Dire, fare, insegnare
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L'arte del fumetto e la satira in classe: intervista a Daniele Caluri

Daniele Caluri, noto fumettista e professore di storia dell'arte, ci ha raccontato della sua esperienza dentro e fuori dall'aula: dal ruolo del fumetto nell'arte alla satira come strumento didattico.

Grandi insegnanti 
16 settembre di: Daniele Caluri
copertina

Daniele Caluri è autore di fumetti da 35 anni, durante i quali ha collaborato, tra gli altri, con Feltrinelli, Bonelli e Il Vernacoliere. Come autore unico ha creato le serie di Fava di Lesso, Nedo, Luana la Bebisìtter e, in collaborazione con Emiliano Pagani ai testi, ha creato le serie di Don Zauker e Nirvana. È inoltre disegnatore per Martin Mystère e Dylan Dog. Caluri è docente di disegno e storia dell’arte presso il liceo scientifico Federico Enriques di Livorno.

Dalla sua penna sono usciti personaggi storici del Vernacoliere, come Don Zauker, Fava di Lesso, Luana la Bebisìtter, oltre a collaborare anche a Martin Mystere e Dylan Dog per Bonelli: qual è il suo personaggio preferito?

Quando mi chiedono questa cosa soffro tantissimo, perché è come se mi chiedessero se sono più affezionato alla mia gamba destra o alla sinistra. Non riesco a rispondere, perché ognuno di questi personaggi ha rappresentato una tappa importantissima non solo del mio lavoro, ma della mia vita in generale. Di certo posso dire che provo più affetto per i personaggi che ho inventato io, piuttosto che per quelli già codificati da altri.

Un noto fumettista di satira in classe: quanto incide la sua professione artistica nel suo ruolo di docente?

Molto poco, se ci riferiamo strettamente alle mie storie. Questo perché tendo a non parlarne in classe e a tenere ben separate le due anime, quella del fumettista e quella dell’insegnante. Si potrebbe pensare che, data la natura di molti miei fumetti, caratterizzati da un umorismo feroce e senza filtri, lo faccia per una questione di delicatezza, visto il mio ruolo. In realtà è dovuto al fatto che il modo che ho di insegnare, oltre che appassionato, è costellato di aneddoti, battute, provocazioni, esempi presi dalla vita reale e contemporanea utilizzati per fare collegamenti pirateschi. I ragazzi sanno che poi delle molte cose che presento loro dovranno parlarmene il più approfonditamente possibile, ma in questo modo il percorso risulta loro più scorrevole ed efficace. O forse è solo una scusa per renderlo più tollerabile a me.

Poi, c’è da dire che insegno storia dell’arte, ovvero la storia di personaggi il cui ruolo, fra gli altri, è stato quello di rompere le convenzioni, i linguaggi tradizionali, per inventare un immaginario ancora da venire rispetto ai tempi in cui sono vissuti. Dei rompiscatole, in molti casi. E quindi la cosa mi viene particolarmente congeniale.

Ad ogni modo, qualcuno prima o poi lo viene a sapere comunque che ho a che fare con i fumetti e la satira, e mi fa domande a cui rispondo volentieri. Ma senza dilungarmi troppo, ché il tempo a disposizione degl’insegnanti di Disegno e Storia dell’Arte, purtroppo, è risicatissimo.

Quanto la tecnica del fumetto è utilizzata nel suo approccio didattico?

Poco, se si escludono rari disegni molto schematici che posso fare alla lavagna se c’è da chiarire qualche concetto. Per il resto, mancano (almeno, per quanto ne so) produzioni a fumetti inerenti la mia materia che possano essere utili alla didattica. Ed è un peccato, perché contrariamente a quello che ancora pensano in molti in ambito accademico, il fumetto è un linguaggio potentissimo. Semplicemente, come tutti i linguaggi, può essere usato per intrattenere in modo superficiale e infantile, ma anche per aprire porte, creare mondi e suggestioni, fornire importanti spunti di riflessione e di studio. L’errore di fondo sta nel fatto che tanti lo considerano testo – oltretutto sintetizzato – accompagnato da illustrazioni; da qui la bassa considerazione in confronto ai libri di letteratura, saggistica, narrativa. In realtà il fumetto vive dell’interazione profonda fra le due componenti, interazione che, se saputa sfruttare bene, fornisce possibilità uniche a chi se ne serve.

Ci consiglia un fumetto da utilizzare in classe?

Capire il Fumetto di Scott Mc Cloud. Il miglior trattato di educazione al fumetto e al linguaggio visivo in genere.

Pensa che il fumetto dovrebbe avere più spazio nell’insegnamento della storia dell’arte a scuola?

Penso che più spazio a scuola dovrebbe averlo l’insegnamento all’educazione visiva in genere. Perché mi è capitato di notare quanto ci siamo disabituati a decodificare le immagini con competenza, il che è un paradosso, dal momento in cui viviamo nell’epoca in cui forse siamo più bombardati da esse, in tutta la storia dell’uomo. Il fumetto è un fenomeno recente, se rapportato all’intera storia dell’arte, e in essa affonda le radici. Per cui sì, sarebbe bello parlarne più approfonditamente, se non altro considerando come e quanto abbia influenzato l’immaginario collettivo nell’ultimo secolo. Ma, pur essendo un linguaggio giovane, vanta una produzione sterminata, e credo che necessiterebbe di un corso apposito, un po’ come fanno col cinema in certi esami universitari. Impensabile, temo.

La satira può essere uno strumento utile per il coinvolgimento degli studenti? Lei ne fa uso?

Sì, certo. Ho notato che a volte una battuta o un’osservazione salace, riescono a fissare un concetto, un passaggio, meglio di mille schemi. Questa cosa mi proviene dal carattere che ho e da un insegnante di inglese che ebbi per un solo anno in seconda media. Pretendeva molto, ma era divertentissimo per come conduceva le lezioni: credo di dovere a lui le regole grammaticali di quella lingua che tuttora mi sono rimaste impresse. Penso che l’autorevolezza di un insegnante non risieda nel rigore con cui imposta il suo rapporto con gli studenti, con cui erige la barriera docente-discente; la trovo una prassi ottocentesca. Penso piuttosto che l’autorevolezza si configuri in base all’efficacia con cui si riesce a trasmettere non solo l’insieme di informazioni, ma soprattutto l’interesse verso una branca del sapere. E quindi ben vengano pratiche meno convenzionali, qualunque cosa voglia significare. Nel mio caso, affrontare tematiche spesso molto serie, spesso corredandole di battute satiriche o dissacratorie.

Ci commenta il rientro in classe a settembre con uno schizzo?

Ve ne regalo uno calzante.