Dire, fare, insegnare ha intervistato Clio Franconi, ideatrice e organizzatrice del Summit Educazione positiva.
Che cosa si intende per Educazione positiva?
Educazione Positiva è la traduzione italiana del termine “Positive Parenting“. La definizione più completa è quella riportata dal sito positivepsychology.com che fa riferimento a più ricercatori e pubblicazioni: “La genitorialità positiva è la relazione continua tra un genitore e un bambino o più bambini che comprende la cura, l’insegnamento, la guida, la comunicazione e il soddisfacimento dei bisogni di un bambino in modo coerente e incondizionato” (Seay et al., 2014). Debbie Godfrey aggiunge inoltre che l’obiettivo della genitorialità positiva è insegnare la disciplina in modo da costruire l’autostima del bambino e sostenere una relazione genitore-figlio reciprocamente rispettosa, senza spezzare lo spirito del bambino. Da questi autori emerge un quadro generale della genitorialità positiva come calorosa, premurosa e amorevole, ma non permissiva.
Quali sono i vantaggi dell’Educazione positiva?
Alcune evidenze empirico indicano che l’Educazione positiva porta a:
- migliore adattamento scolastico tra i bambini;
- maggiore motivazione tra i neonati;
- maggiore interiorizzazione tra i bambini piccoli;
- migliore funzionamento psicosociale tra gli adolescenti (Joussemet, Landry & Koestner, 2008);
- aumento dei risultati cognitivi e sociali tra i bambini in età prescolare (Smith, Landry, & Swank, 2000).
Potrei continuare a lungo: ricordo solo, per esempio, che l’Educazione positiva può portare a numerose riduzioni dei comportamenti problematici e aumento delle competenze tra i bambini e gli adolescenti.
Perché un bambino dovrebbe fare meglio quando si sente incoraggiato?
Alcuni studi hanno usato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per esaminare i cambiamenti dello sviluppo neurale relativi all’apprendimento basato sul feedback, durante l’esecuzione di un compito di ricerca e applicazione di regole. I risultati comportamentali di tre gruppi di età (8-9, 11-13, e 18-25 anni di età) hanno dimostrato che, rispetto agli adulti, i bambini di 8-9 anni hanno eseguito in modo più impreciso dopo aver ricevuto un feedback negativo, rispetto a quando avevano avuto un feedback positivo.
Inoltre, i dati di imaging hanno evidenziato una differenza qualitativa nel modo in cui i bambini e gli adulti utilizzano il feedback sulle prestazioni. Cioè, la corteccia prefrontale dorsolaterale e la corteccia parietale superiore erano più attive dopo un feedback negativo per gli adulti, ma dopo un feedback positivo per i bambini (8-9 anni di età). Per i bambini dagli 11 ai 13 anni, queste regioni non hanno mostrato una sensibilità differenziale al feedback, suggerendo che la transizione avviene intorno a questa età (come evidenzia questo studio: Evaluating the Negative or Valuing the Positive? Neural Mechanisms Supporting Feedback-Based Learning across Development).
In che modo l’Educazione positiva può essere applicata dagli educatori alla Scuola dell’infanzia e negli altri contesti scolastici?
Jane Nelsen ha indicato un vero e proprio paradigma per applicare l’Educazione positiva, e in particolare la Disciplina Positiva da lei coniata, anche nei contesti scolastici a tutti i livelli. Tutta la teoria si basa sugli studi di Adolf Adler, che credeva che i bambini (e tutti gli esseri umani) abbiano un reale bisogno di sentirsi in contatto con chi li circonda: un forte bisogno di provare un senso di appartenenza. Quando si trovano in un ambiente attento ai loro bisogni, alla loro esperienza, prosperano e sono meno propensi a mettere in campo comportamenti “negativi”. Concetto che viene rinforzato dagli studi sull’attaccamento moderni.

Come applicare questo paradigma?
È difficile rispondere in poche righe: su questo argomento ci sono interi manuali. In sintesi, dovremmo chiederci: come posso prendere in conto il punto di vista del bambino, la sua esperienza, e coinvolgerlo, responsabilizzarlo, farlo sentire parte integrante della classe? Alcuni punti chiave sono allora l’esprimere apprezzamento e incoraggiamento anziché lodi, cioè focalizzarsi sul descrivere quello che il bambino fa, sull’impegno anziché sul risultato. Per esempio: “ho notato che ti sei sforzato di restare seduto durante il tempo della canzone”, “ho visto che ti sei concentrato mentre facevi il disegno” “hai usato il blu e il giallo e hai fatto dei cerchi!” (anziché “che bel disegno!”).
Un altro esempio: avere dei momenti regolari di “discussione” in cui potersi dire ciò che funziona bene e ciò che invece va migliorato, e proporre insieme delle idee per risolvere i problemi. È importante tenere in conto lo sviluppo socio-emotivo dei bambini nelle varie fasi, incoraggiarli partendo dalla comprensione dei comportamenti. Mettere un bimbo di 2-3 anni seduto in punizione sulla sedia perché ha urlato di rabbia non serve, da un punto di vista delle sue capacità cognitive ed emotive, a insegnargli nulla di utile per il futuro…
So che ci sono delle difficoltà legate al contesto, so che non è facile poter essere disponibili ad accogliere le emozioni naturali e fisiologiche dei bimbi in una scuola materna, in una classe con 25 bimbi. Cionondimeno, avere questi “strumenti” e queste basi aiuta anche insegnanti ed educatori a capire il perché dietro certi comportamenti dei bambini e il perché dietro certe loro reazioni, e avere una direzione da seguire.
Bibliografia
- Joussemet M., Landry R., & Koestner R., A self-determination theory perspective on parenting, 2008
- Seay A., Freysteinson W.M., McFarlane J., Positive parenting, 2014
- Smith K.E., Landry S.H., & Swank P.R., The influence of early patterns of positive parenting on children’s preschool outcomes, 2000
- Van Duijvenvoorde A.C.K., Zanolie K., Rombouts S.A.R.B., Raijmakers M.E.J., Crone E.A., Evaluating the Negative or Valuing the Positive? Neural Mechanisms Supporting Feedback-Based Learning across Development, 2008 (https://www.jneurosci.org/content/28/38/9495)
Redazione
Luciano Guazzi
Maria Toriaco
Nicole Marcellini
Roberto Castaldo - DFI Books