Fiabe antiche per un futuro digitale: IA e democrazia
È uscito da poco il libro di Moreno Carosella, Fiabe antiche per un futuro digitale. Metafore e mostri nell’era dell’intelligenza digitale (Interlinea, 2025), un saggio originale e accessibile che affronta le sfide della democrazia nell’era digitale attraverso una chiave insolita: le fiabe e le leggende popolari del Sud Italia. Ogni capitolo si apre, infatti, con una fiaba o leggenda che diventa metafora potente per leggere il presente, e il libro si chiude con un messaggio di speranza non ingenua: la democrazia, come una coperta tessuta filo per filo, richiede pazienza, partecipazione e coraggio collettivo. E la tecnologia, se governata con spirito critico, può ancora diventare uno strumento di liberazione.
Caterina Lazzarini intervista l’autore Moreno Casella, informatico, imprenditore e docente universitario, per parlare del libro e fornire utili spunti di riflessione (anche in chiave operativa) per chi tutti i giorni si trova ad affrontare il delicato compito dell’educazione.
Come sono nate l’idea del libro e l’intuizione di usare le fiabe per spiegare l’intelligenza artificiale? E a chi si rivolge?
L’intuizione è nata da una sovrapposizione di due percorsi che hanno sempre convissuto in me. Lo spirito dell’informatico e quello dell’appassionato di storie, di filosofia.
Avevo bisogno di proporre delle mappe concettuali intuitive per spiegare fenomeni complessi come l’intelligenza artificiale o la disinformazione. Più che utilizzare un linguaggio tecnico per spiegarne il funzionamento, avevo bisogno di un linguaggio intuitivo per rappresentare la paura dell’inganno, il fascino dell’illusione, il rapporto con l’invisibile. Le fiabe mi sembravano funzionali a tutto ciò.
Come tutte le storie del Sud Italia, ma non solo, le fiabe raccontano dinamiche sociali che continuano a riproporsi nel tempo. Figure come le janare (figure femminili assimilate a “streghe”, in realtà dotate di sapere ancestrale e capaci di pensiero laterale) o il re vanitoso non appartengono al passato, ma descrivono dinamiche profondamente attuali. Le janare, ad esempio, non sono così lontane dagli algoritmi opachi che agiscono senza mostrarsi; il re vanitoso vive oggi nei meccanismi della costruzione del consenso e della verità condivisa.
Il libro si rivolge a tutti coloro che si sentono “cittadini digitali”, indipendentemente dall’età.
I cosiddetti nativi digitali spesso usano la tecnologia con grande naturalezza, ma senza interrogarsi fino in fondo sui suoi effetti. Chi è arrivato dopo, invece, tende a subirla o a diffidarne rinunciando inconsapevolmente ad alcuni diritti fondamentali.
Il libro prova a creare un terreno comune in cui riconoscersi, usando un linguaggio che non è né tecnico né generazionale, ma umano. Le fiabe funzionano ancora proprio perché parlano a tutti, ma non semplificano mai davvero.
Parlando a un pubblico di studenti e studentesse della Scuola secondaria di II grado riesci a entrare in contatto con loro? E a vincere la naturale diffidenza verso chi sembra metterli in guardia? Pensi che ci sia già in loro una prima riflessione?
Sì, la risposta c’è, ed è spesso più profonda di quanto si pensi. Ragazzi e ragazze vivono il digitale con grande naturalezza, ma questo non significa che non si pongano domande. Anzi, molte riflessioni ci sono già, anche se non sempre sono espresse in modo chiaro.
All’inizio può esserci un po’ di diffidenza, soprattutto se sembra che si voglia mettere in guardia o giudicare. Ma quando il dialogo diventa aperto, senza toni moralistici, l’ascolto arriva. Le storie e le fiabe aiutano molto, perché permettono di parlare di temi complessi in modo più semplice e coinvolgente. Più che insegnare qualcosa, si tratta di accompagnarli a riconoscere quello che già, in parte, hanno intuito.
