“Settembre, se fosse un momento, sarebbe le sei del mattino”: è la frase di apertura del mio libro, Chiudi gli occhi, immagina una scuola, che descrive la ciclicità insita nel nostro lavoro, fatto di albe e tramonti continui. Ogni anno, a settembre, abbiamo l’occasione di ripartire, che si ripropone, a dire il vero, tutte le volte che suona la sveglia: per quanto l’anno scolastico o la giornata siano stati sfidanti, l’estate o la notte possono prepararci a ricominciare da capo, se usati per coltivare il riposo, la contemplazione e un nutrimento buono.
Settembre rappresenta il momento della rinascita e della riattivazione, ma nella vita di un insegnante c’è un settembre, in particolare, più fecondo e vertiginoso di tutti: è quello in cui si entra in classe da docenti per la prima volta, paragonabile, in quanto a emozione e incertezza, con il momento in cui si inizia a lavorare in una scuola nuova, oppure con una mansione diversa o, ancora, dopo avere ottenuto il ruolo.
Poiché, come esseri umani, siamo attratti ma anche terrorizzati dal cambiamento, mi piacerebbe regalare qualche parola di incoraggiamento ai colleghi e alle colleghe che si apprestano a vivere un settembre inedito, consapevole di averne bisogno io per prima, per rinnovare l’energia che i nostri studenti e le nostre studentesse si meritano.
La scuola è un villaggio, non un campo di battaglia
Ho l’impressione che, per pensare la scuola, spesso si prendano in prestito parole del linguaggio bellico: si crede di doversi presentare corazzati, armati, pronti a far rigare dritto le giovani persone con cui ci si relazionerà; ci si sente gli uni contro gli altri, insegnanti contro studenti, ma anche tra colleghi, talvolta, sembrano crearsi schieramenti immodificabili. Un augurio che ci faccio è di entrare a scuola senza scendere in campo, ma piuttosto varcando la porta di un villaggio, dove ciascuno deve costruire il proprio pezzetto di vivere comune, con occhi curiosi, orecchie in ascolto e mani pronte a tendersi.
Mi piacerebbe provare a non stare sulla difensiva, a non vedere gli alunni come problemi da fronteggiare e a non paragonarsi costantemente con i colleghi sentendoci da meno. Credo non occorra alcun pugno di ferro: possiamo entrare a far parte del villaggio come adulti credibili, solidi, consapevoli del nostro ruolo di guide, ma anche certi di avere a che fare con delle persone. E siccome è difficile non percepire un minimo pregiudizio verso gli sconosciuti che incontreremo, proviamo a coltivare un pregiudizio positivo partendo da una posizione di fiducia: noi ci rispetteremo e arriveremo lontano.
Amo questa classe […]. Mi arrabbio anche tanto, ci scontriamo e talvolta sbagliamo di grosso, gli uni verso gli altri, eppure sappiamo che non ci stiamo facendo la guerra, ci stiamo accompagnando lungo un percorso accidentato. Anche quando le gambe fanno malissimo e le parole diventano pietre, percepiamo di essere nella stessa squadra, seppure con ruoli diversi.
(Chiudi gli occhi, immagina una scuola, p. 54)
La lezione è sacra, ma le persone di più
La lezione è un ecosistema delicato, a volte un po’ folle, incredibilmente fecondo (spesso, di frutti che non avevamo previsto). Nasce prima di accadere, mentre la progettiamo con lentezza e cura, e persiste oltre la sua durata, facendosi ingrediente e strumento di chi l’ha vissuta: la lezione è sacra ed è giusto che le dedichiamo attenzione, senza smettere mai di studiare.
Quando si comincia a insegnare, l’ansia da prestazione si fa sentire, ma voglio rassicurare chi è agli inizi. Con l’esperienza, si diventa più sicuri e veloci, si può imparare a staccare davvero nei momenti di riposo e ci si rende conto di un aspetto fondamentale: non siamo tenuti a non sbagliare mai, possiamo mostrare le nostre mancanze e sfruttarle per costruire un sapere più vivo insieme ai nostri studenti. Facciamoci raccontare dai colleghi più esperti le loro prime figuracce e i loro timori, che non spariscono mai del tutto: ci sentiremo più umani, meno soli e più capaci.
Soprattutto, proviamo a tenere a mente che la lezione conta e che la nostra materia ha un valore, ma le persone valgono molto di più: noi, come persone e come educatori, abbiamo sui giovani un impatto più forte del contenuto che trasmettiamo, ma soprattutto i nostri ragazzi in carne e ossa devono avere la precedenza sulla teoria che abbiamo pensato di applicare per loro e con loro. La “lezione perfetta” non esiste, proprio perché il nostro tempo insieme deve essere cucito su misura per noi, tenendo conto di chi siamo, dei nostri bisogni e delle domande che emergono lungo la strada, costringendoci anche a cambiare direzione.
Quando concepiamo la nostra lezione, dobbiamo amarla abbastanza da proporla con convinzione, ma non tanto da difenderla a ogni costo: a volte dovremo lasciarla andare, preferendole le persone che abbiamo di fronte.
(Chiudi gli occhi, immagina una scuola, p. 63)
Trova un alleato, riconosci i mentori e rimani te stesso
A volte succede che mi venga chiesto un consiglio sulle relazioni tra colleghi: come comportarsi, quando non ci sentiamo in sintonia? La risposta meriterebbe un convegno e molte voci a offrire vari punti di vista, ma provo a raccogliere alcuni spunti che ho carpito lungo la strada. Innanzitutto, suggerisco di trovare almeno un alleato: un complice, una faccia amica, anche solo un essere umano con cui abbattere il senso di solitudine che spesso ci riguarda. Ci immergiamo, ogni giorno, tra decine o centinaia di persone: da fuori, forse, è difficile intuire quanto possiamo sentirci soli, eppure non è raro sentirsi note stonate in uno spartito che non capiamo del tutto. Il confronto con un nostro pari è linfa vitale, che ci fa crescere tramite un piccolo cambio di prospettiva, ci alleggerisce con un sorriso o ci conforta con un caffè.
Riconoscere dei mentori, poi, è ancora più potenziante: non c’è niente di più formativo che osservare un buon insegnante all’opera, registrando i suoi gesti e interrogandoci sul loro senso, traendone ispirazione. Mi piace però evidenziare un rischio concreto, che in passato mi ha messa in difficoltà: “copiando” i nostri punti di riferimento, ricordiamoci di non scimmiottare atteggiamenti che non ci appartengono, di non snaturarci e di trovare il nostro stile, che è fondamentale per sentirci integri e stare bene in classe. La nostra identità merita di accompagnarci a scuola, dove possiamo continuare a crescere insieme ai nostri bambini e ragazzi.
Io – che nelle note ripongo poca fiducia e che le rifuggo ogni volta che posso – ho l’impressione che un modo per evitarle sia anche questo: guardarsi negli occhi, tra colleghi, e dirsi come si sta, cosa ci incalza con troppa violenza, cosa ci spaventa del nostro essere umani e quali false credenze ci siamo costruiti, sugli altri insegnanti, che ce li fanno vedere meno stropicciati di noi.
(Chiudi gli occhi, immagina una scuola, p. 139)
Auguro un buon inizio a tutti noi insegnanti e educatori, che siamo anche coltivatori.
La ciclicità della scuola è una danza di semine e raccolti in successione […], dove piantare un intento significa cogliere domande; irrigare quelle domande fa nascere la fiducia che crescere sia una buona idea.
(Chiudi gli occhi, immagina una scuola, p. 199)
Eleonora Orsi
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