La valutazione è uno degli argomenti più controversi della scuola italiana, percepita dagli insegnanti come un processo delicato, impegnativo e complesso.
Il mio primo scrutinio risale a 21 anni fa. Insegnavo in una scuola di montagna, dove avevo il privilegio di lavorare accanto a docenti con una grande esperienza. Allora non c’era il registro elettronico e le valutazioni venivano scritte a mano, giorni prima su un tabellone cartaceo e in sede di scrutinio sulla pagella di ogni alunno e alunna, insieme al giudizio. Il giorno dopo, in sala professori, ero dubbiosa sulle valutazioni che avevo dato, perciò presi coraggio e mi rivolsi a Maria, una docente di Lettere molto affabile. Era sempre frettolosa, ma alla mia domanda, pose i libri nel cassetto, mi guardò e disse: «Vedi questo registro? Non serve ad annotare “la misura dell’altezza del muro che una studentessa o uno studente ha costruito”, perché il nostro vero compito è capire quanta fatica ha fatto la ragazza o il ragazzo per sollevare anche solo il primo mattone». Come esempi, mi parlò di Chiara e Luca, due alunni: la prima con grandi difficoltà nel memorizzare e comprendere i concetti, ma con una notevole forza di volontà; il secondo, dotato di bassa autostima e demotivato, ma con evidenti capacità e potenziale. Entrambi potrebbero svolgere una verifica da 6: ma quei due 6 avevano davvero lo stesso peso?
In quel momento tutto mi fu chiaro. Maria mi aveva spiegato con semplicità come valutare studenti e studentesse. Lei, come tanti docenti, aveva capito che l’apprendimento, per avere un valore formativo, non “si misura con il righello”, non è il risultato di una pura media matematica, basata su griglie standardizzate, ma si determina anche con l’ascolto e con l’osservazione del livello di partenza.
La valutazione, una risorsa per l’apprendimento e per l’orientamento
Quell’insegnante di Lettere era un anello di quella lunga catena che conduce fino al più attuale Decreto Legislativo n. 62 del 2017, espressione di un’idea di scuola che affonda le sue radici nell’esperienza di maestri come Don Lorenzo Milani, che a Barbiana diceva: «Non c’è nulla di più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali» e Gianni Rodari, per il quale la valutazione tradizionale era un ostacolo alla crescita dei bambini, poiché focalizzata esclusivamente sulla sanzione dell’errore, anziché sul riconoscimento del percorso personale.
Il Decreto Legislativo n. 62 del 2017, attestando che «la valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento […], ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi, documenta lo sviluppo dell’identità personale e promuove la autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizioni di conoscenze, abilità e competenze», ribadisce esattamente quanto diceva Maria, una docente anonima di una piccola scuola di montagna, accanto a grandi pedagogisti come Don Lorenzo Milani e Gianni Rodari.
Come già indicato dalla normativa, Cristiano Corsini, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Roma Tre, chiarisce che la valutazione scolastica deve essere uno strumento educativo e trasformativo orientato alla crescita, superando la “tirannia del voto”. Critica la riduzione dell’apprendimento a un mero numero, perché il voto da solo non spiega i punti di forza e le debolezze dello studente. Aggiunge che calcolare la media matematica dei voti è un errore pedagogico, perché assegna lo stesso peso a un fallimento iniziale e a un successo, ignorando il miglioramento dell’alunno o dell’alunna. Pensiamo all’esempio di Chiara e Luca. Le parole di Cristiano Corsini ci spiegano che Maria, 21 anni fa, aveva dato una coerente interpretazione pedagogica al suo agire in classe.
La discrepanza tra la pratica e gli orientamenti normativi
Purtroppo nella valutazione degli studenti e delle studentesse si percepisce ancora un forte scollamento tra le pratiche didattiche quotidiane e gli orientamenti normativi.
Infatti, se nel passato la ricezione delle leggi era legata all’isolamento dei territori e alla complessa circolazione delle notizie, oggi la scuola affronta quotidianamente un sovraccarico informativo e una diffusa disinformazione. La sovrapposizione di indicazioni, le interpretazioni contrastanti e le scarse occasioni di reale accompagnamento sul campo generano un disorientamento che spinge a rifugiarsi nei vecchi e rassicuranti automatismi numerici, rallentando quel passaggio verso la valutazione richiesta dalla ricerca pedagogica e dalle norme dello Stato.

