Le uscite sul territorio e il viaggio d’istruzione rappresentano i momenti più significativi (e certamente i più “desiderati” dagli studenti e dalle studentesse) della cosiddetta “didattica decentrata”. L’apprendimento si sposta fuori dall’aula scolastica per trasformarsi in esperienza viva sul territorio, fino al vertice metodologico rappresentato dal Service learning. Questa modalità, che sostanzia in modo incisivo il PTOF di ogni istituto, garantisce ricadute educative profonde, capaci di trasformare le nozioni in competenze vissute.
Eppure, mentre i calendari scolastici scivolano ormai verso fine maggio, nelle scuole si svolge (o si è già svolto durante l’anno) il consueto rito delle “trattative”. Non è un segreto che l’entusiasmo e le aspettative degli studenti e delle studentesse si scontrino sempre più spesso con il muro di legittime preoccupazioni dei docenti.
La “spada di Damocle”: il peso della “culpa in vigilando”
La questione della “culpa in vigilando” è una vera spada di Damocle che pende sulla testa dei docenti che accettano di accompagnare una classe in esperienze extrascolastiche. Tra responsabilità civile, patrimoniale e persino penale, l’assenza di una retribuzione specifica e la natura non obbligatoria dell’incarico, molti insegnanti scelgono la via del rifiuto per semplice autodifesa. In caso di danni o incidenti di varia natura, l’onere della prova resta un terreno scivoloso, poiché l’insegnante deve poter dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitarli. Il quadro è inoltre aggravato dal fatto che i viaggi di istruzione sono sempre più spesso vissuti dagli adolescenti come un momento di estrema libertà e trasgressione, rendendo quindi la gestione del gruppo-classe fuori dalle mura scolastiche un’impresa ad alto rischio.
Nelle esperienze di didattica decentrata, il docente deve quindi trasformarsi in una figura multitasking dagli obblighi stringenti. La vigilanza deve essere continuativa durante tutte le attività e, soprattutto, bisogna essere sempre pronti alla gestione delle possibili emergenze. La responsabilità si estende in ultima analisi a ogni dettaglio logistico e non è solo reale e legale, ma anche psicologica e “vissuta”, poiché implica l’avere costantemente in affido dei minori. Si tratta di un impegno logorante, che va ben oltre la funzione docente.
Un’alternativa strategica nel PTOF: il viaggio virtuale partecipato
Se il Consiglio di classe si compatta nel “no”, la progettualità della didattica decentrata rischia il naufragio?
La proposta dell’uscita virtuale non deve essere intesa esclusivamente come un “rimedio”, ma come un’opportunità di potenziamento, capace di ampliare il ventaglio delle esperienze e di affiancarsi alle uscite e ai viaggi “live”, che devono essere intesi come il punto di arrivo di un percorso di maturazione.
I percorsi che proponiamo, infatti, agiscono come un vero e proprio incubatore di competenze cognitive, non cognitive e life skills. L’esplorazione online stimola il pensiero critico, la capacità di osservazione e di risoluzione di problemi logistici, la collaborazione nel progettare un itinerario. Gli studenti e le studentesse non solo si preparano a diventare “ciceroni a distanza” (per poi esserlo in presenza in altri contesti), ma si abituano a mettere in azione competenze trasversali che ritroveranno sul campo: l’autonomia nella gestione delle informazioni, il senso di responsabilità verso il patrimonio comune e la capacità di comunicare in modo efficace. In questo modo, l’uscita didattica sul territorio cessa di essere una semplice distrazione e diventa un momento di messa in campo consapevole di abilità e competenze già testate e rafforzate nel virtuale.
Si tratta, dunque, di una scelta strategica: integrare ufficialmente l’alternativa virtuale nell’offerta formativa permette alla scuola di pianificare e strutturare percorsi di alta qualità che rientrano in un “patto di corresponsabilità” in cui studenti e genitori partecipano alla progettazione di esperienze di varia natura e tipologia che valorizzino anche le competenze digitali e potenzino la dimensione inclusiva. Questa proposta risponde, infatti, anche a specifiche esigenze di equità: si pensi ad uno studente ospedalizzato o con grave disabilità, realmente impossibilitato ad affrontare la defatigante esperienza di un’uscita o di un viaggio reale, ma anche a chi vive situazioni di svantaggio economico. Il virtuale – inteso come una delle possibili esperienze di un percorso formativo integrato – garantisce a tutti l’accesso alla cultura, eliminando qualsiasi barriera.
Virtual Museum Day Out: esplorare senza confini
In questo scenario di rinnovamento metodologico può aprirsi una riflessione su piattaforme ed ecosistemi digitali come Virtual Museum Day Out (Una giornata virtuale al Museo) di Google Arts & Culture, che non si limita a mostrare foto o video, ma è concepito come una coinvolgente esplorazione virtuale immersiva (con o senza visore VR, ormai in dotazione a molte scuole), capace di abbattere limiti fisici e logistici. Si tratta di strategie sperimentate durante l’emergenza Covid-19, che oggi sono rese ancor più coinvolgenti dal rapidissimo evolversi delle tecnologie immersive.
