Dire, fare, insegnare
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I quartieri immaginati: dal Milione di Marco Polo alle Città invisibili di Italo Calvino

Marco Marmeggi, docente di italiano e autore di libri per ragazzi, ci racconta Italo Calvino e il suo rapporto con l'Oriente e l'altrove, proponendo una chiave didattica innovativa.

Grandi insegnanti 
09 ottobre di: Marco Marmeggi
copertina

Il 29 marzo del 1983 Italo Calvino tiene una conferenza in inglese agli studenti della Columbia University di New York. Parla de Le città invisibili (Einaudi, 1972), una raccolta di città visionarie che fluttuano nell'altrove orientale che Marco Polo ha raccontato in una delle opere più famose al mondo, Il Milione. In pratica, la prima grande guida di viaggi della storia moderna.

Riesco quasi a immaginarlo Calvino a cinquantanove anni, camicia chiara sotto cravatta scura, il naso dritto, le grosse sopracciglia nere, rivolgersi a una platea di ragazzi americani parlando loro di città che non esistono, a loro che vivono in una delle megalopoli più importanti del mondo. Calvino racconta di sé e del suo modo di scrivere, dice di raccogliere le proprie idee strada facendo, dandogli una forma che poi archivia in decine di cartelle.

Spiega che con Le città invisibili è avvenuta la stessa cosa. Il Calvino scrittore progetta il romanzo viaggiando e spostandosi di città in città, di conferenza in conferenza. Ogni tanto si ferma e apre il taccuino – un oggetto che non dovrà mai mancare nelle tasche dei ragazzi -, si guarda intorno, scrive e lo richiude. Se Marco Polo usa la dimensione del viaggio per esplorare e quella della scrittura per testimoniare, Calvino fa l'esatto contrario. Usa il viaggiare, e quindi la realtà con cui entra in contatto, per generare un mondo fantastico.

«Che cosa è oggi la città, per noi?», si domanda, nel lungo discorso all'università americana. «Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni, di linguaggio; le città sono luoghi di scambio […], scambi di parole, di desideri, di ricordi».

Penso che la chiave didattica stia proprio qui, in questo approccio dello scrivere di luoghi immaginari partendo dalle realtà urbane, sognare, incrociando il piano della realtà con quello della finzione, la profondità storica con le prospettive e le problematiche contemporanee.

L'eredità che Calvino deve al Milione - «libri», sosteneva, «che diventano come continenti in cui altre opere letterarie troveranno il proprio spazio» - è la stessa che altre opere importanti devono spartire con lui. Il poemetto incompiuto di Coleridge, Visione in un sogno (1816), il racconto Messaggio dell’Imperatore di Kafka (1918), il bellissimo romanzo di Buzzati, Il deserto dei Tartari (1940). Ecco, con gli studenti inizierei da qui. Dalla mappatura di un orizzonte geografico e letterario che da un antico Oriente medievale arriva a noi, una carta che tenga insieme le storie dei viaggi di Marco Polo con le esperienze contemporanee, con gli immaginari che, a loro volta, queste opere hanno prodotto.

Poi, la parte più difficile e il solito dilemma. In che modo è possibile passare dalla conoscenza allo sviluppo delle competenze su un tema letterario di questo tipo? La risposta, sulla carta, appare meno complessa della sua realizzazione. Si può fare rovesciando i ruoli e ripensando lo spazio. Quello dell'aula e quello del “fuori”. Una delle spinte principali che muove Calvino nella stesura de Le città invisibili è la critica, e nello stesso tempo la fascinazione e la scoperta, della città contemporanea come punto terrestre di incontro e relazione. È possibile trasformare gli studenti in giovani Marco Polo calviniani che raccontano i loro spazi urbani invisibili attraverso un laboratorio di scrittura creativa? È possibile immaginarli, taccuino alla mano, un libro piegato in tasca, osservare le piazze di periferia o le statue del centro storico e prendere appunti durante la loro vita, i loro itinerari, travolti dalle grandi passioni dell'adolescenza?

Credo di sì, mi piace pensare che persino la classe stessa possa diventare una città composta da quartieri invisibili, immaginati e raccontati dagli studenti. Anche la nostra aula potrebbe trasformarsi nella città di Ottavia, forse una delle più belle tra le città sottili raccontate da Calvino. È un piccolo centro “urbano” sospeso su un precipizio di montagna, sensibile al vento e alle nuvole in corsa. La città è formata da una ragnatela di corde da crepaccio a crepaccio, corde spesse che sostengono case appese, fatte di ceste, amache e sacchi di stoffa. È una vita che si affaccia sull'abisso, precaria come la vita di ognuno di noi. Mi piacerebbe che la classe diventasse quella città, che si trasformasse nella città invisibile di Ottavia. Alle corde che incroceremo sulla nostra testa, sopra i banchi e la cattedra, appenderemo i nostri quartieri immaginari e ci sentiremo, se non proprio a casa, almeno in un posto in cui è permesso sognare.

Pier Paolo Pasolini, in Saggi sulla letteratura e sull'arte, attribuiva a Calvino e alle sue città invisibili il dono di essere il prodotto del lavoro di un giovane scrittore. «Solo un ragazzo», scrive Pasolini, «può avere […] un umore così radioso, così cristallino, così disposto a fare cose belle, resistenti e rallegranti».

Rileggo le sue parole. Mettono speranza.

Bibliografia

  • Italo Calvino, On Invisible Cities, Columbia, n.8 pp.37-42, 1983
  • Saggi sulla letteratura e sull'arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, I meridiani Mondadori, 1999