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Area Secondaria I grado

Allenare l’attenzione convergente e divergente: dall’ombrellone alla classe

Claudia Bartoli ci parla di alcuni esercizi da fare in vacanza per allenare l’attenzione divergente e convergente.

Tempo di lettura: 7 minuti

Claudia BartoliClaudia Bartoli
Allenare l'attenzione convergente e divergente: dall'ombrellone alla classe

L’estate è il momento in cui gli insegnanti ricaricano le energie. Ma può diventare anche un’occasione preziosa per allenare una competenza che accompagnerà ogni lezione del nuovo anno scolastico: l’attenzione.

Siamo abituati a pensarla come una qualità che alcuni possiedono e altri no. Le neuroscienze, invece, suggeriscono una prospettiva diversa: la capacità di dirigere intenzionalmente il focus può essere esercitata analogamente ad abilità motorie, grazie ai meccanismi di neuroplasticità, anche attraverso pratiche semplici e brevissime. L’allenamento estivo ha inoltre un vantaggio speciale: permette al docente di sperimentare prima su di sé gli stessi esercizi che, a settembre, potrà proporre ai propri studenti e studentesse. Un’attività vissuta in prima persona non viene semplicemente spiegata: viene trasmessa con maggiore autenticità.

Due marce del cervello

Quando parliamo di attenzione, le neuroscienze ci invitano a distinguere due modalità complementari: l’attenzione convergente e l’attenzione divergente.

  • L’attenzione convergente è la capacità di restringere il campo, selezionare un unico stimolo e mantenere il focus su un compito specifico. È la modalità che si attiva quando risolviamo un problema, scriviamo una frase, ascoltiamo con cura.
  • L’attenzione divergente è la capacità opposta e complementare: ampliare il campo percettivo, lasciare che la mente esplori liberamente, favorendo connessioni inattese, intuizioni e creatività.

In termini neuroscientifici, queste due modalità sono associate a reti cerebrali che si alternano continuamente. Da un lato c’è il Default Mode Network, la “rete del pilota automatico”, che si attiva quando la mente vaga liberamente: riflettiamo su noi stessi, ricordiamo, fantastichiamo. Dall’altro c’è la “rete della messa a fuoco”, che convoglia le energie su un obiettivo preciso e mette in secondo piano i pensieri personali.

L’abilità non sta nel bloccare una rete a favore dell’altra, ma nell’imparare a passare con flessibilità e intenzionalità dall’una all’altra, come un musicista che sa quando suonare forte e quando lasciare spazio al silenzio. Nella risoluzione di un problema, quando ci concentriamo sui dati, ragioniamo sui collegamenti e cerchiamo una soluzione, stiamo attivando l’attenzione convergente. Ma talvolta, soprattutto quando la soluzione richiede creatività, essa arriva nei momenti in cui lasciamo andare il problema: una passeggiata, una doccia, un momento di relax.

Immagine Allenare lattenzione
Immagine creata con l’IA

L’Eureka! che nasceva dal bagno caldo

La leggenda racconta che Archimede trovò la soluzione al celebre problema della corona d’oro non davanti ai suoi appunti, ma immergendosi in una vasca. In quell’istante di rilassamento, la mente, libera dalla pressione del problema, riuscì a creare una connessione nuova, e nacque il famoso grido “Eureka!“: ho trovato.

Episodi simili ricorrono nella storia della scienza. Il chimico Friedrich Kekulé scoprì la struttura ad anello del benzene durante un sogno in cui vedeva un serpente che si mordeva la coda. Einstein concepì la teoria della relatività a partire da un esperimento mentale immaginato da adolescente: cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce? E Erwin Schrödinger formulò la sua celebre equazione d’onda non in laboratorio, ma durante una “fuga” creativa sulle Alpi svizzere.

Questi episodi ci ricordano una verità preziosa: il cervello alterna naturalmente momenti di concentrazione intensa e fasi di apertura creativa. Entrambe le modalità sono indispensabili. Entrambe, soprattutto, possono essere allenate.

Una palestra naturale: il mare, o la montagna

La spiaggia offre uno straordinario laboratorio di attenzione, disponibile senza attrezzature né preparazione. Gli esercizi che seguono non hanno lo scopo di rilassare, ma di allenare la capacità di decidere consapevolmente dove dirigere la propria mente, interrompendo i pensieri ripetitivi (il cosiddetto rimuginio). Si può iniziare con un minuto e aumentare gradualmente fino a cinque.

Esercizio 1 — Attenzione convergente (da 1 a 5 minuti)

Raccogli una conchiglia e osservala come se la vedessi per la prima volta: segui le venature, i colori, le piccole imperfezioni, la temperatura, il peso. In alternativa, concentrati su un suono specifico (onde, voci, gabbiani) e segui solo quello, filtrando le distrazioni. Ogni volta che la mente si distrae, riportala gentilmente sull’oggetto. Questo semplice atto di “ri-agganciare” il focus è come un piccolo sollevamento pesi: ogni ripetizione allena il “muscolo” dell’attenzione.

