Dire, fare, insegnare
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Il processo a Don Abbondio: stabilire relazioni e mettere in gioco punti di vista

Luigi Novi, docente, giornalista e fondatore della piattaforma Prof on the road, condivide con noi un’esperienza di insegnamento che ha sfruttato appieno le potenzialità del role playing come strumento didattico.

Esperienze di insegnamento 
23 febbraio di: Luigi Novi
copertina

“È facile essere coraggiosi, quando i bravi (di Manzoni) davanti se li è trovati un altro!” questa frase mi ha dato la possibilità, la scorsa settimana, di aprire un lungo dibattito sul primo personaggio dei Promessi Sposi che i ragazzi di terza hanno incontrato, ovvero don Abbondio. Il curato, che avrebbe dovuto sposare Renzo e Lucia, ha colpito veramente molto l'attenzione dei miei studenti facendoli sorridere tantissimo e allo stesso tempo suscitando in loro anche tanta delusione. Così ho coinvolto i ragazzi in un'attività abbastanza sui generis per la loro età catapultandoli in un'aula (virtuale) di tribunale nella quale accusare e difendere il personaggio manzoniano. La metodologia applicata è quella del role playing, utile per dare la possibilità agli studenti di indossare i panni di un’altra persona e soprattutto fondamentale per far capire loro come si stabiliscono relazioni nell’ambito di un complesso processo di comunicazione. E così in una delle nostre tante lezioni in Google Meet i ragazzi si son fatti trovare divisi in gruppi: da una parte l'accusa, dall'altra la difesa con in mano fogli e foglietti sui quali hanno scritto le arringhe, pronte a essere recitate davanti al gruppo della commissione di giudici chiamata a emettere il verdetto finale. In aula è presente anche l'imputato don Abbondio.

Don Abbondio è il curato del paese, un prete che non ha una vocazione spirituale ma di convenienza, simboleggia chi, pur investito di responsabilità istituzionali, si piega al più forte; è, quindi, un personaggio meschino e reietto, un succube che tenta di avere il minor danno proprio a discapito degli umili. L'accusa sembra avere tutte le carte in regola e va all'attacco.

Inizia il processo.

"Signori giurati, accusiamo don Abbondio, curato del paese, perché è stato un codardo, un egoista che si è ispirato alla regola di scansare tutti i contrasti e cedere quelli che non può scansare. Oggi siamo qui quindi perché abbiamo preparato svariate accuse in quanto abbiamo trovato le prove sulle ingiustizie commesse da don Abbondio nei confronti della Chiesa Cristiana. Ora passo la parola ai miei colleghi"

Il processo diventa interessante.

"Signori giurati, il nostro imputato è un fifone, un egoista ed è disposto a scappare da qualsiasi cosa con la coda tra le gambe. Se andiamo a ritroso nella storia possiamo verificare il fatto che egli non abbia deciso di diventare prete per vocazione, ma per convenienza. Convenienza! Avete capito bene? Sì, perché don Abbondio, signori miei, si è fatto prete solo per godere dei vantaggi di una classe forte e riverita e per poter vivere al riparo dai pericoli del mondo. L'imputato, quindi dà la prova di essere un pessimo esempio per raffigurare la chiesa corrotta e rappresentare le debolezze umane. Il nostro curato è talmente debole che all'incontro coi bravi è bastato soltanto sentir nominare don Rodrigo per farsela addosso e rimandare, senza alcun valido motivo, il matrimonio tra due innamorati. Per questo, signori giudici, chiediamo una pena salata. Passo la parola al mio collega"

Avete un bel futuro, ragazzi miei! Vi terrò presente sicuramente se un domani dovessi aver bisogno di un avvocato!

Tocca, poi, alla difesa.

"Signori della giuria, il nostro imputato don Abbondio non può essere condannato. È un uomo debole, è vero. Ma è stato costretto a schierarsi dalla parte del più forte soltanto perché è stato minacciato da un prepotente qual è don Rodrigo. Signori miei, don Abbondio non avrebbe voluto ritrovarsi in questa situazione, ve lo assicuriamo. Egli, inoltre, sarebbe stato ucciso se avesse rifiutato l'ordine di don Rodrigo. Ha avuto, dunque, solo tanta paura e non dimentichiamoci che è un essere umano e non possiamo condannarlo solo perché ha avuto poco coraggio"

"Don Abbondio è stato accusato ingiustamente e non può essere condannato perché non farebbe mai del male a nessuno. Cerchiamo di metterci nei suoi panni qualora ci ritrovassimo anche noi di fronte a due bravi, ovvero a due criminali al servizio di un prepotente"

La difesa cerca a tutti i costi di giustificare le azioni del povero don Abbondio, che è succube del suo tempo, della sua epoca e delle ingiustizie presenti in essa. Non riuscendo ad affrontarle tenta perciò di scansarle. Viene paragonato ad un vaso d'argilla che viaggia insieme ad altri vasi di ferro su un carro. Egli risulta vittima della società perché non possiede un carattere forte e determinato.

" (...) infatti, signori giurati, egli non era nato con un cuor di leone ed era un vaso di terracotta in mezzo a tanti vasi di ferro"

Leggendo il romanzo, lo scrittore vuole attirare il suo lettore verso l'interiorità psicologica del personaggio. E Alessandro Manzoni ci riesce alla grande.

"Obiezione. Obiezione. Non sono d'accordo con la difesa, che ha cercato di trasformare i difetti di don Abbondio in pregi. Ma quale esempio può darci un curato che agisce in questo modo? E quale esempio può mai dare a chi vorrebbe intraprendere la strada della vocazione? È inutile giustificare don Abbondio perché tradendo due umili promessi sposi è come aver tradito Dio!"

Gli animi si accendono, il confronto si infiamma. E un po' mi diverto ad ascoltarli. Sono proprio entrati nella parte! A un certo punto li devo fermare per dare la parola all'imputato.

Don Abbondio:

"Sono sicuro che quello che ho fatto è sbagliato e non nego sicuramente che da curato quale sono io debba rispettare gli obblighi che mi impone l'abito ecclesiastico. Devo essere sincero, so di aver sbagliato e che avrei dovuto fregarmene delle minacce dei bravi, ma umanamente dovete pensare che in quella situazione non avevo altra via di scampo. Mi avete accusato di non essere un prete per vocazione, è vero. Ma l'ho fatto per far felice la mia famiglia che mi voleva. Voi mi accusate, ma non sapete cos'è davvero successo durante il colloquio. Io penso che tutti, e dico tutti, aveste agito come me dinanzi a quelle minacce"

Torto o ragione? Non c'è un proprio e vero verdetto finale perché i membri della giuria non riescono a trovare un accordo. Guardando don Abbondio, domina lo sguardo affettuoso, ironico e non inquisitore dei giurati, che è lo stesso di Manzoni, che davanti all'altro non condanna, ma accoglie tutta la fragilità e la perdona.

Attraverso quest’attività i ragazzi hanno imparato non solo a muoversi in situazioni problematiche, ma anche a conoscere meglio se stessi, a dialogare con gli altri e a mettere in gioco i loro punti di vista. Tengo a sottolineare che il role playing non è assolutamente la ripetizione di un copione, ma una vera e propria attività mediante la quale i ragazzi sono al centro dell'azione e devono recitare spontaneamente secondo l'ispirazione del momento.