Tu scrivi che «la democrazia non è un’app installata una volta per tutte, ma un sistema operativo da aggiornare continuamente». Qual è l’aggiornamento più urgente che le democrazie occidentali devono fare oggi?
La mia idea è che le democrazie liberali devono sviluppare la capacità di governare l’ecosistema informativo digitale, senza tradire sé stesse. Abbiamo pensato, e per certi versi lo pensiamo ancora, che la libertà di espressione fosse sufficiente a garantire una buona qualità del dibattito pubblico. Ma nell’ambiente dominato dalle piattaforme digitali, l’informazione non circola più in uno spazio neutro. È selezionata, amplificata e spesso distorta da algoritmi opachi, progettati per massimizzare l’attenzione, non la verità. Siamo in presenza di fenomeni distorsivi che producono effetti come la frammentazione della realtà con l’indebolimento del consenso informato, che è il cuore della democrazia.
L’“aggiornamento” quindi significa introdurre la trasparenza e la responsabilità degli algoritmi.
Senza questa trasparenza, il potere si sposta silenziosamente fuori dalle istituzioni democratiche. Serve un’educazione critica diffusa per saper interpretare ciò che vediamo. Servono nuove forme di partecipazione.
Senza questo passaggio, il rischio è che le nostre istituzioni restino formalmente democratiche, ma sostanzialmente guidate da logiche che democratiche non sono.
Nel libro c’è una riflessione sul capitalismo della sorveglianza, che purtroppo è già una realtà consolidata. Però sembra di cogliere la speranza che i cittadini comuni abbiano ancora un potere reale per resistere. Più di una volta, leggendo tra le righe questa speranza, veniva voglia di chiedere: «Come possiamo fare, allora?»
Non penso esista un gesto risolutivo. Esiste la possibilità concreta di non essere completamente catturati dal digitale. Abbiamo in ogni istante la possibilità di interrompere l’automatismo. Le piattaforme digitali si alimentano dei dati generati dai nostri comportamenti in abitudini prevedibili. Ogni volta che scegliamo consapevolmente, che non reagiamo immediatamente, che ci sottraiamo al percorso suggerito, introduciamo una piccola frattura. È una libertà minima, ma reale.
Il capitalismo della sorveglianza si presenta come servizio, come qualcosa “fatto per noi”, ma in realtà costruisce desideri che poi soddisfa. Per questo diventa essenziale distinguere tra ciò che desideriamo e ciò che ci viene fatto desiderare, accettando anche una quota di incertezza invece della comodità di un mondo perfettamente su misura.
La questione è inevitabilmente politica. Se il cittadino, da elettore e quindi soggetto politico, viene progressivamente ridotto a dato (target, bisogno, segmento), allora anche la politica cambia natura. Non più costruzione di visione e mediazione tra interessi, tutela del bene comune; diventa una funzione di marketing, orientata a intercettare e sollecitare comportamenti. In questo passaggio si gioca un rischio profondo per la democrazia.
La speranza sta nel fatto che possiamo ancora riconoscerci come cittadini e non solo come utenti, e riaprire uno spazio di scelta. Ed è da quello spazio che può ricominciare la politica.
Tu sei un docente universitario e imprenditore. Nelle persone giovani che incontri, vedi più consapevolezza digitale rispetto a dieci anni fa, o più dipendenza?
Nelle persone giovani con cui sono a contatto, che fanno parte dell’ambito STEM, vedo entrambe le cose, ed è proprio questo il dato interessante. Da un lato c’è una competenza operativa molto più alta rispetto a dieci anni fa. Ragazzi e ragazze si muovono con naturalezza, imparano in fretta, non hanno timore degli strumenti. Il digitale è così integrato nella loro quotidianità che tende a diventare invisibile, qualcosa che non si mette in discussione.
Questo induce ad una difficoltà a prendere distanza, a interrompere il flusso, a distinguere tra ciò che si sceglie e ciò che viene suggerito. Quando si apre uno spazio di riflessione, quando si prova a dare un nome a queste dinamiche, molti riconoscono subito quello che accade. È come se la consapevolezza fosse già lì, ma non ancora del tutto elaborata.