Caratteristiche e strumenti operativi: il cuore della tecnologia immersiva
Per un’esperienza didattica strutturata è possibile sfruttare le tre colonne portanti dell’ecosistema:
- Art Camera: con questo strumento Google ambisce a risolvere una delle sfide più grandi della digitalizzazione artistica, catturare ogni minimo dettaglio di un dipinto con una risoluzione altissima, salvaguardando al contempo l’integrità dell’opera. Attraverso immagini da miliardi di pixel l’utente/studente può ingrandire l’immagine fino a vedere la trama della tela, le pennellate o le sottili crepe causate dal tempo. È un livello di visione precluso persino a chi osserva l’opera dal vivo in un museo, a causa delle distanze di sicurezza o dei vetri protettivi. Gli studenti e le studentesse operativamente possono realizzare attività di “analisi del dettaglio”, individuare segni nascosti, pentimenti dell’artista o specifiche tecniche esecutive, sviluppando spirito di osservazione.
- Video a 360° e Street View: grazie alla vasta rete di partner internazionali, che comprende migliaia di istituzioni culturali, e sfruttando la nota tecnologia Street View applicata agli interni, è possibile pianificare veri e propri itinerari di visita virtuale in 3D, decidendo in quale sala sostare e quale percorso logico seguire tra le collezioni di siti, centri scientifico-culturali, parchi, musei sparsi in tutto il mondo.
- Pocket Gallery: gli studenti e le studentesse possono accedere a spazi espositivi che non esistono nella realtà fisica. Si possono visitare “mostre a tema” con opere che per ragioni storiche o geografiche non potrebbero stare insieme, permettendo ai ragazzi di agire come veri curatori museali.


Dalla progettazione alla realizzazione: un approccio pratico
Vediamo operativamente la pianificazione di un’uscita virtuale efficace che metta studenti e studentesse al centro dell’azione:
- Fase 1: il “briefing” e la scelta del tema. Il docente definisce insieme a studentesse e studenti la finalità pedagogica e il tema scientifico o storico-artistico dell’esperienza. Si seleziona l’ecosistema digitale di riferimento tra le migliaia di istituzioni partner e risorse di Google Arts & Culture.
- Fase 2: i gruppi di lavoro. La classe viene divisa in team con ruoli specifici, ad esempio gli Storici, i Critici d’Arte, gli Esperti tecnici (per la navigazione 3D e VR), gli Storyteller (per la scrittura dei testi coinvolgenti da usare come guida), i Curatori digitali (per la selezione delle opere/luoghi), i Social media manager (creano la documentazione dell’esperienza, infografiche, inviti, biglietti d’ingresso, post, interviste, video per il sito o i canali della scuola); gli Specialisti dell’inclusione (verificano che i contenuti siano fruibili da tutti, preparando descrizioni audio per chi ha difficoltà visive o semplificando i testi per alunni BES/DSA).
- Fase 3: Il Virtual Tour Live come restituzione. Gli studenti e le studentesse realizzano il tour guidato in tempo reale rivolto ai compagni di altre classi, ai docenti o ai genitori. Se disponibili, sarà possibile utilizzare visori VR per un’esperienza immersiva individuale o lo schermo interattivo della Smart Board per la navigazione collettiva. I ragazzi agiscono come veri e propri esperti. La “camminata virtuale” nelle sale del museo, della pocket gallery o nel luogo d’interesse viene commentata dal vivo, integrando lo storytelling con risposte estemporanee alle curiosità del pubblico. È il momento in cui le life skills si palesano: gli studenti e le studentesse devono gestire il public speaking, padroneggiare la tecnologia di navigazione e dimostrare una competenza profonda sui contenuti, trasformando il “percorso aumentato” in un traguardo di cittadinanza attiva e comunicazione efficace.
Una riflessione aperta
Questo approccio garantisce una profondità di analisi che il ritmo spesso serrato e caotico di una “gita” reale non permetterebbe, mostrando dei vantaggi metodologici inediti. Certamente, non potrà mai riprodurre la dimensione dell’incontro che nasce dal vivere tutti insieme l’emozione del viaggio, la fatica condivisa di un cammino, la gestione della convivenza, l’occasione di resilienza e scoperta di sé.
La proposta, lo ribadiamo, è una soluzione che non intende cancellare l’uscita sul territorio, ma piuttosto preservarne l’anima curiosa, garantendo a tutti gli studenti e le studentesse il diritto di sentirsi cittadini di un mondo vasto e accessibile. Resta da chiederci: siamo pronti a integrare definitivamente, nella didattica decentrata, queste “estensioni di realtà” per rendere la cultura un bene davvero universale e sicuro e per formare cittadini e cittadine consapevoli, oltre che giovani viaggiatori più responsabili?
Cristiana Anna Addesso
Nicole Marcellini
Marco Morandi
Flavia Castelli
Dalila Da Lio
Angela Schisa - DFI Books
Roberto Castaldo - DFI Books