Dire, fare, insegnare
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Chi non cerca muore. L’avventura delle Microconferenze

Pino Suriano ci racconta l'esperienza - anzi, l'avventura - delle Microconferenze, performance di oratoria breve che la sua scuola sperimenta da qualche anno a questa parte.

Grandi insegnanti 
29 luglio di: Pino Suriano
copertina

Quando mi chiedono quale sia il cuore dell’esperienza delle Microconferenze (le performance di oratoria breve che ebbi l’idea di lanciare nel mondo della scuola al Liceo Fermi di Policoro, grazie alla fiducia e all’impulso della Dirigente Giovanna Tarantino) la parola a cui subito penso è “ricerca”.
La scuola ha spesso stimolato la ricerca sui contenuti, sin da quando il web non c’era ancora e qualcuno doveva addirittura bussare alla porta del vicino per consultare la Treccani

Molto più raramente, però, la scuola ha promosso una ricerca sulla forma. Di rado nell’espressione scritta, praticamente mai in quella orale: ci ha chiesto sempre di fare ricerca sul “cosa”, mai sul “come”.
In tanti, di fronte alla parola “ricerca formale”, storcono il naso e oppongono subito un’obiezione che spesso esprimono con la parola artificiosità: ricerca come contrario di autenticità, dell’essere sé stessi. Io, invece, ho sempre nelle orecchie, ma soprattutto negli occhi, i discorsi di alcuni grandi uomini che hanno testimoniato il contrario. 

Penso a Steve Jobs, David Foster Wallace, don Lorenzo Milani e molti altri, e noto che quanto più erano appassionati, innamorati di ciò che avevano da dire, tanto più hanno “cercato” il modo migliore per farlo. La ricerca dell’efficacia è stata direttamente proporzionale alla tensione espressiva, alla voglia di dire qualcosa che si aveva a cuore.
Quanto più erano appassionati, ripeto, tanto più cercavano parole, mossi da un’intenzione ferma e chiara: arrivare all’altro.

Che uno studente possa diventare uno speaker professionista non è la mia prima preoccupazione e non mi piace che si associ l’idea delle Microconferenze al public speaking con cui, per esempio, le aziende o gli agente commerciali devono persuadere acquirenti e clienti, perché io ho sempre pensato ad altro, al trasferimento di una forma mentis, direi di un desiderio: quell’arrivare all’altro che “informava” la parola dei grandi uomini che ammiravo; trasferire una forma mentis e favorire una scoperta di sé: ciò che si ha (da dire o esprimere con altri linguaggi) è in fondo ciò che si è.

Il processo ribaltava così due tendenze rigide del mondo della scuola. La prima è un’idea comune a tanti corsi di formazione. Ci si sforza spesso, in questi ambiti, di parlare dell’efficacia della comunicazione didattica, però è una prospettiva che si insegna al docente, mai allo studente.
Quest’ultimo, invece, (è questo il secondo ribaltamento), nella sua unica esposizione orale scolastica, l’interrogazione, è chiamato a ripetere ciò che il docente propone. In fondo parla a chi sa già ciò di cui si parla, spesso anche nel suo stesso ordine concettuale e/o narrativo.

La Microconferenza, al contrario, chiede allo studente, anche attraverso il feedback dei compagni (che svolgono il ruolo di testare la possibile reazione del pubblico) di riproporre in modo nuovo e originale i contenuti, di creare un nuovo ordine, di selezionarli e anche, se possibile, di stupire chi ascolta. 

Su questa strada, che mi piace sintetizzare con la perifrasi “scuola come ricerca accompagnata”, ho incontrato Marco Ferrari e l’associazione Apis, che già avevano tracciato una simile rotta con quello che è poi negli anni diventato un evento nazionale di grande rilievo, le Romanae Disputationes.
Quest’anno, come già l’anno scorso, anche le Microconferenze hanno raggiunto studenti di tutta Italia con un concorso promosso dal Fermi di Policoro e prodotto da Fondazione Euducation e Apis. 

L’abbiamo suggellato con un incontro a distanza con alcuni esperti di comunicazione e didattica. Un dialogo tra docenti e “non docenti”, per lo più figure del mondo della comunicazione giornalistica, televisiva e politica. L’incontro ha ben espresso una tensione che mi ha sempre animato: «La scuola, per essere più scuola, deve incontrare e alimentarsi di ciò che scuola non è». Del resto anche la scuola, come ciascuno di noi, se non cerca muore.

Ne è venuto fuori il talk per nulla noioso che è possibile vedere qui.

Decisive, per quanto mi riguarda, le parole con cui Bruno Mastroianni, filosofo della comunicazione, ha dato sintesi al grande equivoco tra autenticità e artificio di cui parlavo: «Le cose più spontanee e autentiche sono quelle meglio preparate» ha detto in apertura del suo intervento.
Con noi c’era Valentina Santarpia, giornalista del Corriere della Sera, che con un racconto personale mi ha fatto riflettere sulla “memorabilità” di una simile esperienza e su quanto sia importante che la scuola proponga iniziative simili. 

«Contano la testa e il cuore che ci avete messo» ha detto in un video registrato l’attore Giovanni Scifoni, anche lui tra i giurati. «È un progetto seminale, che germoglierà» ha detto Filippo Sensi, parlamentare ed ex Capo Ufficio Stampa di Palazzo Chigi. 

Il per nulla banale “fregatevene” di Federico Blumer, ideatore del format “Viaggio di scoperta”, ha incitato gli studenti a uscire dagli schemi e dalle gabbie espressive che spesso anche la scuola contribuisce a creare. La professoressa Sandra Lucente, docente dell’Università di Bari e abile divulgatrice scientifica, ha posto l’accento sul vedere e far vedere agli studenti “cose nuove” e sulla centralità di un contenuto da comunicare.

C’è stato poi chi, come Francesco Frascari, amministratore delegato di Appears, ha richiamato il valore del mettersi in gioco: «si può sbagliare il rigore, ma il vero errore è scegliere di non tirarlo».  Intense le parole di Stefano Guadagni, direttore della Fondazione Euducation, che ha ricondotto il ben argomentare al grande compito di combattere «la semplificazione e gli slogan irrazionali».

Ho chiuso con le parole scritte da don Lorenzo Milani il 16 marzo 1966 in una lettera alla signora Lovato. A un certo punto della lettera si era “perso” nel racconto di alcune esperienze di scrittura collaborativa con i propri studenti. Quando si è accorto della digressione si è scusato così: 

«Mi scusi, mi son distratto, le stavo dando una lezione dell'arte dello scrivere che lei non mi aveva chiesto. Ma è che l'arte dello scrivere è per me la religione. Il desiderio d'esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l'amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo s'intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui esser maestro, esser sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa».

Sono, per quanto mi riguarda, le parole sulla comunicazione più belle che io abbia mai letto. Esprimono, almeno come tensione, il senso del tentativo che le Microconferenze rappresentano e della nuova fiammella che vogliono accendere (o riaccendere) nel mondo della scuola.