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Didacta Italia Edizione Abruzzo 2026: intervista a Giovanni Biondi

Giovanni Biondi racconta tutte le novità di Didacta Italia Edizione Abruzzo 2026.

Tempo di lettura: 10 minuti

logo redazioneRedazione
Giovanni Biondi

Nuove sfide e nuove soluzioni per un modello formativo in evoluzione: l’intervista a Giovanni Biondi per Didacta Italia Edizione Abruzzo

Giovanni Biondi racconta tutte le novità di Didacta Italia Edizione Abruzzo 2026, soffermandosi sulle nuove sfide per il modello formativo tradizionale e sulla necessità di una nuova formazione per gli insegnanti.

Quali sono le novità e le particolarità dell’edizione regionale di Didacta Abruzzo?

L’edizione dell’Abruzzo è un’edizione regionale, quindi ha una scala molto più ridotta rispetto a quella nazionale. Si svolge all’interno di un polo fieristico che non è particolarmente grande, tanto è vero che sono state costruite apposite tensostrutture aggiuntive perché non c’era sufficiente spazio per accogliere tutti gli espositori che desideravano partecipare.

L’altra cosa importante da sottolineare è che l’edizione abruzzese coinvolge in realtà un territorio molto più ampio: oltre all’Abruzzo, ci sono il Molise, le Marche e la Puglia. In Puglia abbiamo già fatto un’edizione di Didacta qualche anno fa, mentre nelle Marche non l’abbiamo mai fatta, perciò abbiamo coinvolto gli Uffici Scolastici Regionali di tutte e quattro queste regioni. Molte proposte e interventi del programma generale della fiera sono stati pianificati proprio da questi quattro Uffici Scolastici Regionali, oltre al programma scientifico vero e proprio.

Nell’organizzazione c’è stato anche il coinvolgimento dei poli universitari e degli enti di ricerca?

Sì, oltre agli Uffici Scolastici Regionali, c’è una ricca offerta che proviene dalle università del territorio: ce ne sono varie, tra cui Teramo, Chieti-Pescara, L’Aquila e Macerata.

Per quanto riguarda l’assetto strutturale e organizzativo, partecipano come sempre gli enti di ricerca nazionali: il CNR, l’Istat e l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), la cui presenza è particolarmente rilevante dato che risiede proprio in Abruzzo con i suoi laboratori. C’è quindi una partecipazione molto allargata e i soggetti coinvolti sono davvero tanti. Minore è invece la presenza diretta di INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), che concentrandosi sulle edizioni nazionali ha lasciato maggior spazio a queste agenzie formative del territorio, le quali hanno fatto un lavoro eccellente presentando circa novanta eventi distribuiti nei tre giorni.

Sul piano logistico abbiamo scelto di realizzare sale seminariali più ampie per offrire più spazi al pubblico, e sfrutteremo molto la main hall con eventi di primo piano rivolti ai dirigenti scolastici, ma anche al personale amministrativo della scuola, nonché ai sindaci e agli assessori. Con i decision maker degli enti locali affronteremo temi legati al sistema integrato 0-6 anni –  che è proprio di competenza dei Comuni –  all’edilizia scolastica e agli arredi, ma anche a una visione prospettica su dove stia andando la scuola e che cosa succederà nei prossimi anni, specie a fronte del calo demografico che tocca direttamente queste regioni.

In che modo il calo demografico e le caratteristiche del territorio impattano sul modello educativo? È rilevante perché si tratta di una realtà popolata da piccole scuole?

Il calo demografico nei prossimi anni – non tra vent’anni, ma proprio nel breve periodo – toccherà sempre più territori che oggi non se lo immaginano nemmeno. Bisogna ragionare in termini di prospettiva: sappiamo già cosa succederà nei prossimi 5 o 6 anni perché i bambini che andranno in prima elementare sono già nati. Questo coinvolge gli amministratori locali sulla programmazione: è inutile costruire oggi un edificio scolastico completamente nuovo se sappiamo che tra pochi anni avrà difficoltà ad essere frequentato?

Ciò apre prospettive nuove sulla didattica, sull’organizzazione e sul modello formativo. Nella main hall dedicheremo un’intera giornata al tema delle scuole piccole. Io tendo sempre a fare una distinzione precisa: parlo di “scuole piccole” e non di “piccole scuole”, perché c’è una differenza notevole tra le due cose.

