Dire, fare, insegnare
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Il fumetto svelato. Le graphic novel a scuola

L'illustratrice Cristina Portolano spiega perché è importante diffondere anche in Italia, in particolare tra docenti e studenti, l'alfabetizzazione al linguaggio dei fumetti e delle graphic novel.

Esperienze di insegnamento 
13 ottobre di: Cristina Portolano
copertina

Per parlare del valore didattico delle graphic novel nell’insegnamento di discipline scolastiche, nelle scuole di ogni ordine e grado, urge fare alcune premesse e partire da un assunto. Prima premessa: il termine “graphic novel” vuol dire romanzo grafico (o novella grafica) e si usa per definire delle storie a fumetti che iniziano e si concludono nello spazio di un’unica pubblicazione, a differenza delle pubblicazioni serializzate nei comic books o su settimanali e quotidiani.

L’espressione “a Graphic Novel by Will Eisner” appare sulla copertina della prima edizione del libro Contratto con Dio, pubblicato dall’autore statunitense nel 1978. Soltanto molti anni dopo questo termine sbarcherà in Italia, dove viene utilizzato per alcuni nuovi fumetti che giovani autori e autrici iniziano a produrre a partire dagli anni Novanta, grazie anche alla spinta sempre più importante che proviene da Oriente con i manga (il termine giapponese per definire i fumetti). Dobbiamo a gruppi e realtà editoriali come Granata Press, fondata da Luigi Bernardi, e i Kappa Boys l’importazione e la propagazione di questo tipo di fumetti nel mercato Italiano.

Seconda premessa: nonostante siano passati già più di 100 anni dalla nascita di questo medium non è scontato vedere docenti, che prima di tutto sono lettori e lettrici, avere piena conoscenza e consapevolezza del suo valore e delle sue potenzialità e che, specialmente, dimostrino di apprezzare questa forma di letteratura per immagini senza liquidarla come produzione indirizzata a un pubblico infantile.

Il fumetto è un linguaggio visuale che contempla l’utilizzo del disegno e del testo scritto in parti uguali, senza la predominanza dell’uno sull’altro, e la cui alfabetizzazione va accompagnata e allenata fin da piccoli, altrimenti non susciterà nessuna curiosità e nessun interesse. Andiamo quindi a svelare come è trattato il fumetto oggi e cosa lo rende una forma di espressione particolarmente interessante da adottare nelle scuole.

Il fumetto e la società in evoluzione

Il fumetto è una forma di comunicazione che ha vissuto epoche d’oro, di sperimentazioni e di grandi riconoscimenti. Basti ricordare che Maus, il fumetto in cui Art Spiegelman raccoglie la testimonianza di suo padre sull’Olocausto, nel 1992 vinse il prestigiosissimo Premio Pulitzer, mentre nel 2014 e 2015 sono stati candidati al prestigioso Premio Strega i due maggiori esponenti del fumetto italiano, Gipi e Zerocalcare. Da un bel po’ di anni si acquistano i diritti delle storie e fumetti anche per produrre film e serie tv di culto, che vengono trasmesse sulle maggiori piattaforme. Pensiamo a tutta la saga degli eroi MARVEL, a The Boys (dall’omonimo fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson), Heartstopper (graphic novel e webcomic di Alice Oseman), I Am Not Okay with This e The End of the F***ing World (serie statunitensi create da Jonathan Entwistle e tratte dai romanzi grafici di Charles Forsman).

Ovviamente il potenziale del fumetto viene meglio espresso là dove il mercato è più ampio e florido. Per questo negli Stati Uniti questa industria è sicuramente più affollata di talenti ed è sdoganato il dialogo con altri mezzi di produzione dell’entertainment. Questa attenzione ha però anche delle conseguenze negative. Nel gennaio 2022 il board scolastico della McMinn County in Tennessee ha vietato proprio Mausagli studenti di terza media, perché contenente parolacce e un alcuni nudi. Un segnale inquietante, che ha un riscontro italiano in quanto è successo nel 2015: l’allora sindaco di Venezia Luigi Brugnaro gettò sotto la scure del presunto “gender” ben 49 titoli delle migliori case editrici per ragazzi e capolavori per l’infanzia, tra cui Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, scrittore e illustratore celebre e amatissimo.

Da sempre la politica cerca di controllare la cultura, ma finora in Italia (a parte pochi casi) il fumetto riesce ancora a svincolarsi da certi paletti e raccontare tantissime sfaccettature della realtà e della società. Gli autori e le autrici non sono ancora considerati “pericolosi intellettuali da attenzionare”, a esclusione di quelli che hanno un successo enorme e sono dunque sotto i riflettori del mainstream nazionale, per esempio Zerocalcare. Questo è però, appunto, anche il segnale di come viene ancora percepito il fumetto in Italia, stigmatizzato spesso come “roba da bambini”. Ancora oggi la testata “TOPOLINO” viene usata come esempio di ignoranza e di infantilizzazione dell’interlocutore nei dibattiti pubblici e non (come documentato in questo articolo di “la Repubblica”).