Innovare la valutazione: ricerca e sperimentazione
È necessario diffondere sempre di più più la cultura della valutazione tra i dirigenti, i docenti, studenti e studentesse e genitori. La valutazione deve infatti diventare centrale nelle organizzazioni delle istituzioni scolastiche, con corsi di formazione e soprattutto percorsi di ricerca-azione.
Maria Elisabetta Cigognini e Laura Parigi, ricercatrici di INDIRE, nel saggio Valutazione per l’apprendimento: la formazione in servizio come leva per il cambiamento professionale spiegano, infatti, che il ricorso esclusivo alla modalità valutativa di tipo sommativo può alimentare atteggiamenti competitivi, che risultano interferire negativamente sull’apprendimento degli studenti. Aggiungono, inoltre, che proprio i corsi di formazione diminuiscono significativamente (-23%) l’impiego della media matematica e l’uso esclusivo dei voti numerici, facendo crescere in maniera dirompente l’uso dei giudizi descrittivi e dei feedback in itinere (+36%).
La valutazione deve essere valorizzata soprattutto nella dimensione di “ricerca e sperimentazione”. Ogni insegnante, infatti, opera in un contesto “situato”, dove le teorie pedagogiche e i contenuti disciplinari devono misurarsi con i bisogni reali degli studenti e delle studentesse. Gli alunni di una piccola scuola di montagna non hanno le stesse necessità di quelli di un grande centro abitato. In quest’ottica, la scuola si riappropria della sua centralità come luogo di riflessione e scambio professionale, spingendo i docenti a trasformare l’attività quotidiana in un’occasione di ricerca, nella propria materia e in sinergia con l’organizzazione scolastica.
Massima attenzione va posta al benessere e al successo formativo degli studenti e studentesse con disabilità. Spesso, infatti, gli strumenti valutativi tradizionali vengono adattati a loro in modo forzato. Per questo motivo è necessario attivare percorsi di ricerca-azione volti a progettare anche strumenti specifici e personalizzati. Proprio la partecipazione a corsi di formazione, infatti, garantisce un sostegno competente. Non dobbiamo dimenticare che una scuola, per essere inclusiva, deve mettere al centro la fragilità. In questa visione, la presenza degli studenti con disabilità non rappresenta un limite o un rallentamento, ma un’opportunità di arricchimento per tutti.
La valutazione come bussola per il futuro
Valutare è un atto delicato e complesso, perché comporta una profonda responsabilità formativa e pedagogica. Troppo spesso gli studenti traducono il voto nell’immagine che hanno di sé e delle loro possibilità future. Per gli studenti e le studentesse italiani un 4 significa “non valgo niente”, ma un 8 un “posso farcela con l’impegno”. Proprio queste traduzioni, nel tempo, determinano il loro percorso definitivo. Come scrive Cristiano Corsini in La valutazione che educa, «la valutazione ha il potere di generare conseguenze che possono essere annichilenti o emancipanti».
Per comprendere la portata di questo “potere”, può essere utile guardare al passato. Nella scuola dell’antica Roma c’era Lucio Orbilio Pupillo, un celebre grammaticus. Il suo allievo più illustre, il poeta Orazio, lo immortalò con l’epiteto “plagosus”, che significa letteralmente “manesco” o “colui che lascia le piaghe” per via delle sue severe punizioni corporali, volte a sanzionare gli errori. Tuttavia, se a quei tempi i segni delle percosse guarivano in pochi giorni, le ferite inflitte da una valutazione errata sono decisamente più profonde e durature.
Quando il giudizio perde la sua funzione formativa e orientativa smette di essere uno strumento di emancipazione e rischia di compromettere il futuro stesso di studenti e studentesse.
Bibliografia
- Battaglia K., Tutti per uno, uno per tutti, in Perché insegno? Perché ci credo. Un bravo insegnante fa la differenza, a cura di De Beni M., Girelli C., Città Nuova Editrice, Roma 2024, pp. 103-113.
- Cigognini M.E., Parigi L., Valutazione per l’apprendimento: la formazione in servizio come leva per il cambiamento professionale, in «QWERTY-Interdesciplinary Journal of Technology, Culture and Education», 19 gennaio 2024, pp. 72-93.
- Corsini C., La fabbrica dei voti, Laterza, Bari 2025.
- Corsini C., La valutazione che educa. Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto, Franco Angeli, Milano 2023.
- Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 62. Valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato. Gazzetta Ufficiale n. 112 del 16 maggio 2017.
- Rodari G, Il libro degli errori, Edizioni EL, Trieste 1993.
- Scuola di Barbiana. Lettera a una professoressa, postfazione di A. Melloni con uno scritto di Citati P., Mondadori, Milano 2023.
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