Oggi si pone un problema strutturale: l’avvento dell’intelligenza artificiale, la realtà delle scuole piccole e la trasformazione della società mettono in crisi il modello formativo tradizionale, che è fra i grandi temi che trattiamo sempre a Didacta.

Il modello tradizionale già non funziona per le scuole piccole: gli ultimi dati dell’indagine OCSE PISA indicano che i risultati peggiori si registrano proprio nelle scuole con pochissimi alunni. Può sembrare un paradosso per un genitore, che potrebbe pensare che in una classe di soli 10 bambini si impari meglio che in una da 30. Non è così: le classi con 10 bambini incontrano maggiori difficoltà perché l’apprendimento è un processo che avviene in un ambiente sociale e relazionale, altrimenti non ci sarebbe neppure bisogno di andare a scuola.

Oggi le tecnologie e l’intelligenza artificiale permettono di apprendere in modo del tutto diverso, talvolta persino più efficace. Per capire come funziona un meccanismo di riproduzione o una reazione chimica, il digitale offre strumenti visivi e multimediali straordinari, oltre alla possibilità di fruire di lezioni tenute da illustri esperti.

Infatti l’intelligenza artificiale è ormai da anni al centro dei programmi di Didacta. Come sta cambiando la formazione degli insegnanti e come è evoluta la loro consapevolezza?

Un’indagine svolta recentemente da INDIRE su un campione molto ampio di studenti ha evidenziato che oltre il 90% dei ragazzi usa abitualmente l’intelligenza artificiale. “Abitualmente” significa che non solo la conoscono, ma la usano regolarmente per svolgere i compiti e le attività scolastiche.

Questo mette profondamente in crisi il modello tradizionale. Un docente di italiano che vuole valutare i propri studenti attraverso un riassunto o un tema svolto a casa si trova spiazzato, perché ciò che gli viene consegnato spesso non è farina del sacco dell’alunno. Questo stato di cose porta gli insegnanti a dover cercare altre modalità: non si può più “vivere di rendita”. Gli insegnanti sono chiamati a un aggiornamento forte e a una formazione davvero importante, poiché stanno cambiando radicalmente i parametri della valutazione quotidiana, dalla scuola primaria fino alla secondaria di II grado. Molti docenti, tuttavia, non la usano mai e non si rendono ancora conto di cosa sia e di come funzioni.

Di quali competenze e di quale approccio hanno bisogno oggi i docenti per utilizzare l’IA nella didattica?

Tutta la storia del digitale dimostra che si impara facendo: si apprende a usare un programma come Word scrivendo. Ognuno di noi usa le 10 o 20 funzioni che gli servono rispetto a tutte quelle disponibili, ma ha imparato praticando, non ascoltando una lezione teorica. Questo devono fare gli insegnanti: devono iniziare a usare l’intelligenza artificiale per capire come funziona.

Certamente occorrono delle basi minime: bisogna capire come funzionano questi algoritmi e su quali dati lavorano. Sapere, ad esempio, che sono addestrati per fornire comunque una risposta e che quindi a volte sbagliano o inventano le informazioni. Dopo aver acquisito queste basi, i docenti devono usarla in prima persona, altrimenti rimangono del tutto inermi di fronte al cambiamento.

L’IA è un’arma a doppio taglio, ma può trasformarsi in un potente alleato per abbandonare certe routine meccaniche della scuola – come l’assegnazione e la correzione di esercizi ripetitivi – che rubano tantissimo tempo alla didattica. Applicazioni intelligenti di IA possono risolvere questi aspetti e liberare tempo prezioso per gli insegnanti.

Il ruolo fondamentale della scuola sarà sempre di più quello di insegnare a ragionare, sviluppare il senso critico e abituare i ragazzi a moltiplicare i punti di vista e le cause. A Didacta cerchiamo di accompagnare questo passaggio evitandone la banalizzazione: nel programma scientifico non inseriamo delle “ricette” pronte all’uso, ma guidiamo i docenti verso una profonda riorganizzazione del loro tempo e del loro metodo di lavoro. L’IA è certamente un aiuto, ma è anche un elemento di rottura che demolisce il modello scolastico tradizionale.

Non a caso, quando l’IA generativa è apparsa per la prima volta, diverse università americane tentarono di vietarla, proprio perché non si riusciva più a distinguere se una tesi fosse stata scritta dallo studente o dalla macchina. Oggi è evidente che questi fenomeni non si possono bloccare con i divieti.

A proposito di regolamentazione e divieti, che differenza c’è tra l’uso dei social network e quello dell’intelligenza artificiale per i ragazzi?

