Dire, fare, insegnare
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A scuola di emozioni: conoscere e riconoscere la rabbia

La nostra intervista a Stefano Rossi, psicopedagogista e formatore, che interverrà a Edufest 2024 parlando di didattica operativa e educazione emotiva.

News ed eventi 
17 maggio di: Redazione
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A scuola, secondo lei, si educa abbastanza alle emozioni o è un'attenzione che si pone solo alla scuola dell'infanzia?

Inizierei subito con una dichiarazione un po’ provocatoria: mi sarebbe piaciuto che ci fosse stato, nell'era della transizione digitale che ha visto ingenti finanziamenti per l'innovazione digitale delle nostre scuole, un tale interesse anche per l'educazione emotiva. Il lato positivo è però che io negli ultimi negli ultimi anni ho formato circa 800 scuole, e le ho formate sui temi dell'educazione emotiva. Perché oggi gli insegnanti di tutti gli ordini di scuola si devono confrontare con bambini e ragazzi che arrivano a scuola con un cuore pieno di sassi. Qual è il problema? Quando un adolescente o un bambino ha “un cuore pieno di sassi”, nel tentativo legittimo di trovare un po’ di pace, d’impulso può fare due cose: per prima cosa, scagliare i sassi versi l'altro; ecco allora che si presentano comportamenti oppositivi, comportamenti tempesta, comportamenti ostili. Di contro abbiamo molti ragazzi, e in particolare molte ragazze, che scagliano questi sassi pesanti verso se stessi. Abbiamo allora l'autolesionismo, l'automotificazione, l'ansia, il panico, la disistima.

Gli insegnanti secondo me, negli ultimi anni, sono diventati sempre più consapevoli dell'importanza dell'educazione emotiva. Quello che io faccio con le mie conferenze, per genitori e insegnanti, ma anche per i ragazzi, è far capire che l'educazione emotiva è l'arte di trasformare i sassi in parole. Con questa trasformazione riusciamo a dare un senso al nostro dolore e riusciamo a connetterci empaticamente con l'altro, sia esso insegnante o genitore.

Numerose ricerche evidenziano come, soprattutto post pandemia, negli adolescenti i problemi psicologici siano sempre più diffusi e come portino in molti casi all'abbandono scolastico. Quali sono le strategie per prevenire e per curare? Lei si occupa anche di didattica cooperativa: come si applica per coinvolgere, creare ponti e disinnescare i comportamenti che nascono da questo disagio?

Rispetto al tema pandemia è opportuno dire che la fragilità manifestata dai nostri ragazzi, in particolare dagli adolescenti, è una fragilità preesistente. Io lo spiego in questi termini: siamo nella società della prestazione nella quale ai nostri figli, ai nostri ragazzi, non viene più chiesto di essere semplicemente bravi, ma viene chiesto di essere vincenti, perfetti, eccellenti. La società della prestazione è una lama, è la società dell'automortificazione, dell’ansia. Qual è il vantaggio della didattica cooperativa? La didattica cooperativa alterna momenti di spiegazione frontale, che dobbiamo eliminare, ma più brevi, con piccole attività in coppie o terzetti cooperativi, che nel mio metodo sono già strutturati e semplici per il docente. Nel mio metodo cooperare vuol dire imparare a prendersi cura gli uni degli altri. Questo perché in un mondo sempre più digitale, dove per molti aspetti i nuovi adolescenti fuggono dal reale e preferiscono le interazioni virtuali, noi dobbiamo riallenare bambini e ragazze a stare occhi negli occhi, a riscoprire la gioia ma anche la fatica di stare “occhi negli occhi” nel mondo reale.

Nel suo intervento a Edufest si concentrerà sull'emozione della rabbia. Si tratta di un'emozione sempre negativa nei bambini e nei ragazzi oppure può essere sublimata e trasformarsi in auto-motivazione? Come si fa a far comprendere ai bambini qual è il confine tra una legittima emozione e la maleducazione (non socialmente accettabile)?

Dobbiamo distinguere tra rabbia e violenza. Quello che cercherò di spiegare nel mio intervento Edufest è che la violenza è un comportamento sempre inaccettabile, la rabbia invece è un sensore prezioso, è una spia che si accende nel cruscotto delle nostre emozioni, che ci segnala la violazione di un confine. I bambini e i ragazzi che sentono di non poter accedere allo scudo protettivo della rabbia giusta, ovvero del “no”, finiscono per cadere nella rete di bulli. La lezione della rabbia giusta è non dire mai un sì a qualcuno, che sia un no a se stessi. E questa è una lezione d'amore molto importante.