Dire, fare, insegnare
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Raccontare storie

Il 9 febbraio chiudono le iscrizioni al concorso di narrativa per studenti Opera prima. In quest'occasione Simone Invernizzi ci racconta perché è importante partecipare e perché, nel nostro mondo, ha ancora senso raccontare storie.

News ed eventi 
23 gennaio di: Simone Invernizzi
copertina

Il 9 febbraio si chiuderanno le iscrizioni al concorso di narrativa per studenti Opera prima, promosso dall’Istituto Toniolo, ideato e realizzato con la casa editrice Il CastoroRomanae Disputationes e l’associazione ApiS – Amore per il Sapere

I partecipanti, chiamati a scrivere un racconto breve sul tema “Mode. Modi”, concorrono per un premio davvero unico: poter pubblicare il proprio racconto in un libro, realizzato lavorando in team con gli editor professionisti della casa editrice Il Castoro. 

Perché provare a partecipare? Che senso ha nel nostro mondo raccontare una storia?

1. Storie vecchie quanto l’uomo

Le storie occupano un posto importante nelle nostre vite, basti pensare al tempo che tutti spendiamo per ascoltarle (a tavola, alla radio, dagli amici…), per leggerle (su giornali, romanzi, racconti, fumetti…) oppure per guardarle (film, serie tv, Youtube, Instagram…): siamo dei divoratori insaziabili di storie.

Si tratta però di un’abitudine antica, da sempre l’uomo ha avuto la necessità di raccontare. Inizialmente la forma privilegiata di racconto era quella orale: miti, leggende, grandi imprese venivano raccontati di generazione in generazione, tramandandosi nel tempo.

Alcune di queste storie hanno lasciato traccia di sé ben prima dell’invenzione della scrittura, dipinte sulle pareti delle grotte paleolitiche, come la misteriosa vicenda rappresentata nella Sala del Fondo di Chauvet circa 35.000 anni fa. A un mondo senza scrittura risalgono anche le storie degli eroi di Omero, composte attorno al VIII sec. a.C. e recitate dagli aedi in vere e proprie performances artistiche durante feste e banchetti.

Nel corso del tempo le forme del racconto sono cambiate, influenzate profondamente dagli sviluppi tecnologici dell’umanità. Così l’invenzione della scrittura è stata decisiva per la nascita del teatro nell’Atene del V sec. a.C.: la storia non è più raccontata, ma è direttamente rappresentata sulla base di un testo precedentemente scritto: gli attori diventano i personaggi e la vicenda accade dal vivo davanti agli occhi del pubblico. A partire dal XV sec. la stampa a caratteri mobili ha permesso lo sviluppo del romanzo; più avanti, alla fine dell’Ottocento, l’invenzione di tecniche capaci di catturare e riprodurre immagini in movimento ha aperto la strada al prima cinema e poi alla televisione (cfr. Ong, Oralità e scrittura). Oggi l’esplosione di internet ha rivoluzionato ancora una volta il modo in cui è possibile inventare, raccontare condividere storie. Cambiano i modi e le tecnologie, cambia il pubblico, ma rimangono i racconti.

2. Perché raccontiamo storie?

Ma perché all’uomo piace così tanto raccontare storie? I motivi sono tantissimi: per comunicare credenze religiose (come i miti o i racconti della Bibbia); per dare insegnamenti morali (come le favole di Esopo); per divertire ed evadere dal peso del quotidiano (pensiamo alla cosiddetta “letteratura di consumo”, a fumetti, film e serie tv); per ricordare e non commettere più certi errori (come tanta letteratura impegnata del secondo dopoguerra); per combattere ingiustizie (come la narrativa di denuncia che si occupa di malavita e criminalità). Dante, più ambizioso, nella sua lettera a Cangrande della Scala dice di aver scritto la sua Commedia per indicare agli uomini la strada della felicità.

Ma cosa hanno in comune tutte queste riposte? Un aiuto viene dal filosofo tedesco Walter Benjamin, quando dice che raccontare è «scambiarsi esperienze». Non solo fatti, notizie o conoscenze, ma esperienze, cioè fatti, notizie e conoscenze inseriti in una prospettiva di senso, scoperti come significativi. Per questo, diceva sempre Benjamin, «il narratore», colui che racconta, «è persona di ‘consiglio’ per chi lo ascolta», e «consiglio, cucito nella stoffa della vita vissuta, è saggezza». Raccontare una storia è comunicare una saggezza, cioè la scoperta di un frammento di senso.

3. Larger than life

Gli sceneggiatori di Hollywood usano un’espressione per descrivere le storie del cinema: larger than life. L’esperienza che questi racconti devono garantire è qualcosa di più intenso, di più pieno rispetto alla vita di tutti i giorni. Gli amori, gli scontri, i successi e gli insuccessi: tutto è più grande e significativo. E poi non ci sono tempi morti (nessuno perde tempo aspettando l’autobus o in coda, a meno che questo non sia funzionale alla storia), non ci sono atti immotivati o inutili, non c’è caos, ma tutto è racchiuso in una prospettiva di ordine e di senso, che si rivela pienamente alla fine. Quando il nodo della trama si scioglie, il significato di tutto ciò che è capitato diventa palese: la morte dei genitori ha spinto Bruce Wayne a diventare Batman, le sventure di Renzo e Lucia hanno permesso ai due giovani di sperimentare la provvidenza divina.

Per questo Aristotele nella sua Poetica diceva che la poesia – l’arte del racconto – è più filosofica della storia, perché mentre la storia si occupa dei particolari, la poesia ha a che fare con gli universali. Che vuol dire che in un racconto non abbiamo solo una rappresentazione del mondo, fatti, persone e azioni (reali o immaginari, non importa), ma tutto questo è disposto secondo un ordine, una prospettiva di significato, perciò appare più interessante e più intenso.

Senza un senso – una particolare comprensione che si vuole comunicare – non può esserci un racconto. Quante volte alla fine di una giornata sapremmo mettere in ordine tutti i fatti accaduti, ma non abbiamo nulla da raccontare; al contrario, se raccontiamo una cosa è perché l’abbiamo scoperta come significativa.

Perché ci sia un racconto non bastano dei fatti (un calciatore tira un rigore e fa gol), occorre un fatto significativo, che fa capire qualcosa e così illumina tutti gli altri fatti (andate a leggere Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano per capire la differenza). Come diceva Raymond Carver: «A costo di sembrare sciocco, uno scrittore a volte deve essere capace di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa – un tramonto o una scarpa vecchia – colpito da uno stupore semplicemente assoluto». È lo stupore di un particolare che si scopre improvvisamente pieno di significato. Per questo ci piacciono tanto le storie; per questo vale sempre la pena provare a raccontare una nuova.

Bibliografia: 

  • Alighieri Dante, Epistola XIII
  • Ong Walter, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Il Mulino, 1986.
  • Aristotele, Poetica
  • Benjamin Walter, Considerazioni sullopera di Nicola Leskov, in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1976.
  • Soriano Osvaldo, Il rigore più lungo del mondo, in Fútbol. Storie di calcio, Torino, Einaudi, 2014.
  • Carver Raymond, Il mestiere di scrivere, Torino, Einaudi, 1997.
  • di Chio Federico, L'illusione difficile. Cinema e serie TV nell'età della disillusione, Milano, Bompiani, 2011.

Articolo aggiornato il 24/01