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Area Secondaria II grado

La parità di genere vista dagli adolescenti

Che cosa pensano i ragazzi del gender pay gap? Ce lo racconta Vanessa Mucci, che ha portato un progetto di Pari Merito APS nel Liceo Economico Sociale di Arezzo.

Tempo di lettura: 5 minuti

Vanessa Mucci
Facciamo i conti

Un’analisi schietta e personale sul gender pay gap e sulle dinamiche di genere che emerge dai feedback di alcuni studenti e studentesse che hanno partecipato al progetto Facciamo i conti di Pari Merito APS, pensato per gli studenti della Scuola secondaria di I grado e del biennio della Scuola secondaria di II grado.

A conclusione del progetto, ideato dall’associazione Pari Merito, in collaborazione con gli insegnanti vengono infatti suggerite delle attività da proporre alle classi affinché ragazzi e ragazze abbiano la possibilità di riflettere sui temi della parità di genere a partire dai concetti, i dati e le discussioni nate durante le attività di “Facciamo i conti”.

Tra le diverse opzioni, in una classe seconda del Liceo Economico Sociale di Arezzo è stato scelto lo svolgimento di un tema libero. Che cosa è emerso dallo sguardo e dalle idee di questi adolescenti? Di seguito un racconto che riassume i loro elaborati, sviluppati in relazione a questi aspetti:

  • indipendenza economica e gender pay gap;
  • il peso del “carico di cura” e degli stereotipi;
  • il ruolo dell’uomo: da “aiutante” a padre responsabile;
  • la disparità salariale non è un “problema delle donne”.

Indipendenza economica e gender pay gap

Marco definisce la disparità salariale come “il fatto che, a parità di competenze, una mia compagna di classe potrebbe trovarsi con uno stipendio più basso solo perché donna”. Il divario salariale a parità di competenze è percepito come assurdo da ragazzi e ragazze, tanto che Ilaria si è domandata se sia addirittura illegale. Emerge come opinione diffusa il fatto che il gender pay gap sia un problema che riguarda tutti, non solo le donne che ne sono vittime. Per Leonardo, il divario non è dovuto alla “cattiveria” dei singoli capi, ma a un “sistema di pregiudizi che parte da lontano”.

Il peso del “carico di cura” e degli stereotipi

Molti studenti e studentesse identificano le radici del problema negli stereotipi di carriera e, soprattutto, nel cosiddetto “carico di cura familiare”. Riflettendo sulla propria famiglia, Davide ha notato come, implicitamente, la carriera della madre sia diventata quella “flessibile” perché il padre guadagna di più, portando quindi la madre a gestire la casa e occuparsi dei figli. Davide si ritiene fortunato a essere cresciuto in una famiglia in cui il part-time della madre non è stato vissuto come un problema, ma a fine tema si domanda se lei, nonostante gli dica che è stata felice di farlo, forse abbia avuto un po’ di paura ad aver “perso” un pezzo della sua indipendenza economica; conclude affermando che il part-time dovrebbe essere una libera scelta, non un’imposizione.

Questi pregiudizi si manifestano anche nel sistema educativo: Lucia ha osservato che la società tende a spingere i ragazzi verso studi e carriere come ingegneria e le ragazze verso l’insegnamento o le materie umanistiche, come se fosse naturale che loro debbano scegliere lavori che permettano di gestire meglio una famiglia. Sono queste “piccole scelte” iniziali, a suo avviso, che contribuiscono a creare il divario economico futuro. È perfettamente assodato che le ragazze abbiano le stesse capacità di riuscita dei ragazzi nelle materie scolastiche, anzi, i ragazzi si rendono conto che sono anche generalmente più brave di loro. Eppure al liceo delle scienze sociali si iscrivono più ragazze e agli istituti tecnici più ragazzi.

Infine, scrive Silvia, perché i lavori prettamente femminili sono quelli meno pagati? Coincidenze? Esiste un orientamento, esplicito o implicito, che spinge ragazzi e ragazze verso percorsi di studio e, di conseguenza, carriere tradizionalmente associati al loro genere?

Il ruolo dell’uomo: da “aiutante” a padre responsabile

Un punto cruciale per Cecilia è il ruolo dell’uomo e del padre nella gestione familiare. Innanzitutto è evidente che il congedo parentale in Italia non sia equamente distribuito tra i genitori. Se i padri non si prendono il congedo di paternità o non chiedono il part-time per stare con i figli, la pressione ricade interamente sulla madre, con conseguenze negative sulla sua carriera e sul suo guadagno.

Molti studenti e studentesse ritengono che per cambiare le cose bisogna effettivamente partire da dentro casa. C’è coscienza che l’esempio dato dalla famiglia giochi un ruolo fondamentale, privilegiando non la “divisione” ma la “condivisione” dei compiti all’interno delle mura domestiche tra i genitori, con il padre che non “aiuta” ma “si occupa” della casa e dei figli tanto quanto la madre.

Edoardo desidera essere in futuro un padre presente; Valeria giustifica le assenze del proprio padre che ha passato più tempo della madre al lavoro per guadagnare di più per tutta la famiglia, anche se poi scrive che avrebbe voluto averlo più spesso in casa a giocare con lei e che le è mancato molto.

Elaborati Facciamo i conti

La disparità salariale non è un “problema delle donne”

Le conseguenze di queste disuguaglianze non sono solo individuali, ma sociali: se le donne non sono indipendenti economicamente, l’intera società è più fragile, e un mercato del lavoro ingiusto e inefficiente frena la crescita del Paese.

I tempi sono cambiati ma qualcosa nella mentalità della società è rimasta la stessa. Maria ha capito bene perché la mamma le dice sempre di studiare, di pensare al proprio futuro, di trovarsi il lavoro che non la farà dipendere da nessuno. Marco conclude sostenendo che la lotta per la parità salariale è una “lotta per la giustizia” e non un’azione contro gli uomini, e che la chiave per il cambiamento è un “cambio di testa” collettivo.

22 Aprile 2026

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