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Area Primaria

Classe Cooperativa Alfabit: una scuola che cresce insieme

In questo articolo Kosmè De Maria racconta una sperimentazione per trasformare l’apprendimento in relazione, responsabilità e cittadinanza condivisa.

Tempo di lettura: 9 minuti

Kosme De MariaKosmè De Maria
Classe cooperativa Alfabit

Il bisogno di cambiare rotta

Quando, dopo più di vent’anni di insegnamento nella Scuola primaria, ho deciso di avviare la sperimentazione che oggi chiamo Classe Cooperativa Alfabit, non ero alla ricerca di una novità metodologica, ma cercavo un modo per ricucire il legame tra scuola e mondo, tra l’esperienza viva di bambini e bambine e l’immobilità di un modello che mi sembrava non parlasse più la loro lingua. Ogni giorno sentivo allargarsi una crepa silenziosa: da una parte la vita fuori che correva veloce, fatta di collaborazione, scambio, connessioni; dall’altra l’aula, ancora ferma a un’idea di apprendimento solitario, dove pile di libri, sempre più numerosi e rigorosamente uguali per tutti, cercavano di raccontare un mondo che intanto era già cambiato.

Non potevo più ignorare quel contrasto. Da lì è nata la mia sperimentazione: una classe che vive la cooperazione, che respira relazione, che usa il digitale non per isolarsi ma per costruire insieme. Un luogo dove si cresce nel pensiero critico, nell’autonomia e soprattutto nell’arte più preziosa del futuro: imparare a vivere insieme.

Classe cooperativa Alfabit
Immagine fornita dall’autrice

Uno spazio che educa

Il mio primo gesto è stato togliere la cattedra. Era un atto simbolico e necessario: volevo che nessun bambino vedesse l’insegnante come il centro fisso del sapere. Da allora mi muovo tra le isole di lavoro, mi siedo accanto a loro, osservo, ascolto, partecipo. Lo spazio dell’aula, come ricordava Loris Malaguzzi, è un “terzo insegnante”. Non è solo il luogo dove si apprende, ma una presenza viva che orienta comportamenti, relazioni e significati. Per questo ho trasformato i banchi in isole cooperative: quattro bambini per gruppo, un banco centrale per il materiale condiviso, una disposizione che favorisce lo sguardo reciproco e la comunicazione diretta.

Anche gli oggetti più semplici (una lavagna di ardesia, uno scaffale di ferro, due soli quaderni) sono diventati strumenti pedagogici. Ho scelto di usare solo due quaderni interdisciplinari, uno per l’area scientifica e uno per quella umanistica. È un modo per tradurre in pratica l’idea del “curriculum a spirale” di Jerome Bruner: concetti che ritornano in contesti diversi, intrecciando linguaggi e discipline. In questo modo i bambini e le bambine imparano a pensare per connessioni, non per compartimenti.

La scuola come comunita cooperante 3
Immagine fornita dall’autrice

La scuola come comunità cooperante

Nella mia classe non si lavora mai da soli. Tutto nasce dal Cooperative Learning, inteso non come semplice metodologia, ma come scelta pedagogica quotidiana.
I gruppi sono composti da quattro bambini/e, eterogenei per carattere, competenze e sensibilità. Ogni mese li riorganizzo e spiego apertamente i criteri: nessuno resta mai incasellato in un ruolo fisso. Ciascun bambino nel gruppo ha funzioni precise, che ruotano regolarmente:

  • coordinatore;
  • osservatore;
  • portavoce;
  • responsabile del materiale.

Questo sistema richiama i principi della “leadership distribuita” di David e Roger Johnson: la responsabilità si diffonde, l’interdipendenza positiva diventa reale. Quando un bambino capisce che il proprio successo dipende anche dal contributo degli altri, nasce una forma di solidarietà concreta.