Da lettrice, insegnante, autrice di fumetti e cittadina, noto un divario sempre più grande tra le persone che producono testi e prodotti visuali di altissima qualità, la società che ne chiede a gran voce e tutta una parte di politica che invece specula sulla paura e sull’ignoranza. Questo è contestuale alla crisi delle varie forze politiche mondiali democratiche e si traduce (o è una netta conseguenza) di una scarsa alfabetizzazione nei confronti dei linguaggi visivi. Tutto questo per dire che, oggi come ieri, il fumetto e gli altri linguaggi di comunicazione non sono altro che lo specchio di una società in evoluzione. E come ogni cosa che cambia non bisogna averne timore, ma affrontarla per capire come evolvere insieme.

Autori e autrici nelle scuole

Da sei anni sono autrice di fumetti. Grazie al mio lavoro ho il piacere di collaborare con alcune realtà sul territorio dell’Emilia-Romagna: ho tenuto workshop nelle scuole e saltuariamente insegno nelle secondarie di primo e secondo grado. Parlo molto con ragazzi e ragazze e, anche se ho 36 anni, il mio “fanciullino” interiore entra sempre in sintonia con la giovane platea che mi capita di incontrare. Dalle mie esperienze Adotta uno scrittore (iniziativa promossa dal Salone del Libro di Torino) fino alle più lunghe supplenze nei licei, la costante che riesco a trasmettere a chi mi ascolta è l’accessibilità del linguaggio del fumetto e le tantissime opportunità che offre.

Spesso autrici e autori di fumetti come me pensano che spiegare i modi in cui realizzano i loro lavori sia superfluo o che non interessi a nessuno. Niente di più sbagliato! Da qualche anno ho iniziato non solo a spiegare questi processi, ma ad alfabetizzare proprio sull’utilizzo del linguaggio sequenziale. Lo faccio sia sui social network e sul mio sito web, sia nelle masterclass e durante gli incontri a cui sono invitata. Anche per questo ho scritto un articolo sul ruolo che hanno, o che dovrebbero avere secondo me, le scuole di fumetto in Italia.

Da autrice sento di avere una marcia in più anche come insegnante, perché nel mio percorso i ragazzi e le ragazze, che magari stanno pensando di dedicarsi a un mestiere creativo, vedono la concretizzazione di una persona che con la creatività ha scelto di vivere. I docenti rischiano di avere invece solo una conoscenza limitata delle storie e degli autori di cui è ricco il panorama dei fumetti, italiano e internazionale, che la pervasività di Internet ci aiuta a scoprire sempre di più.

Bisogna comunque tenere conto delle differenze anagrafiche. Non bisogna cioè propinare ai ragazzi solo ciò che è stato importante per la nostra formazione e che è piaciuto a noi. Ciò che era adatto quando noi eravamo studenti non sarà lo stesso di quello che interessa ai nati negli anni Duemila. Penso che da insegnanti abbiamo il dovere, noi per primi, di essere curiosi e andare oltre i nostri stessi pregiudizi nei confronti di novità che non capiamo, scovando così una chiave di lettura utile a insegnare la nostra disciplina.

Il mio approccio consiste nel non far sentire inadeguato chi non legge fumetti, ma cercare di capirne le ragioni. Attraverso queste indagini, grazie all’ampio bagaglio visivo a disposizione, posso comprendere meglio cosa proporre in quella determinata occasione. Magari non sarà un fumetto, ma un libro illustrato con poco testo destinato ai più piccoli! Come ho detto all’inizio, non possiamo dare per scontata l’alfabetizzazione a un linguaggio visivo e testuale complesso come il fumetto. Bisogna andare per gradi e non avere schemi mentali rigidi.

Fin dall’infanzia le letture ad alta voce sono fondamentali e aiutano nella comprensione delle proprie emozioni, riuscendo a far immedesimare chi ascolta nei protagonisti delle storie. Anche proiettare in classe pagine di albi illustrati e fumetti può svolgere la stessa funzione. Attualmente la maggior parte degli istituti e delle scuole possiedono almeno una LIM o uno schermo touchscreen: il mio invito è usarli per queste attività di educazione al linguaggio dei fumetti, non soltanto per somministrare grafici o fare Dad.

Abbiamo quindi tutti gli strumentiutili per coinvolgere gli studenti e le studentesse e destarli dal loro “torpore”, facendo loro scoprire le storie fatte di immagini e testi. Ma prima di iniziare a lavorare con la classe, poniamoci queste domande: cosa fa risvegliare la passione di noi insegnanti per il nostro mestiere? Prima di pretendere l’attenzione altrui, quali strumenti di comunicazione mettiamo in atto per attirarla? Siamo davvero “presi” dalle opere di cui abbiamo scelto di parlare o ci lasciamo trascinare dall’abitudine del “si è sempre fatto così”?



Non perderti i consigli di Cristina Portolano sui fumetti e le graphic novel da portare a scuola, dalla prossima settimana online su Dire, fare, insegnare.

Immagini: Laboratorio Mimaster 2022 (copertina); Laboratorio con Cristina Portolano e Canicola (foto di Federico Benuzzi)