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Area Secondaria II grado

Donne e discipline STEAM: la scienza e il femminismo 

La Giornata internazionale delle donne nella scienza è l’occasione per costruire una “scienza della cura”, capace di rispondere alla crisi climatica.

Tempo di lettura: 6 minuti

marta de marinisMarta De Marinis
Donne e discipline STEAM: la scienza e il femminismo

La storia della scienza 

Negli anni ‘90, la sociologa Margaret Rossiter ha definito “effetto Matilda” il fenomeno per cui i contributi di scienziate donne vengono attribuiti, in tutto o in parte, ai colleghi maschi. Il nome è un tributo a Matilda Joslyn Gage, suffragista del XIX secolo che denunciò per prima, nel 1870, l’occultamento storico dei risultati intellettuali femminili

Molte scienziate – Rosalind Franklin, Lise Meitner, Jocelyn Bell Burnell, Chien-Shiung Wu, Cecilia Payne-Gaposchkin, Ada Lovelace, Alice Ball – hanno lavorato come “computer umani”, assistenti, tecniche, e i loro dati e scoperte sono stati assorbiti da carriere maschili considerate legittime. Oggi questo si traduce nella dinamica del “gender citation gap”: gli studi delle ricercatrici donne vengono citati molto meno dei colleghi uomini, al di là dell’importanza o validità dei risultati. 

I numeri di oggi 

Con il termine “conduttura frammentata” (o più tecnicamente leaky pipeline) ci si riferisce alla metafora utilizzata per descrivere la perdita costante della presenza femminile lungo tutto il percorso che va dall’istruzione al mercato del lavoro e, infine, alle posizioni apicali di carriera. Le donne affrontano una serie di ostacoli, sia nell’ingresso nel mercato del lavoro (sebbene le studentesse investano di più nella formazione, ottenendo risultati accademici superiori rispetto ai colleghi maschi, il tasso di occupazione femminile è di 18 punti inferiore rispetto a quello maschile) sia nella progressione di carriera (per esempio, esiste il “gradino rotto”, o broken rung, per cui ogni 100 uomini promossi a manager, solo 88 donne ottengono lo stesso avanzamento). 

Focalizzandosi nell’ambito delle discipline STEM, i divari si confermano e assumono forme ancora più problematiche. In Italia, le donne costituiscono solo il 40,9% delle laureate STEM ma con un forte squilibrio nei settori chiave del nostro tempo, che definiscono il linguaggio del futuro (l’Informatica, le tecnologie ICT e l’Ingegneria). Ancor più rilevante è il dato relativo allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale: meno del 25% delle persone impiegate nel settore sono donne. Come sottolinea lo studio di Osservatorio Jobpricing, l’esclusione delle donne da questo ambito è problematica poiché «l’AI non è solo una disciplina tecnologica: è un nuovo linguaggio del lavoro che influenzerà tutte le professioni, non solo quelle tecnico-scientifiche. […] ciò significa che sistemi digitali sempre più pervasivi vengono progettati senza un’adeguata rappresentanza della prospettiva femminile». Il rischio è che l’IA amplifichi bias e disuguaglianze già esistenti nel mercato del lavoro. 

Dai numeri alla teoria: il sapere non è neutro 

Dunque, limitarsi a chiederci come “includere” più donne in questo sistema significa accettare l’idea che la scienza sia un campo neutro e oggettivo. La riflessione femminista più recente ci invita invece a un passaggio radicale: non dobbiamo solo chiederci chi fa scienza, ma che tipo di scienza stiamo producendo. Storicamente, il sapere scientifico è stato costruito su un modello di dominio della natura e dei corpi, riflettendo un ordine antropocentrico che ha normalizzato il punto di vista dell’uomo occidentale. Da qui la critica ai tentativi puramente riformisti: aggiungere più donne non basta, se le fondamenta restano intatte. Questa critica parla direttamente al presente poiché, in piena crisi climatica ed ecologica, la scienza continua spesso a essere mobilitata per giustificare soluzioni tecnocratiche. Chiedere che tipo di scienza vogliamo diventa quindi una domanda ecologista e femminista. 

Portare questa critica a scuola significa riconoscere anche che la neutralità dell’insegnamento è un mito e che i programmi scolastici spesso riproducono una scienza astratta, separata dai territori e priva di responsabilità politica. Continuare a insegnare una scienza che promette “soluzioni” senza mettere in discussione il modello che ha prodotto il disastro significa educare all’adattamento, non alla trasformazione. Significa allenare a gestire l’emergenza, non a smantellarne le cause. 

L’obiettivo diventa invece costruire una “scienza della cura”, capace di rispondere alla crisi climatica attraverso la valorizzazione delle relazioni e dei limiti.  

Proposte differenti per la scuola 

In questo contesto, A Sud propone metodologie didattiche che affrontano le discipline STEAM con una lente differente, attraverso attività che prevedono l’attivazione collettiva e il racconto delle trasformazioni dal punto di vista di chi vive i territori.  

Uno dei pilastri del nostro approccio è la metodologia della Citizen Science (scienza partecipata). Coinvolgere gli studenti e le studentesse in laboratori di monitoraggio ambientale all’aperto permette di trasformare la didattica STEAM in un’azione di cittadinanza attiva. Attraverso l’analisi chimica di parametri che ci indicano lo stato di salute delle matrici ambientali – il pH, la temperatura o la presenza di inquinanti – ragazzi e ragazze non solo acquisiscono competenze tecniche, ma imparano a leggere il proprio territorio e a denunciarne le criticità. I dati raccolti vengono poi inseriti in mappe georeferenziate, altro strumento molto utilizzato nei percorsi di A Sud. L’associazione ha infatti dato avvio a una mappa di monitoraggio degli eventi estremi climatici, che viene alimentata in modo regolare da ragazze e ragazzi coinvolti nei laboratori, e una mappa per il monitoraggio delle matrici ambientali. Gli studenti e le studentesse partecipano dunque a mappature partecipate che inseriscono le scuole di tutta Italia in un processo collettivo.

Un altro strumento che A Sud utilizza è lo Storytelling digitale. I percorsi di storytelling hanno l’obiettivo di accompagnare ragazze e ragazzi nel racconto della crisi socio-ecologica attraverso le testimonianze di chi vive i territori, dando valore alle storie individuali che costituiscono la Storia collettiva. I racconti vengono strutturati sia attraverso strumenti digitali “classici” – video, audio, foto – che più avanzati, come nel caso della piattaforma Thinglinkche permette di unire diversi strumenti e creare ambienti dinamici all’interno dei quali spostarsi per accedere ai vari contenuti. 

In tutti questi percorsi, la lente del femminismo è la cornice all’interno della quale ci si muove, e che viene affrontata o in modo strutturato oppure integrandola negli stessi laboratori STEAM. 

L’educazione scientifica diventa così uno spazio politico dove la conoscenza è condivisa e democratica. Invece di limitarsi a insegnare a “stare al mondo”, la scuola può diventare il luogo dove le giovani generazioni imparano a trasformarlo, scardinando gli stereotipi di genere non con una semplice “aggiunta” di presenze femminili, ma attraverso un nuovo modo di intendere il sapere scientifico: un sapere che nasce dalla messa in discussione del potere e, soprattutto, dalla cura della comunità e dell’ambiente. 

Bibliografia 

  • Gender gap report – Osservatorio Jobpricing 
  • Sandra Harding, The science question in feminism

11 Febbraio 2026

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