La comunicazione adulto-bambino per gli educatori e gli insegnanti
Comunicare vuol dire condividere contenuti, emozioni ed esperienze: mentre comunichiamo rendiamo partecipi i nostri interlocutori di quello che pensiamo, proviamo e abbiamo vissuto o vivremo. Comunicare significa costruire relazioni: attraverso la comunicazione diamo vita a rapporti, generiamo legami, impariamo a stare con un altro. Comunicare rimanda all’assunzione di responsabilità nella gestione dello scambio che può avvenire tra differenti soggetti: mentre comunichiamo attiviamo ascolto, sosteniamo percorsi e tracce, accompagniamo chi ci sta accanto nel ripensare contemporaneamente a sé e a noi.
Comunicare comporta ascoltare quanto emerge, osservare e fare caso ai differenti aspetti della comunicazione verbale, paraverbale e non verbale. Leggere la comunicazione in questo modo ci porta a pensare alla comunicazione come a quel processo a cui gli adulti, che operano nei contesti educativi, devono prestare particolare attenzione per favorire il benessere dei bambini, promuoverne lo sviluppo e agevolarli nell’imparare a stare nella relazione con il mondo e con tutti coloro che sono loro intorno.
Per riuscire a costruire comunicazioni efficaci, prima ancora di parlare, probabilmente dobbiamo metterci in una posizione di ascolto: ascoltare e osservare le parole che vengono pronunciate dai bambini, i toni di voce che utilizzano, i movimenti del loro corpo, la velocita o lentezza con cui si muovono e/o si avvicinano all’altro, le connessioni che creano tra quello che affermano e quanto viene loro detto, le logiche che costruiscono sentendo le parole pronunciate da altri.
Quando si osservano i bambini e i loro comportamenti, fin da quando sono molto piccoli, gli adulti hanno la grande opportunità di attribuire significati e intenzionalità alle azioni che vengono compiute: esplicitare questi possibili significati al singolo e al gruppo dei pari fa sì che il singolo si senta riconosciuto come persona in grado di avviare una comunicazione e possa reinterpretare e, eventualmente, cambiare il proprio modo di comunicare (come quando viene detto ai bambini, a fronte di un comportamento non adeguato nei confronti di un amico che, benché sia comprensibile l’intenzionalità sottesa, sarebbe opportuno dirlo con le parole o diversamente); che i pari colgano il senso delle azioni agite affinché possano essere sostenuti nell’approfondimento della comunicazione con l’altro e nell’interesse reciproco; che l’adulto sia curioso e bramoso di approfondire la conoscenza di ciascun bambino e delle dinamiche di gruppo, senta il desiderio di ricercare pratiche comunicative appropriate ai bambini con cui e nella relazione, comprenda l’importanza di non dare niente per scontato né di arrivare subito a delle conclusioni, di dare valore e riconoscimento a quello che i bambini portano e, pertanto, ai bambini stessi.
Decidere di assumere tale posizione permette di indagare e conoscere meglio i pensieri dei bambini e le ipotesi che stanno costruendo nelle loro menti, comprendere i loro sentiti, vedere il mondo dal loro punto di vista, valorizzare i loro saperi e riconoscerli come persone competenti… talvolta ci vuole poco, e sufficiente chiedere loro: «Hai voglia di raccontarmi…?», basta mostrarsi autenticamente coinvolti, al di là del contenuto, nei confronti della persona che è di fronte, interrogandosi continuamente sulle possibili interpretazioni che i bambini potrebbero fare delle parole degli adulti… è sufficiente concedere alla comunicazione la cura e il tempo necessari a renderla una reale opportunità educativa.
Daniela Mainetti
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