Spesso si fa una grande confusione mischiando cose diverse: la rete, i motori di ricerca, i social network e l’intelligenza artificiale non sono la stessa cosa; Google non è Facebook e non è l’IA.

I social network – che a mio avviso è corretto vietare entro una certa fascia d’età – non hanno obiettivi didattici o formativi: sono paragonabili alla piazza in cui ci si incontrava tra amici per socializzare, ed è importante tornare a frequentare le piazze reali, almeno fino a una certa età. L’intelligenza artificiale, al contrario, non si può vietare semplicemente perché permea già la realtà ed è integrata nei motori di ricerca stessi. Tentare di proibirla sarebbe come costruire una nuova Linea Maginot: i tedeschi passarono dal Belgio e si ritrovarono alle spalle delle fortificazioni.

L’IA si affronta con la comprensione e cogliendo ciò che di buono può offrire per trasformare il modello educativo tradizionale. Ad esempio, per fare filosofia non serve chiedere a uno studente di ripetere nozionisticamente cosa ha scritto Kant, ma occorre far fare filosofia attiva, utilizzare il debate e portare i ragazzi a sviluppare un pensiero critico autonoma. Lo stesso vale per la matematica o la fisica: fare fisica non significa soltanto “raccontare la fisica”. Il limite della scuola attuale è che tende a trattare tutte le materie allo stesso modo, raccontandole invece di farle vivere.

È un processo molto lento rispetto a quanto va veloce questo cambiamento. Secondo lei quali sono i rischi?

Esatto, è proprio questo il problema. Forse per la prima volta nella storia dell’umanità non siamo al passo e non riusciamo a seguire gli sviluppi più avanzati. Lo si vede dal fatto che persino gli stessi guru dell’intelligenza artificiale lanciano l’allarme: significa che le cose vanno più veloci di quello che loro stessi avevano programmato.

Rischia di essere una cosa pericolosa proprio perché ci scappa di mano, essendo veramente velocissima in termini di progressione e di modifiche. Poi, naturalmente, ci sono altri temi strettamente legati a questo, come quello del lavoro e delle professioni, che riguardano direttamente anche la scuola, dato che noi continuiamo a formare per determinate professioni.

I cambiamenti nel mondo del lavoro e delle professioni richiedono quindi una formazione e un orientamento scolastico completamente rinnovati?

I cambiamenti della scuola non si realizzano per decreto o per legge, ma nascono dall’interno e dal basso. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha emanato delle linee guida sull’intelligenza artificiale che sono molto complesse e attente agli aspetti della sicurezza, della tutela dei dati e delle anagrafi digitali. Questa è la cornice istituzionale, ma oltre alla cornice bisogna fare il quadro. Didacta lavora precisamente su questo.

Il punto centrale riguarda l’orientamento e le professioni del futuro. Figure tradizionali come il ragioniere o il geometra – verso cui un tempo si indirizzavano moltissimi studenti – oggi sono profondamente trasformate dalle tecnologie, dall’uso dei droni per il rilevamento del territorio e dall’IA. Sarebbe come se un architetto continuasse a lavorare esclusivamente con il tecnigrafo: si ritroverebbe del tutto fuori dal mercato.

L’unico modo per tenere il passo è l’aggiornamento continuo. Ci vorrebbe una Didacta al mese, anche se chiaramente non è possibile. Nei 90 eventi del nostro programma riusciamo comunque ad abbracciare tantissime dimensioni della scuola: dalla musica alla topografia per i geometri, dagli istituti alberghieri per chef fino alle scuole nautiche per chi lavora sulle navi. Tutte queste dimensioni sono oggi soggette a un profondo cambiamento.

Allora non ci resta che invitare gli insegnanti a venire a curiosare fra tutte queste sfaccettature…

Sì, dobbiamo sfruttare al massimo tutte le occasioni possibili. Io considero il programma scientifico di Didacta come una vera e propria “galleria di idee”, non un manuale di istruzioni. Non esistono modelli didattici universali o ricette pronte: ci sono spunti che ogni insegnante intelligente deve interpretare e trasformare nella propria classe, con i propri alunni e nel proprio contesto. Ho visto metodologie come il Debate o la Flipped classroom interpretate e applicate in decine di modi differenti e tutti validi. Il nostro obiettivo è continuare a offrire ai docenti queste occasioni di stimolo e di confronto.

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Fonte: cartella stampa Didacta Italia

30 Settembre 2026

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