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Area Secondaria II grado

Oltre il collasso: cambiamento climatico e conflitti

Qual è il legame tra cambiamento climatico e conflitti? In occasione dell’Earth Day, Grammenos Mastrojeni spiega il circolo vizioso che minaccia il pianeta.

Tempo di lettura: 6 minuti

Grammenos MastrojeniGrammenos Mastrojeni
Geo-strategie del collasso climatico

Il 22 aprile ricorrerà l’Earth Day, giornata internazionale in cui siamo chiamati a riflettere sul benessere del pianeta e su come per prendercene cura, come singoli e collettività. Il corso “Sostenibile conviene”, di cui abbiamo parlato qui, ha lo scopo di fornire a educatori e insegnanti (e non solo) gli strumenti per portare in classe la sostenibilità e tracciare soluzioni per uscire da un ciclo globale di insostenibile degrado sociale e ambientale. Ma cosa sta succedendo davvero al nostro pianeta? E perché le nostre soluzioni sembrano di volta in volta peggiorare le cose, anziché migliorarle?

Il circolo vizioso tra cambiamento climatico e conflitti

A livello globale si intensifica la conflittualità, che in ogni sua forma, da quella ufficiale fra gli Stati ai conflitti interni striscianti, provoca enormi emissioni di CO2. Questo avviene mentre le conseguenze del cambiamento climatico e del degrado naturale accelerano esponenzialmente per altre ragioni. Ma il conflitto non è solo una causa del peggioramento della crisi ambientale, ne è anche una conseguenza: di recente ha conquistato l’attenzione il caso della Groenlandia, di cui non ci si è mai interessati finora, e che oggi diviene appetibile nel momento in cui il disgelo polare apre nuove rotte navigabili e dà accesso a grandi risorse energetiche.

Tutto questo accade perché rispondiamo alla crisi con vecchi schemi strategici istintivi. Molte forme spontanee di adattamento ai mutamenti naturali prevalgono perché istintive e consuete, ma non sono necessariamente positive: sebbene sembrino una soluzione nel presente, in realtà aggravano il problema nell’immediato futuro. Più fa caldo, più usiamo i condizionatori, più emissioni provochiamo, e più farà caldo. In maniera analoga, la guerra nasce dal degrado naturale come forma di adattamento spontaneo, e soluzione geo-strategica normale: più diminuiscono le risorse, più si lotta per ottenerle, più emissioni si provocano e si distrugge l’ambiente, più vi saranno ragioni di conflitto.

Si crea così un circolo vizioso, un loop che interagisce con un altro tipo di cicli cumulativi, scattati all’interno dell’ecosistema a causa delle iniziali alterazioni climatiche umane: per esempio un aumento di temperatura, che genera più fusione dei ghiacci, che a sua volta genera più calore perché vengono a mancare le superfici ghiacciate riflettenti che rispediscono l’energia solare nel cosmo. Questi ultimi cicli si amplificano reciprocamente, e a questo si deve la palpabile accelerazione del degrado climatico e ambientale. Contemporaneamente, si intersecano con i cicli di risposta irrazionale umana (dai condizionatori alle guerre) che a loro volta peggiorano i cicli di degrado ambientale: con il risultato che ci stiamo avviando a un drammatico, caotico e non modellizzabile loop dei loop, destinato a sfociare nella sconfitta di tutti.

La nostra vecchia economia ha innescato la crisi climatica e la nostra vecchia e istintiva geo-strategia si avvia ad amplificarlo in un caos totale da cui nessuno esce vincitore, nemmeno i più forti e potenti. Occorre immediatamente cambiare rotta e trovare nuove formule di gestione della conflittualità: una nuova geo-strategia che affronti il cambiamento climatico e i conflitti non come problemi separati, ma come un’unica emergenza.

L’ingiustizia: la causa profonda di questi cicli distruttivi

Quelli ora descritti sono solo alcuni aspetti di un più vasto ciclo di degrado globale, che è stato affrontato finora solo a compartimenti stagni, come se le diverse minacce in aumento non fossero collegate. Al contrario, sono tutte interconnesse: persino la fragilità del sistema pensionistico è legata al crollo dei ghiacciai, in un vortice di insicurezze che ci fanno paura. Non abbiamo né il tempo né i mezzi per far fronte a questo nuovo orizzonte di insicurezze affrontando i problemi separatamente, perché siamo molto vicini al collasso ambientale e sociale, a un punto di non ritorno; senza contare che risolvendo un fronte senza occuparsi degli altri, questi ultimi spingerebbero comunque al degrado anche il singolo aspetto – per esempio l’occupazione – a cui ci si è dedicati. È lo stesso errore che commettiamo aggrappandoci ai vecchi canoni geostrategici: mentre ci sembra di risolvere un fronte aperto, in realtà esacerbiamo le sue cause e sospingiamo verso il tracollo un ciclo generale di degrado.

I diversi fronti di fragilità sono infatti parte di un ciclo che si può invertire solo se ne individuiamo la causa profonda: l’ingiustizia. L’estrema disparità è storicamente la causa dell’instabilità e conflittualità umana, ma è anche la vera causa del degrado ambientale: le due linee di degrado potrebbero essere gestite con gli strumenti tradizionali se fossero separate, ma è impossibile se esse risuonano e si amplificano reciprocamente.

Una geo-strategia utile, quindi, non può esimersi dal risolvere la causa dei conflitti: limitarsi a gestirli singolarmente tutela l’interesse comune solo in apparenza, mentre in realtà amplifica la causa del conflitto in un ciclo che punta al caos senza vincitori. È quindi necessario attuare una politica di inversione generale del ciclo distruttivo, concepita nel quadro di questo obiettivo più vasto. Non è una scoperta della nostra epoca: già nel XX secolo si è capito che il meccanismo geostrategico classico – l’equilibrio di potenza, si vis pacem para bellum – non era sufficiente. Gli si sono quindi affiancate “strutture di pace” – azioni per rimuovere le cause dei conflitti più che gestirli in deterrenza reciproca – come la cooperazione allo sviluppo, che convergono tutte sulla soluzione fondamentale, attenuare l’ingiustizia. Ma proprio ora che dovrebbero spodestare la risposta geostrategica aggressiva, queste strutture sono sempre più deboli.

L’unica soluzione possibile

Costruire la giustizia è quindi l’unica geo-strategia davvero sensata, capace di invertire il ciclo distruttivo globale. Tuttavia, millenni di contrapposizioni ideologiche hanno vanificato ogni politica genericamente rivolta a rendere “il mondo più giusto”. Ma proprio alcuni provvedimenti ambientali possono accelerare la democrazia e una più giusta ridistribuzione del reddito: riattivare gli ecosistemi degradati invece di sostituire i loro servizi con surrogati artificiali (proteggere le api invece di ricorrere a droni impollinatori) e riattivare al massimo le produzioni locali. L’ingiustizia porta a distruggere l’ambiente, mentre proteggerlo crea strutturalmente giustizia e spazza via le cause della conflittualità. Con un vantaggio: questi provvedimenti sembrano quasi tecnici e quindi si possono attuare al riparo da paralizzanti battaglie ideologiche.

Da non sottovalutare, nell’ambito di interventi volti a favorire la democrazia e la giustizia, è il ruolo dell’educazione e della scuola, che rappresentano un fronte di battaglia fondamentale per formare cittadini e cittadine capaci di contrastare la tendenza dei sistemi a creare disparità.

Trovi qui le lezioni del corso “Sostenibile conviene” su Youtube.

20 Aprile 2026

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