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Imparare giocando: intervista con Alan Mattiassi sul game based learning

Alan Mattiassi, psicologo e ricercatore, in questa intervista ha a raccontato a Dire Fare Insegare come il gioco può diventare un efficace strumento didattico.

Metodologie 
06 maggio di: Alan Mattiassi
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Alan Mattiassi è uno psicologo, ricercatore, formatore e divulgatore esperto di studio della mente e del comportamento nel gioco; Dire Fare Insegnare lo ha intervistato per scoprire insieme il mondo del Game Based Learning.

  • Parliamo di Game-Based learning: in che modo il gioco può essere utilizzato a scuola a supporto della didattica? Quali sono i suoi vantaggi a livello pedagogico? C’è un ordine di scuola in cui si presta meglio?

L’apprendimento basato sul gioco (Game-Based Learning) è una delle tante modalità di apprendimento che abbiamo a disposizione. Se utilizzato nel modo giusto, il gioco può risultare un eccellente strumento di supporto alla didattica nelle scuole di ogni ordine e grado. Innanzitutto, nel gioco la risoluzione di un problema avviene attraverso l’impegno attivo del partecipante, di conseguenza tutto il ragionamento viene interiorizzato. In secondo luogo, il gioco crea un ambiente libero dalla paura dell’errore, che invece viene utilizzato per imparare senza alcuno stigma.

Inoltre la motivazione è intrinseca alla struttura stessa del gioco, permettendo quindi alle persone giocanti di non avere bisogno di stimoli esterni o ricompense. A livello pedagogico, il gioco massimizza l’inclusione e l’inclusività e permette di avvicinare temi che nella vita ordinaria preferiremmo non toccare. Tuttavia, il gioco da solo non basta quasi mai: va costruito un progetto con almeno una fase di analisi dell’esperienza vissuta, che permetta di comprendere quanto accaduto nel gioco e di generalizzarlo ad altre aree esterne ad esso – la cosiddetta fase di debriefing.

  • Quali modalità di gioco ritieni essere più efficaci per la formazione?

Identificare la modalità di gioco più efficace è principalmente una questione di obiettivo desiderato. Il gioco da tavolo, per esempio, è uno strumento che favorisce lo scambio e l’apprendimento collettivo rispettando i tempi e i modi del gruppo. Tuttavia, in alcuni casi si possono riscontrare problemi di logistica. Il gioco di ruolo è un altro strumento eccellente sebbene più difficile da proporre, dal momento che per alcuni partecipanti esporsi in maniera teatrale può spesso provocare disagio. Infine, cito il gioco digitale, anch’esso uno strumento non molto bilanciato dove la discussione collettiva è generalmente assente. Ho avuto modo di lavorare su (o con) ognuna di queste modalità, e posso testimoniare che l’elasticità del gioco di ruolo è inarrivabile, l’appeal del gioco digitale è incontrastato, ma l’efficacia di un gioco da tavolo scelto bene vince spesso come criterio di scelta.

  • Puoi fare degli esempi concreti di attività replicabili in classe dagli insegnanti?

Qualche anno fa con l’Università di Modena e Reggio Emilia ed un partenariato europeo abbiamo sviluppato un gioco da tavolo sugli stereotipi di genere nel mondo del lavoro. Per parlare invece di solidarietà e di dono durante il lockdown, con l’amico Simone Bonetti abbiamo creato per AVIS FVG un gioco da svolgersi online in gruppi seguendo una diretta Youtube. L’idea è quella di proporre una sorta di storia a bivi in cui il percorso viene deciso dalla somma delle decisioni prese da tutti i gruppi che singolarmente discutono e si confrontano. Un altro gioco che ho utilizzato per parlare di Game-Based Learning si chiama Evolution: si utilizzano delle carte per dare tratti genetici alle proprie specie e adattarle all’ambiente, costituito da tutte le specie di tutti i giocatori.

Uno degli errori che facciamo sempre è pensare che il gioco collaborativo sia migliore di quello competitivo perché evita lo scontro. Tuttavia, non è lo scontro il problema, ma la capacità di distinguere uno scontro nel gioco da uno scontro tra le persone che lo giocano; in questo, devono essere educatori ed insegnanti a insegnare la sportività.

  • Tu hai lavorato in diversi progetti centrati sul gioco (ad esempio Free to Choose o il libro Edu-Larp...). Vuoi raccontarci quello per te più significativo?

Sicuramente Free to Choose è stato il progetto più grande a cui abbia preso parte, essendo un’iniziativa europea. È stata una bellissima esperienza, formativa e con degli esiti molto buoni. Cito invece un’altra esperienza che è stata per me formativa tanto quanto Free to Choose, un progetto di consulenza aziendale. Dato il contesto, ho sviluppato un gioco sviluppato realmente attorno al debriefing, e non il contrario: infatti, a partire da ciò che volevo accadesse durante la discussione progettavo le parti del gioco in maniera tale che ciò accadesse. Questo mi ha fatto capire in maniera molto più approfondita di quanto potessi leggere su qualsiasi manuale qual è il potere del Game-Based Learning. Alla fine, le persone che hanno giocato, con mia sorpresa, si sono pure divertite moltissimo.

  • In che modo e in che contesto un docente può formarsi sulla metodologia del Game-Based Learning?

Durante il lockdown hanno iniziato a crescere esponenzialmente i corsi sul gioco, in qualche modo il tema ha iniziato ad essere di moda. Attenzione però, perché pochi sono i professionisti e/o ricercatori che applicano ciò che hanno studiato e ciò su cui si sono formati. Si dovrebbe scegliere tra un corso teorico ed un corso pratico di accompagnamento alla progettazione perché senza una base teorica si rischia di non comprendere il razionale e quindi di usare lo strumento a proposito. Chi insegna Game-Based Learning dovrebbe avere una formazione da pedagogista o educatore per spiegare bene l’applicazione del gioco. Chi ha una formazione psicologica può spiegare i meccanismi mentali alla base del gioco, mentre chi lavora nella ricerca può spaccare il cappello in quattro su ogni lato del gioco.

Ci sono grandissimi insegnanti di Game-Based Learning che non vengono da queste aree (penso a chi viene dal teatro), quindi la ricerca del background giusto può portarvi solo una piccola dose di garanzia. Esistono poi le risorse per autodidatti. In italiano c’è l’ottimo testo di Romina Nesti “Game-based learning. Gioco e progettazione ludica in educazione”, il citato “Edu-Larp e il manuale pratico “Didattica Ludica”. Tuttavia, il gioco va fatto giocare e va giocato, in prima persona, per capire qual è l’esperienza peculiare che evoca, e solo a qual punto si potrà comprendere quali sono le leve che possono essere toccate per raggiungere i nostri obiettivi formativi.