Esercizio 2 — Attenzione divergente (da 1 a 5 minuti)

Appoggia la conchiglia, alza lo sguardo o chiudi gli occhi, e lascia che l’attenzione si allarghi all’intero campo percettivo: il rumore delle onde, il vento, le voci lontane, il profumo della salsedine, il calore del sole sulla pelle. Non si tratta di cercare qualcosa: si tratta di permettere al campo di aprirsi.

Esercizio 3 — L’elastico (alternanza consapevole)

Alterna i due esercizi per qualche ciclo: 30 secondi sul dettaglio della conchiglia, 30 secondi sull’insieme dell’ambiente. Questo aiuta il cervello a cambiare “marcia” con maggiore fluidità. Lo stesso principio funziona, naturalmente, durante una passeggiata in montagna: osserva in ogni dettaglio una foglia o una pietra, poi allarga lo sguardo fino ad abbracciare l’intero paesaggio.

Perché provarlo prima di proporlo

Nella pratica didattica capita spesso di suggerire attività lette in un libro, ma mai sperimentate di persona. L’attenzione, e in generale tutte le competenze non cognitive e trasversali, si insegna soprattutto attraverso l’esperienza vissuta.

Un docente che ha imparato a riconoscere su di sé cosa significa restringere o ampliare volontariamente il focus saprà cogliere con maggiore sensibilità quando la classe ha bisogno di concentrazione e quando, invece, è il momento di favorire esplorazione, creatività e nuove connessioni.

L’estate diventa così il primo laboratorio della scuola che verrà.

Dall’ombrellone alla routine di classe

L’obiettivo non è trasformare gli studenti e le studentesse in esperti di mindfulness o di Attention Training Technique, ma offrire loro un breve allenamento dell’attenzione prima che inizi il lavoro cognitivo. Va precisato che i protocolli completi di mindfulness e ATT richiedono sessioni di almeno 12 minuti di pratica quotidiana e sono progettati per obiettivi terapeutici o di sviluppo metacognitivo strutturato: ciò che si propone in classe è invece un atto intenzionale e breve che allena il gesto di dirigere l’attenzione, non il protocollo nella sua interezza.

Nella mia esperienza, questa pratica trova naturalmente posto nei due-tre minuti iniziali dedicati alla respirazione consapevole: un piccolo rituale che crea prevedibilità e contribuisce ad abbassare l’ansia (di pratiche simili abbiamo parlato qui). Dopo aver invitato la classe a rallentare il respiro, è possibile proporre un brevissimo esercizio di attenzione convergente: si chiede agli studenti e alle studentesse di portare il focus sulle mani appoggiate al banco, sul contatto dei piedi con il pavimento, o sul ritmo della respirazione, secondo i protocolli della mindfulness, che dirige consapevolmente l’attenzione verso se stessi, oppure su stimoli esterni (il ronzio di una caldaia, le voci dal corridoio, il cinguettio degli uccelli), secondo i protocolli dell’ ATT, che dirige intenzionalmente l’attenzione verso l’esterno.

Una volta consolidata questa abilità, l’esercizio può evolvere verso l’attenzione divergente: si invita ad ampliare gradualmente il campo della consapevolezza fino a percepire l’intera aula: i suoni, la luce, la postura del corpo, lo spazio condiviso con i compagni.

Questa alternanza richiede circa tre minuti, ma può preparare la mente a scegliere dove guardare nel lavoro che seguirà. È come accordare uno strumento musicale prima di un concerto: il tempo investito all’inizio viene recuperato durante tutta la lezione, grazie a una maggiore presenza, concentrazione e disponibilità all’apprendimento.

Allenare l’attenzione è anche un modo per coltivare le competenze socio-emotive: quando si rivolge verso di sé favorisce il riconoscimento e la regolazione delle emozioni, quando si orienta al compito sostiene perseveranza e mentalità di crescita.

Conclusioni

Allenare l’attenzione non significa scegliere tra logica e creatività. Significa imparare a danzare tra l’una e l’altra e insegnare ai propri studenti e studentesse a fare lo stesso, affinché scoprano di avere il potere di decidere dove dirigere la propria mente, trasformando la reattività impulsiva in una scelta consapevole.

Bibliografia e sitografia

  • A. Wells, Panic disorder in association with relaxation induced anxiety. An attentional training approach to treatment, in «Behaviortherapy», 21(3), 273-280, 1990.
  • C. Bartoli, Diario delle Competenze Socio Emotive-Esperienze e Pratiche Educative in Classe, Independently published, 2025.
  • C. Davison, L. Capobianco, K. Carter, A. Wells, Cognitive and neuropsychological correlates of the attention training technique. A systematic review and evidence synthesis, in «Frontiers in Psychiatry», 17, 1766748, 2026.
  • P. Goldschmidt, On Entanglement & The Story Of Schrödinger’s Wife, Glasgow Review of Books, 17 ottobre 2024.
  • W. Zhang, Z. Sjoerds, B. Hommel, Metacontrol of human creativity. The neurocognitive mechanisms of convergent and divergent thinking, in «NeuroImage», 210, art. 116572, 2020.
  • Wellsprings.in, Il sogno di Kekulé

8 Luglio 2026

Risorse utili

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