Dire, fare, insegnare
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La pedagogia dell'errore: lo sbaglio come amico del successo

Giuliana Disanto ha condiviso con Dire, Fare, Insegnare una riflessione sulla pedagogia dell'errore e sulle sue applicazioni in classe, seguendo l'esempio di Gianni Rodari.

Primaria 
21 novembre di: Giuliana Disanto
copertina

Un giorno un mio alunno venne alla cattedra per farmi vedere il suo quaderno. Mentre leggevo il suo lavoro, con la coda dell’occhio osservavo il ragazzo: era teso, si toccava nervosamente le orecchie e a tratti chiudeva gli occhi. A quel punto mi sono fermata e ho chiesto cosa stesse succedendo. Il mio studente era pervaso dalla voglia di farmi vedere cosa aveva fatto e allo stesso tempo era spaventato all’idea che potesse aver sbagliato qualcosa. Sbagliare: un verbo che a scuola fa paura quando invece dovrebbe essere momento di crescita, arricchimento e, perché no, anche di creatività. Quel giorno abbiamo parlato a lungo dell’errore e di quanto dovessimo amarlo invece di esserne spaventati.

La Pedagogia dell’errore ha origini antiche: per primo Socrate parlava dello sbaglio in chiave educativa piuttosto che punitiva, ma solo nel 1900 si avrà una vera e propria corrente di pensiero che ne trarrà le caratteristiche, prima con Karl Popper e poi con la rilettura dello stesso offerta da Henry Perkinson nel 1971 nel suo The Possibilities of Error. L’apprendimento avviene mediante la scoperta dell’errore, ed è grazie a questo che arriviamo alla conoscenza. Un approccio orientato alla pedagogia dell’errore positivo mette in discussione l’atteggiamento del docente: sottolineare l’errore va bene, ma non come mera conta di “orrori”, quanto per aiutare lo studente a ragionare su quello che sta imparando.

È necessario saper proporre in modo chiaro gli obiettivi, i comportamenti e i risultati attesi rispetto al processo di apprendimento attivato, prestando particolare attenzione a come lo studente stia arrivando alla conoscenza, e ai procedimenti mentali ed emozionali che lo porteranno a modificare la sua conoscenza, rendendola flessibile e articolata. Se ci ragioniamo bene, questo tipo di approccio è alla base del superamento della rigidità nella risoluzione dei problemi: è una pedagogia che si aggrappa in modo concreto all’esperienza “rivolta alla ricerca di soluzioni soddisfacenti dei problemi che la vita-realtà pone continuamente”, come la definisce Célestin Freinet (La scuola moderna, 1963).



Questo tipo di strategia ci porterà spesso a “sbagliare”, a fare errori che con il tempo tendono ad essere eliminati in modo consapevole, facendo strada alla conoscenza, alla motivazione, all’immaginazione e alla creatività. Potremmo parlare quasi di resilienza disciplinata da un lucida logicità. Mi vengono in mente le parole di Gianni Rodari: “Se un bambino scrive nel suo quaderno «l’ago di Garda», ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso? [...] Un «libbro» con due b sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo?”

Proprio parlando di errori, ho proposto alla mia classe la filastrocca L’ago di Garda di Gianni Rodari. Dopo aver svolto un lavoro sull’arricchimento del lessico partendo dalle parole sconosciute nel testo, abbiamo svolto un’attività in cui abbiamo trasformato gli errori grammaticali in qualcosa di nuovo, magico e sconosciuto. Alla fine dell’attività, abbiamo realizzato un video sulla storia del L’ago di Garda (visibile qui). I ragazzi hanno partecipato attivamente disegnando sfondi e personaggi, realizzando dei movimenti e registrando le loro voci. Ogni giorno, prima di iniziare la lezione, riguardiamo il nostro video e ci diciamo: che splendida mattina per sbagliare!