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Presidi d’Italia. Nicola Terenzi: per cambiare gli strumenti didattici bisogna cambiare la didattica

Nicola Terenzi è il preside dell’Istituto Europeo M. Candia di Seregno (MB). In questa intervista ci racconta l’esperienza della sua scuola, che sembrava attrezzata per gestire la crisi Covid-19, ma che come le altre ha incontrato grandi difficoltà.

Tempo di lettura: 4 minuti

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Presidi d'Italia. Nicola Terenzi: per cambiare gli strumenti didattici bisogna cambiare la didattica

Nicola Terenzi, Preside dell’Istituto Europeo M. Candia di Seregno (MB), riporta l’esperienza di una scuola che sembrava attrezzata per gestire la crisi Covid-19, ma che come le altre ha incontrato grandi difficoltà perché il modello didattico pre-crisi non era applicabile utilizzando i nuovi strumenti.

Quale è stata la principale difficoltà e quale la maggior sorpresa per i Dirigenti Scolastici in questo periodo? Ci sono nuove opportunità da cogliere da questa situazione per innovare la didattica?

Nel rispondere premetto che sono il Dirigente Scolastico di una scuola paritaria, pertanto le caratteristiche peculiari del mio mestiere si differenziano in certa misura da quelle di un collega che ricopra questo incarico in una scuola statale.Per quanto riguarda la mia esperienza diretta, la principale difficoltà ha coinciso con una prima empasse organizzativa. Sebbene le strutture e gli strumenti tecnologici fossero già da tempo impiegate nella nostra didattica, questa contingenza ci ha obbligati a rivedere i criteri con cui fare scuola. Una situazione che cambia radicalmente in così breve tempo rende del tutto evidente che non è possibile trasferire un modello di scuola da uno strumento pregresso (la veicolarità in presenza) alla DaD, magari avendo la pretesa che funzioni. Per noi ha significato innanzitutto trovare altri baricentri su cui far ruotare la nostra didattica e la nostra valutazione; baricentri che, possibilmente, fossero coerenti con la contingenza.La sorpresa più grande è arrivata dal corpo docente. Passando in rassegna i lavori che i docenti inviano ai nostri studenti, sono rimasto commosso dalla cura che hanno impiegato per preparare le lezioni e i materiali. Credo che quella cura sia specchio dell’affetto che i professori hanno per i nostri studenti, per la nostra scuola e per il lavoro che stanno facendo. Vedere in modo così concreto che le persone con cui lavoro sono adulti presenti, orientati al gusto e al bene dei ragazzi, mi riempie di gratitudine.Personalmente, ho forti dubbi che da questa esperienza possano scaturire delle opportunità per innovare la didattica. Credo che il cuore dell’innovazione scolastica debba orientarsi verso le metodologie attive per l’apprendimento, verso le competenze, verso una didattica che possa essere anche orientativa. L’esperienza che stiamo facendo a distanza credo stia andando in una direzione troppo diversa. Penso però che il vero guadagno sia nel come ognuno ha reinventato la didattica in questi mesi: rimettere a fuoco cosa è essenziale, cosa è imprescindibile, cosa chiedere agli studenti e perché. Probabilmente sarà l’ardire di essersi posti assieme queste domande che darà il frutto più interessante.

Molti studenti al rientro si troveranno a dover recuperare parte del programma dell’anno passato. Quali saranno le strategie che le scuole metteranno in campo? Di cosa avranno bisogno gli insegnanti?

Molto dipende da quali saranno le indicazioni del Ministero. Una volta che sapremo cosa è richiesto che si faccia, riusciremo anche a capire quanta creatività giocare in quelle disposizioni.

L’offerta formativa per gli insegnanti è molto vasta. Verso quale tipologia di corsi indirizzerebbe i suoi insegnanti?

Come accennavo sopra, i contenuti che ritengo più interessanti sono quelli che mostrano come coniugare la didattica per conoscenze alla didattica per competenze e i relativi apparati.

Nei limiti della sua autonomia, su cosa investirà la sua scuola di più in futuro alla luce di questa esperienza?

Di certo non potremo ripartire senza essere andati in profondità nell’esperienza di questi mesi. Riflettendo su questo punto, la cosa più importante che credo di aver intuito, grazie a questa quarantena, è che la scuola è innanzitutto un luogo fatto di rapporti e di appuntamenti. Il dinamismo che si crea fra questi due elementi è la didattica. Ecco, io credo valga la pena ricominciare con l’investire soprattutto sui rapporti.

La scuola è stata criticata per la mole di compiti a casa. Con la DaD che succede? Come cambia il rapporto con le famiglie?

Il rapporto con le famiglie si è fatto più semplice, probabilmente perché questa circostanza ha fatto emergere con grande chiarezza i nostri bisogni più veri. Da questa prospettiva le famiglie hanno trovato nella scuola un interlocutore a cui appoggiarsi per aiutare i figli. Eppure anche qui c’è un rischio: questa sorta di riscoperto patto educativo tra scuola-famiglia potrebbe avere un’origine puramente emozionale, emotiva, se così fosse certamente svanirà con l’attenuarsi delle misure restrittive. Affinché rimanga un fatto anche dopo il Coronavirus, occorre proprio, come dicevo sopra, ripartire dai rapporti.

5 Giugno 2020

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