La riflessione filosofica per ripensare la scuola
Indicazioni, documenti, esami: ogni anno la scuola si ritrova sommersa da novità che si accumulano come strati di vernice su un muro già consumato. Vorrebbe essere accogliente, ma spesso finisce per sottrarre tempo proprio a ciò che dovrebbe custodire: istruzione e relazione. Ore rubate alla didattica, progetti di cui alunni e docenti farebbero volentieri a meno, un susseguirsi di adempimenti che svuotano di senso il lavoro quotidiano. Eppure c’è sempre qualcuno pronto a proporre ricette miracolose e soluzioni “chiavi in mano”. Ma funzionano davvero? Da docente, sento ogni giorno di più l’urgenza di una riflessione seria e condivisa.
Parlare di scuola è diventato un po’ come parlare del tempo: frasi fatte, giudizi affrettati, lamentele che si ripetono identiche da anni. Parlarne è facile, pensarla è un’altra cosa.
Vorrei abbozzare un tentativo attraverso il libro di Salvatore Grandone: Ripensare la scuola con la filosofia. Non un saggio qualunque da aggiungere alla pila, ma un invito a fermarmi, a sospendere il rumore di fondo e a guardare la scuola da un’angolatura diversa, più radicale. Il titolo prometteva ciò che manca da tempo nel dibattito pubblico: non l’ennesima diagnosi, non l’ennesimo slogan riformista, ma un tentativo autentico di ripensare la scuola dalle sue fondamenta. Una riflessione filosofica capace di sottrarre la scuola agli automatismi burocratici e restituirle il suo ruolo originario nella vita dell’essere umano.
«Un anno dopo l’altro, essa [la scuola] sforna coorti di studenti sempre più disorientati […] senza che si possa imputare la benché minima colpa al singolo insegnante o al singolo studente» (p. 35). È da qui che Grandone avvia il suo lavoro di scavo.
Le parole-mantra della scuola neoliberale
Il saggio si articola in due parti: nella prima Grandone analizza le coordinate valoriali dell’attuale sistema scolastico; nella seconda propone, sulla scia di Bergson e delle filosofie dell’esercizio, un nuovo orizzonte educativo.
Tre parole dominano la scuola contemporanea: adattabilità, flessibilità, resilienza. Termini ripetuti come mantra, spesso svuotati di senso. Grandone li interroga con metodo critico-genealogico, mostrando come dietro la loro apparente neutralità si nascondano ambiguità profonde.
Nel linguaggio manageriale, adattabilità significa piegarsi a un ambiente instabile. Grandone ribalta la prospettiva: adattarsi non è cedere, ma lasciarsi trasformare dall’esperienza per poi trasformare il mondo. Un processo bidirezionale, creativo.
La flessibilità, celebrata come virtù, si traduce spesso in precarietà e frammentazione. Seguendo Leonard Mlodinow, l’autore la riconduce invece alla capacità della mente di reagire all’inaspettato attraverso un pensiero divergente.
Quanto alla resilienza, Grandone ne critica l’uso quando diventa sinonimo di rassegnazione. La resilienza autentica non è sopportazione, ma conservazione del proprio scopo anche nei cambiamenti più drastici: un ciclo virtuoso di crescita e riorganizzazione.
Oltre nostalgici e innovatori: la via dell’esercizio
Dopo aver smontato i presupposti della scuola neoliberale, Grandone affronta il panorama attuale, dominato da due schieramenti: i passatisti, legati alla lezione frontale e alla centralità delle nozioni, e gli innovatori, sacerdoti delle ultime mode didattiche e digitali. L’autore prende le distanze da entrambi: dai nostalgici e dagli entusiasti dell’innovazione a tutti i costi.
Propone una terza via: un modello che mette al centro il momento verticale, l’ascesi intesa come esercizio.
Seguendo Pierre Hadot, Henri Bergson e Peter Sloterdijk, Grandone ricorda che nel mondo antico filosofia significava arte di vivere: pensiero e azione erano inseparabili. In un’epoca segnata da un crescente disagio giovanile, la filosofia deve recuperare questa vocazione originaria.
Per rendere attuale questa eredità, Grandone si affida a Bergson, soprattutto al Bergson docente. Analizzando tre conferenze – La politesse, Le bon sens et les études classiques, De l’intelligence – ricava tre coordinate fondamentali: gentilezza, rispetto, capacità di comprendere dall’interno le idee altrui, attenzione al peso delle parole; buon senso, elasticità mentale, disponibilità a mettersi in discussione, capacità di cogliere la complessità del reale; intelligenza, ricerca di un centro interiore che orienti le proprie energie spirituali.
Tre qualità semplici da nominare, difficili da coltivare. Per questo Grandone individua nell’esercizio la quarta coordinata, quella che tiene insieme tutte le altre. Diventare gentili, intelligenti e dotati di buon senso richiede un lavoro costante su di sé: un’ascesi, un’educazione dello sguardo, una scultura interiore, per dirla con Plotino.
Una scuola che torna a essere paideia
In conclusione, Grandone mostra come la filosofia bergsoniana, l’antica e le pratiche filosofiche possano offrire strumenti preziosi per ripensare la scuola come paideia, formazione integrale dell’essere umano.
Credo che il messaggio del libro rappresenti un ottimo punto di partenza per rivoluzionare dall’interno e dal basso l’educazione. Oggi la scuola sembra ostaggio di pedagogisti che non hanno mai messo piede in classe, di dirigenti scolastici troppo compiacenti verso le politiche di governo, di uno Stato sempre più promotore dell’ideologia neoliberale. È fondamentale che i docenti tornino a far sentire la propria voce, avanzando proposte concrete per riformare la scuola. Siamo noi a viverla ogni giorno, e siamo noi i primi a poterla – e doverla – migliorare insieme ai nostri alunni e alunne. Il volume di Grandone è, in questo senso, un esempio e un appello da raccogliere.
Nunzia Capasso
Redazione
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