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Area Secondaria I grado

Se questa storia potesse parlarmi

Luigi Novi ci parla di educare alla Memoria attraverso la narrazione e la scelta nella Scuola secondaria di I grado.

Tempo di lettura: 4 minuti

luigi noviLuigi Novi
se questa storia potesse parlarmi

Ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, la scuola si interroga su come affrontare il tema della Shoah senza ridurlo a una ripetizione rituale di dati, immagini e parole che, col tempo, rischiano di perdere forza comunicativa. Nella Scuola secondaria di I grado, in particolare, la distanza temporale dagli eventi storici e l’età emotiva degli studenti e delle studentesse rendono necessario un approccio capace di trasformare la Memoria in esperienza significativa. L’attività didattica “Se questa storia potesse parlarmi” nasce da questa esigenza: spostare l’attenzione dalla dimensione astratta dell’evento storico alla concretezza delle storie individuali, rendendo gli studenti protagonisti di un percorso di ascolto, scelta e riflessione.

Dalla Storia alle storie: un cambio di prospettiva

La Shoah è spesso presentata attraverso numeri, date e categorie. Tuttavia, numerosi studi pedagogici sottolineano come l’apprendimento emotivamente significativo passi attraverso il contatto con le storie personali, capaci di attivare empatia e immedesimazione. L’attività propone un percorso laboratoriale basato su brevi narrazioni autentiche: storie di bambini deportati, testimoni, Giusti tra le Nazioni, ma anche figure “ordinarie” che, con le loro scelte o non-scelte, hanno contribuito al funzionamento del sistema persecutorio. L’obiettivo non è scioccare, ma far emergere domande: Chi era questa persona? Cosa ha provato? Quali possibilità aveva?

Le “stazioni della memoria”: scegliere per ricordare

Il cuore dell’esperienza è rappresentato dalle cosiddette “stazioni della memoria”. L’aula viene trasformata in uno spazio di esplorazione silenziosa, in cui gli studenti possono muoversi liberamente tra diversi materiali: testi brevi, immagini, oggetti simbolici o codici QR con letture audio. A ciascuno viene chiesto di scegliere una sola storia, non perché “più importante”, ma perché capace di generare un legame emotivo. La scelta personale diventa così il primo atto educativo: ricordare non è un obbligo imposto, ma un incontro che avviene.

Dare voce a chi non può più parlare

Una volta scelta la storia, gli studenti e le studentesse sono invitati a darle voce attraverso una produzione espressiva a scelta: una pagina di diario, un monologo, una lettera immaginaria, un messaggio vocale o un elaborato grafico accompagnato da parole. La pluralità dei linguaggi consente a ciascuno di trovare la modalità più adatta alle proprie competenze e sensibilità. Una regola guida l’attività: evitare descrizioni violente e concentrarsi invece su pensieri, emozioni, paure, speranze. In questo modo, la Memoria si configura come esercizio di umanizzazione, non di spettacolarizzazione del dolore.

La responsabilità della scelta: dal passato al presente

Un momento centrale del percorso è la riflessione guidata intorno alla domanda: “Che cosa avrei fatto io al suo posto?” La discussione, condotta con attenzione e senza giudizio, permette di affrontare un nodo cruciale dell’educazione alla cittadinanza: comprendere che la Storia non è fatta solo da carnefici e vittime, ma anche da individui che hanno scelto di agire, di aiutare o di voltarsi dall’altra parte. Da qui nasce il collegamento con il presente. Gli studenti sono stimolati a riconoscere situazioni di esclusione, discriminazione o indifferenza nel loro contesto quotidiano, riflettendo su cosa significhi oggi “fare memoria”.

Un apprendimento inclusivo e significativo

L’esperienza si è rivelata particolarmente efficace anche in contesti eterogenei. La possibilità di scegliere materiali, linguaggi e modalità espressive favorisce la partecipazione attiva di studenti con bisogni educativi speciali, valorizzando il processo più che il prodotto finale. Il clima che si crea è di ascolto, rispetto e condivisione, in cui la Memoria diventa uno spazio sicuro di riflessione collettiva.

“Se questa storia potesse parlarmi” non si popone di “insegnare tutto” sulla Shoah, ma di lasciare una traccia. L’attività restituisce alla memoria il suo significato più profondo: non un esercizio di commemorazione passiva, ma un atto educativo che interroga il presente e chiama ciascuno alla responsabilità. In un tempo in cui l’indifferenza rappresenta una delle forme più pericolose di violenza, educare alla Memoria significa educare alla scelta.

30 Gennaio 2026

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