Il suono della prima campanella apre il nuovo anno scolastico come un invito a fermarsi un istante, a respirare il passaggio tra ciò che è stato e ciò che ancora non sappiamo. Sotto l’ombra lunga degli esami di riparazione, la scuola ripete un rito antico, incrinato dal tempo: una liturgia in cui i voti si irrigidiscono in verdetti e i numeri tentano di contenere ciò che sfugge a ogni cifra — le storie che chiedono ascolto, i volti che cercano riconoscimento, i passi incerti e coraggiosi di chi cresce, i dilemmi amletici di chi valuta.
In momenti come questi, tra buoni propositi che si affacciano timidi, matite e quaderni nuovi che odorano di possibilità, progetti che attendono di prendere forma, emerge una domanda che la scuola sfiora da anni senza riuscire a sostenerne il peso. Una domanda che oggi torna a pulsare, silenziosa e urgente: che senso ha valutare?
La valutazione come dispositivo di potere
La valutazione non è mai un gesto neutro. È un atto di potere, un dispositivo che rivela la postura educativa di chi insegna: si educa per addomesticare o per liberare? Valutiamo per riprodurre ciò che già esiste (con le sue gerarchie, le sue disuguaglianze, le sue narrazioni) o per trasformarlo? Sono interrogativi che attraversano ogni aula e che trovano una risposta lucida e scomoda nelle pagine di Cristiano Corsini, autore di La valutazione che educa. Il suo invito è perentorio: smettere di nascondersi dietro il voto, dietro quella cifra che divora il percorso, dietro il “quanto hai preso” che cancella il “che cosa hai imparato e come”.
Il libro ci conduce dentro una selva fitta, dove tabelle, griglie, compiti, aspettative, ansie e contese disegnano un paesaggio che spesso soffoca più che orientare. Corsini, nel primo capitolo, mette a fuoco il perché si valuta: «La valutazione ha il potere di generare conseguenze che possono essere annichilenti o emancipanti». Non si tratta di assegnare numeri, ma di assumersi la responsabilità di orientare lo studente e la studentessa verso il proprio potenziale, espresso o ancora invisibile, con l’obiettivo di promuoverne la crescita. «Quando valutiamo, raccogliamo informazioni su questioni rispetto alle quali avvertiamo di poter incidere in qualche maniera» scrive Corsini (p. 12).
La valutazione è dunque il mezzo attraverso cui un docente incide sui propri studenti e studentesse. Per descrivere come questo potere possa essere gestito, Corsini propone una tassonomia dell’autorità valutativa: dalla monarchia assoluta dell’autocrazia, dove il voto è “bastone e carota”, alla monarchia costituzionale della trasparenza; dalla democrazia rappresentativa, in cui gli studenti e le studentesse partecipano alla definizione dei tempi e dei contenuti, alla democrazia partecipativa, dove formulano giudizi basati su criteri chiari e condivisi. La scelta del mezzo dipende dal tipo di potere che un insegnante esercita: se insegniamo per asservire, valutiamo per riprodurre; in tal caso, i voti bastano e la valutazione coincide con essi. Se insegniamo per liberare, valutiamo per trasformare e, allora abbiamo bisogno dei riscontri descrittivi propri della valutazione educativa.
È a partire da questa distinzione che il libro apre una domanda più radicale e urgente: se la valutazione non è il fine ma il mezzo, quali condizioni rendono possibile una valutazione che davvero “educa”?
La valutazione che educa: condizioni, processi, possibilità
La valutazione che educa è un processo, non un atto. Un movimento continuo che nasce dalla gestione della distanza tra ciò che si auspica e ciò che si riscontra. Significa formulare un giudizio di valore fondato su evidenze empiriche, riconoscere lo scarto tra obiettivi e realtà e assumere decisioni didattiche mirate a ridurre quella distanza. Non è una procedura tecnica, ma un modo di guardare l’apprendimento: un’interpretazione della realtà che orienta il cambiamento.
Questo processo richiede un atteggiamento scientifico, che Corsini, richiamando Dewey, descrive come la volontà di indagare l’evidenza con libertà dal pregiudizio e dalla routine. Non basta osservare: occorre interrogare ciò che si osserva, metterlo alla prova, trasformarlo in direzione di una crescita possibile.
Ed è qui che si apre la svolta: abbiamo bisogno di una valutazione orientata allo sviluppo, non alla categorizzazione. Passare da una valutazione che classifica a una valutazione che sviluppa significa riorganizzare le attività, orientare il percorso, trasformare la didattica. Significa considerare la valutazione non come un timbro, ma come una strategia: un mezzo di insegnamento e apprendimento, un dispositivo che apre possibilità invece di chiuderle.
In questo senso, Corsini ricorda che «alle discipline viene restituito il ruolo che hanno avuto nello sviluppo dell’umanità: lenti che ci hanno consentito di vivere esperienze più ricche e più significative» (p. 108). Insegniamo perché chi ci ha preceduto «ha formalizzato certi suoi modi di pensare la realtà e agire su di essa» e ha ritenuto opportuno tramandarli. È questo patrimonio di pensiero, di pratiche e di visioni che un docente deve promuovere, mettendo lo studente e la studentessa nelle condizioni di conoscere per poter agire, anche in modo differente: non per ripetere ciò che è stato, ma per trasformarlo, reinterpretarlo, farlo proprio.
Una valutazione che educa prende forma quando gli studenti non sono spettatori passivi, ma interlocutori del processo. Un esempio concreto è l’invito, dopo un riscontro descrittivo e una proposta di voto, a chiedere: «Che cosa ne pensi?». L’obiettivo è rendere studentesse e studenti soggetti consapevoli, favorendo metacognizione e autovalutazione. È un gesto che democratizza il contesto educativo, spostando la gestione del potere dall’autocrazia alla partecipazione.
Nell’appendice, Corsini propone persino uno strumento valutativo online che permette al lettore di valutare le proprie conoscenze e di esprimere un giudizio critico sul testo stesso. La lettura diventa così un’esperienza attiva: non solo fruizione, ma autovalutazione. Il libro mette in pratica ciò che sostiene, trasformando il lettore in parte del processo educativo.
Si fa scuola per uno scopo, se ne parla per un proposito. La valutazione non è un accessorio della didattica: è il luogo in cui la didattica prende posizione. È il punto in cui decidiamo se riprodurre il mondo o provare a trasformarlo. Educare attraverso la valutazione significa assumersi la responsabilità di accompagnare gli studenti verso ciò che possono diventare, non verso ciò che sono già. E questo richiede una condizione imprescindibile: che noi docenti continuiamo a imparare. A rivedere le nostre pratiche, a mettere in discussione i nostri strumenti, a interrogare il nostro modo di guardare gli studenti e le studentesse.
Solo chi continua a imparare può davvero insegnare. Solo chi accetta di trasformarsi può contribuire a trasformare la scuola.
Nunzia Capasso
Salvatore Grandone
Redazione
Maria Teresa Giuliani
Claudia Bartoli
Angela Schisa - DFI Books
Roberto Castaldo - DFI Books