Ogni settimana dedico tempo esplicito alle competenze sociali: non basta “stare insieme”, bisogna imparare a farlo. Giochi di ruolo, circle time e riflessioni guidate aiutano alunni e alunne a gestire conflitti, a dare feedback, a comunicare in modo empatico. Spesso dico ai genitori: «Qui non insegniamo solo a leggere, scrivere e contare. Insegniamo a vivere insieme». Ed è proprio questo, credo, il cuore della scuola.

Digitale con consapevolezza

Nel nome Alfabit c’è la seconda anima del mio progetto: l’incontro tra alfabeto e bit, tra linguaggio umano e linguaggio digitale. Non ho introdotto il computer in classe per “fare tecnologia”, ma per restituire ai bambini e alle bambine un ambiente di apprendimento coerente con il loro tempo.

Il digitale, in Alfabit, non è una materia ma una modalità educativa: un contesto in cui sperimentare cooperazione, responsabilità e pensiero critico. Ogni bambino, infatti, dispone di un PC personale, strumento intenzionale e mai accessorio. L’introduzione è graduale: in prima classe il computer non si accende subito. Prima si costruisce la consapevolezza dell’uso, la postura corretta, il rispetto del materiale, il senso del lavoro condiviso. Solo dopo aver imparato ad “abitare” lo spazio tecnologico con regole chiare e routine condivise, si comincia a digitare davvero.

L’avvicinamento è sempre ludico e cooperativo: partiamo con una tastiera di carta plastificata e incollata con il biadesivo sul banco, un gioco di ricerca delle lettere e di scrittura collettiva. Poi passiamo ai veri tasti, ai primi testi condivisi su Google Workspace, alle mappe costruite insieme su Canva e tanto altro. Il digitale diventa così un ambiente cognitivo condiviso, in cui i bambini e le bambine scrivono, rielaborano, discutono, correggono e migliorano insieme. Non è mai un “tempo in più” o un premio: è parte integrante del percorso, un’estensione naturale del pensiero cooperativo.

Durante le attività, i gruppi lavorano a progetti comuni: un racconto illustrato, una presentazione, una ricerca interdisciplinare, in cui ognuno contribuisce con le proprie competenze. La tecnologia, in questo senso, si trasforma in strumento di inclusione: chi fatica con la scrittura trova voce attraverso immagini, mappe o registrazioni audio; chi è più veloce impara a rallentare per spiegare agli altri. In Alfabit, l’apprendimento digitale e quello analogico procedono in parallelo, come due percorsi interdisciplinari e interconnessi.
Non esiste una separazione tra “momento tecnologico” e “momento tradizionale”: si lavora contemporaneamente sul foglio e sullo schermo, sulla parola scritta e sulla parola condivisa, sull’esperienza concreta e sulla sua rappresentazione digitale. Un testo può nascere a mano e continuare sul computer; una mappa concettuale può cominciare sul quaderno e completarsi online.

Digitale e consapevolezza
Immagine fornita dall’autrice

Questo dialogo costante tra strumenti e linguaggi favorisce la trasferibilità del sapere e sviluppa nei bambini una forma di pensiero flessibile, capace di muoversi tra codici diversi senza perdere coerenza. In Alfabit, il digitale non serve a semplificare, ma a rendere visibile il processo: tutto resta salvato, tracciato, commentabile, condivisibile. Ogni settimana dedichiamo momenti di revisione collettiva, in cui rileggiamo i lavori digitali, li commentiamo, riflettiamo su come migliorare. È un esercizio di metacognizione digitale, che sviluppa consapevolezza e senso critico.

La Digital Board è il centro dinamico dell’aula: la chiamiamo “il portale”. È collocata all’altezza dei bambini, per essere toccata e usata in autonomia. Durante le attività, gli alunni e le alunne la utilizzano per risolvere problemi, costruire mappe concettuali, presentare i propri lavori o co-progettare.