Credo che il compito di chi insegna sia proprio aiutare a trasformare quella competenza naturale in una consapevolezza più matura.
Che cosa possiamo aspettarci dall’avvento dell’IA, nel campo dell’istruzione e della didattica? Come dovrà evolvere la competenza degli insegnanti? C’è chi teme che vengano sostituiti da Chat-bot.
L’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana e quindi anche nella scuola e nell’università. È già oggi uno strumento molto utile, soprattutto perché rende i percorsi formativi più incisivi, adattandoli alle caratteristiche e alle abilità di ciascuna persona, valorizzando anche chi ha stili di apprendimento diversi.
Non va confusa con l’educazione. L’AI dà risposte, mentre insegnare significa soprattutto aiutare a fare domande, sviluppare spirito critico, capire cosa è giusto e cosa no. E questo resta un processo umano.
Per questo non credo che gli insegnanti saranno sostituiti dai chatbot. Piuttosto dovranno evolvere. Dovranno conoscere questi strumenti e insegnare a usarli bene, senza subirli. La competenza sull’uso dell’IA diventerà trasversale, come oggi saper usare un computer o cercare informazioni online.
Allo stesso tempo, i modelli didattici e pedagogici resteranno nelle mani degli esseri umani. Saremo noi a decidere come insegnare, che cosa è importante trasmettere, che tipo di cittadini e cittadine vogliamo formare. In un mondo pieno di risposte, il ruolo dell’insegnante diventa ancora più importante: aiutare a capire quali risposte hanno davvero senso.
Sarebbe interessante affrontare alcuni temi del libro in chiave didattica. E siccome nella didattica odierna è fondamentale un approccio che parta dal “fare” (pensiamo al metodo WRW), ti chiederei di pensare a delle attività concrete, che permettano a ragazzi e ragazze di sperimentare sul campo le conoscenze acquisite.
Faccio solo alcune proposte, ma credo che si potrebbero costruire attività a partire da ogni capitolo:
- un Debate cooperativo per esempio sul tema delle Janare («Riusciremo a convivere con la Janara digitale senza esserne dominati?»). Metà classe deve sostenere la tesi del digitale come opportunità senza rischi e l’altra metà la deve smontare.
- La costruzione di una “mappa della sorveglianza” (ogni studente o studentessa deve tenere una lista delle app e delle piattaforme che frequenta e che gli chiedono dati personali). Poi c’è il momento collettivo, in cui ragazzi e ragazze confrontano le loro liste, commentano i risultati; infine insieme fanno un poster con i «fili invisibili» che li collegano alla rete.
- Scrittura collettiva su La donna che disfaceva la coperta (a partire dalla metafora della coperta tessuta e disfatta per parlare della democrazia come lavoro paziente e collettivo).
Ogni studente o studentessa scrive un “filo”: una proposta concreta, piccola o grande, per migliorare la propria comunità (scuola, quartiere, città). I fili vengono raccolti e “tessuti” fisicamente su un cartellone, creando una coperta visiva di idee condivise. Funziona bene come attività finale di un percorso.
Se dovessi progettare un’ora di lezione su “democrazia e algoritmi” per una classe di Scuola Secondaria di II grado, da dove cominceresti: da un concetto tecnico, da una storia, da una domanda aperta?
Ho tenuto una lezione sul tema a insegnanti di Scuola Secondaria di II grado nell’ambito del programma Scuola Futura. Ho iniziato da un film “Il migliore dei mondi” di Maccio Capatonda.
In questo film, il protagonista Ennio si ritrova in un mondo parallelo privo di tecnologia moderna, offrendo una prospettiva ironica sulle nostre dipendenze digitali.
Una scena particolarmente divertente mostra Ennio alle prese con situazioni quotidiane senza l’ausilio di smartphone o internet, mettendo in luce in modo comico quanto la tecnologia influenzi le nostre vite.
Caterina Lazzarini
Claudia Bartoli
Nicola Giorgetti
Redazione
Angela Schisa - DFI Books
Roberto Castaldo - DFI Books