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Area Secondaria I grado

Il classico come lingua comune a tutti nell’era dell’IA 

Mentre l’IA promette narrazioni su misura per ciascuno, i classici, scritti per nessuno in particolare, possono diventare la lingua comune di tutti.

Tempo di lettura: 6 minuti

irene russoIrene Russo
Il classico come lingua comune a tutti nell'era dell'IA

C’è un’immagine che continua a tornarmi in mente: una prima media, il corridoio dell’intervallo, un vociare solenne che si mescola al rumore di chi sgranocchia la merenda. Un gruppo di ragazzi recita il proemio dell’Iliade, ognuno con la propria pronuncia che porta con sé sonorità africane, ispaniche e orientali. Nell’ultimo ripasso prima della performance, molti studenti e studentesse storpiano le parole con la stessa devozione con cui le vecchie generazioni storpiavano il latino a messa: sapendo che quelle sillabe contano, anche senza capirle del tutto. Il proemio dell’Iliade è la sfida del giorno e a farne le spese saranno le parole più difficili: almeaugelli e prodi. Un ragazzino con il piglio dell’aedo fa sfoggio di dizione nel suo metro e quaranta d’altezza, con il pacchetto di patatine ancora in mano. 

Allora ho pensato: memorizzare i classici ha ancora senso. Forse ora più che mai. 

Una domanda antica 

Nel FedroPlatone racconta il mito di Theuth, il dio egizio che porta in dono al re Thamus l’invenzione della scrittura. Thamus la rifiuta: questo strumento non produrrà memoria, dice, ma solo reminiscenza. Gli uomini smetteranno di esercitare la mente, fidandosi di segni esterni. 

Ogni tecnologia che esternalizza una funzione cognitiva, inclusa la scrittura, trasforma la mente che ne fa uso. L’intelligenza artificiale generativa sta accelerando i tempi, aggiungendo la promessa di creare narrazioni che somigliano in modo sfacciato alla nostra unicità irripetibile. Non solo sa ricordare al posto nostro, ma può raccontare per noi, su di noi, intorno a noi. La domanda sulla memorizzazione dei classici, dunque, si è fatta più urgente. 

Il classico non viene verso di te 

I sistemi generativi che entrano negli schermi dei nostri studenti offrono una promessa allettante: avvicinare un testo a chi fa fatica a raggiungerlo, adattare una narrazione a chi ha barriere cognitive specifiche. Per studenti con BES o DSA, questa possibilità non va sottovalutata perché può essere una preziosa via d’accesso a certi contenuti complessi. Ma che cosa sparisce quando l’adattamento diventa troppo preciso e personalizzato? 

Il filosofo Luciano Floridi descrive i modelli linguistici come sistemi ad altissima agenzialità (capacità di agire intenzionalmente) e intelligenza zero, capaci cioè di produrre risultati sofisticati senza alcuna comprensione di ciò che producono. È quello che chiama il divorzio tra agire e volere: l’IA genera versi, riassume miti, riscrive storie con efficacia crescente, ma non ha accesso al senso. Non sa cosa sta tagliando quando semplifica e quello che taglia, sistematicamente, è ciò che non riconosce come utile: i dettagli laterali, le immagini oscure, le risonanze che non si lasciano decodificare immediatamente. È lo stesso rischio di qualunque semplificazione anche umana, analogica, incline a una parafrasi semplificante. L’IA lo fa con una coerenza inedita, ma il meccanismo è identico: eliminare l’attrito, quell’abbondanza in cui pescare dettagli che sentiamo nostri. 

Eppure, è esattamente nell’attrito che accade qualcosa di formativo. I grandi classici non sono stati scritti per noi, non vengono incontro al lettore: è il lettore che deve andare verso di loro. 

Michael Ende, nella Storia Infinita, immagina un libro in cui i personaggi sanno di essere letti: Bastian, il ragazzo che lo sfoglia in soffitta, sente il proprio nome pronunciato dentro la storia. Non è la storia che si è adattata a lui: è lui che si è mosso abbastanza in profondità da trovarcisi dentro. Quella fatica, quello sforzo del lettore verso il testo, è la condizione dell’incontro autentico. Se qualcuno avesse riscritto quel libro per un bambino con una madre morta, avrebbe ottenuto qualcosa di più immediatamente consolatorio ma forse molto meno capace di salvarlo. E di farlo sentire unico nel momento in cui entra davvero in una storia di mostri ed eroi. 

Proprio perché non scritto per nessuno, non può essere addomesticato da nessuno. È così che diventa, nel tempo, il testo di tutti. 

L’effetto unisono 

In quel corridoio, accanto al ragazzino con le patatine, c’erano ragazzi che il proemio lo avevano già fatto proprio (forse immedesimatisi nell’ira di Achille) e ce n’erano altri che storpiavano alme senza coglierne il significato. Per loro, in quel momento, il senso non stava nel testo: stava nel coro. Stava nell’appartenere alla stessa impresa, nell’ansia condivisa dell’interrogazione imminente, in quell’aria da notte prima degli esami che unisce tutti nella stessa insonnia, anche alle undici di mattina, in un corridoio che odora di merendine. La comunità precede la comprensione e a volte la rende possibile, grazie al gesto di venirsi in aiuto. 

L’intelligenza artificiale assomiglia al canto delle Sirene, seduttivo, personalissimo. Ogni marinaio sente esattamente la musica che lo attira, me al contrario Ulisse non si tappa le orecchie. Ascolta, ma lo stretto all’albero maestro in cui i suoi compagni lo hanno legato. Quell’albero è la memoria condivisa delle storie che ci precedono. 

Una lingua comune, tra tante personalizzazioni 

In questa esperienza di memorizzazione dei versi omerici, gli alunni non stanno rinunciando alla propria cultura d’origine né vengono invitati a farlo. Stanno acquisendo una lingua comune nel senso più profondo, un repertorio condiviso che permette di stare nella stessa conversazione, di riconoscersi dentro le stesse storie quando le incontreranno nei libri, nei musei, nelle metafore quotidiane. Vale forse per Omero come per qualunque testo fondativo, a prescindere dall’origine geografica: ciò che conta è che sia abbastanza ricco e irriducibile da contenere più di una storia

Il proemio dell’Iliade era recitato a memoria dai rapsodi prima ancora di essere fissato su papiro, composto secondo strutture formulaiche pensate per la voce e per la mente che ricorda. Memorizzarlo oggi significa toccare qualcosa che viene da prima della scrittura, da quell’epoca in cui la memoria non era una facoltà ausiliaria ma lo strumento stesso della trasmissione. Ora che domina la logica del testo generato e personalizzato, c’è qualcosa di radicalmente alternativo nel tornare a quell’origine. 

Nell’era in cui ogni narrazione può essere riscritta su misura per ciascuno di noi, forse il gesto più controcorrente è imparare a memoria qualcosa che non è stato scritto per nessuno in particolare. E scoprire, insieme, che parla a ciascuno di noi. 

Bibliografia 

  • L. Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022.
  • M. Ende, La Storia Infinita, Longanesi, Milano 1981.
  • Platone, Fedro, varie edizioni.

24 Marzo 2026

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