguistica: direi di no. Anche in questo caso me la cavo con una battuta: se fosse vero che le abbreviazioni sono problematiche l’impero romano sarebbe durato cinque minuti perché basta prendere una qualsiasi epigrafe per vedere quant’era il grado di riduzione. 

Lo studio di molte lingue diverse fin da piccoli aiuta effettivamente la flessibilità delle strutture cerebrali? 

Questo sì. La poliglossia – cioè l’apprendere più lingue – aiuta in genere per l’apprendimento non solo delle lingue ma anche di altre manifestazioni cognitive, anche se all’inizio potrebbe esserci magari un micro-rallentamento per ogni singola lingua, sul dizionario.
Ma si è scoperta un’altra cosa molto importante: quanto più un individuo conosce lingue tanto più, in età adulta, se malauguratamente dovessero esserci patologie degenerative come il morbo di Alzheimer, i sintomi sono di molto ritardati. Quindi l’acquisizione di più lingue serve, in un certo senso, come profilassi almeno per le manifestazioni dei sintomi: quindi incoraggiare tutte le lingue. E anche i dialetti, che sono lingue a tutti gli effetti.