Non la uso mai come strumento di trasmissione, ma come spazio di co-costruzione. Quando un gruppo espone, gli altri intervengono, correggono, aggiungono. La lavagna digitale diventa così una finestra aperta sul pensiero collettivo, dove il sapere prende forma e cambia davanti a tutti. Come sottolinea Pier Cesare Rivoltella, la competenza digitale è educativa solo se è riflessiva. Per questo insegno ai bambini e alle bambine non solo a “usare” uno strumento, ma a scegliere quando e perché usarlo. Ogni volta che apriamo un programma, ci chiediamo: «A cosa ci serve? Cosa vogliamo comunicare? È il modo giusto per farlo?».

Sono domande semplici, ma fondamentali per costruire un rapporto sano con la tecnologia, lontano dal consumo e vicino alla progettualità. Perché l’obiettivo non è “insegnare il computer”, ma educare a pensare con la testa, con le mani e con il cuore, nel mondo reale e in quello digitale.

Narrazione e cornice di senso

Ogni anno la mia classe abita una storia diversa, una cornice narrativa che accompagna l’apprendimento. In prima siamo maghi e apprendisti; in seconda marinai in viaggio; in terza esploratori; in quarta custodi della conoscenza; in quinta narratori autonomi. Questo intreccio tra racconto e didattica nasce dal pensiero di Jerome Bruner, per il quale il pensiero narrativo è la via naturale per costruire significato.

Ogni cornice narrativa cresce con i bambini e le bambine, adattandosi alla loro età e ai loro bisogni evolutivi. Il racconto è il filo rosso che tiene insieme sapere ed emozione, conoscenza e appartenenza.

Arrivati in quinta, alunni e alunne sono pronti a camminare da soli. I gruppi si autogestiscono, definiscono ruoli, organizzano spazi e tempi. Io resto accanto, ma faccio un passo indietro: la mia presenza è discreta, quasi invisibile. Come ricordava Jean Piaget, l’autonomia è il punto d’arrivo naturale di un percorso di interiorizzazione delle regole.
In quinta lascio ai miei alunni e alunne una storia senza finale: saranno loro a scriverlo. È il simbolo più vero di ciò che sono diventati, non più allievi che ripetono, ma persone che pensano, decidono e cooperano.

La scuola come comunita cooperante 2
Immagine fornita dall’autrice

Una scuola che respira

Oggi posso dire che la Classe Cooperativa Alfabit non è solo una metodologia, ma un modo di vivere la scuola, è una classe che respira, che si muove, che cambia.
Un luogo dove la cura educativa si intreccia alla progettazione, dove ogni bambino si sente visto e necessario. Una scuola che non teme di sbagliare, perché sa che anche l’errore è parte del processo, come ci insegnava Maria Montessori: «L’educazione non è ciò che il maestro dà, ma un processo naturale che si sviluppa spontaneamente nell’essere umano». Non credo di avere trovato la “ricetta perfetta”, ma so che quello che stiamo vivendo insieme può essere replicato: una scuola che cresce nella relazione, nella cooperazione e nella curiosità condivisa. Una scuola possibile, non solo sognata. Ogni giorno, guardando i miei alunni e le mie alunne lavorare insieme, mi ricordo perché ho scelto questa strada: perché credo in una scuola cooperativa, viva, e profondamente umana.

Bibliografia

  • Bruner J., La cultura dell’educazione, Feltrinelli 2015.
  • Bruner J., La fabbrica delle storie, Laterza 2020.
  • I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, a cura di C. Edwards, L. Gandini, G. Forman, Edizioni Junior 2014.
  • Johnson D. W., Johnson R. T, Apprendimento cooperativo in classe. Migliorare il clima emotivo e il rendimento, Erickson 2015.
  • Montessori M., La scoperta del bambino, Feltrinelli 2025.
  • Piaget J., Il giudizio morale del fanciullo, Giunti 1972.
  • Rivoltella P. C., Le virtù del digitale. Per un’etica dei media, Morcelliana 2024.

18 Novembre 2025

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