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Area Secondaria II grado

Storytelling climatico a scuola: raccontare la crisi

Alessandro Bernardini di A Sud ci parla di come raccontare la crisi climatica a scuola leggendola come intreccio di territori, pratiche e responsabilità.

Tempo di lettura: 8 minuti

Alessandro BernardiniAlessandro Bernardini
Storytelling climatico a scuola: raccontare la crisi

Come si racconta la crisi climatica a scuola? Come si fa a parlare di cambiamenti climatici, dell’insieme delle trasformazioni del clima nel tempo, dell’aumento delle temperature, del proliferare degli eventi estremi, dell’innalzamento dei mari, senza generare il panico tra studentesse e studenti, insegnanti e comunità educante?

Quello che, come A Sud, abbiamo imparato in questi ultimi anni di lavoro nelle scuole, attraverso laboratori di educazione ecologista, con un approccio aperto, partecipativo, e con metodologie circolari che mettono al centro la dimensione cooperativa dell’apprendimento, è che c’è bisogno di tempo. Il tempo di capire in quale perimetro ci si trova. Cosa c’è dentro quella classe, dentro quella scuola, in quella comunità educante. Usare un approccio esplorativo che consenta di non calare dall’alto un modello educativo/narrativo che non riconosce il contesto in cui ci si trova a operare.

Dopo aver fatto questo si può iniziare. Forse.

Lo storytelling come strumento educativo

Raccontare la crisi climatica attraverso lo storytelling, soprattutto a scuola, non significa semplicemente “spiegare meglio” i cambiamenti climatici. Significa aiutare studenti e studentesse a leggere la crisi climatica per quello che è: una crisi ecologica, sociale e democratica prodotta da estrazione, utilizzo di combustibili fossili, consumo di suolo, disuguaglianze e sfruttamento dei territori.

Lo storytelling può diventare uno strumento educativo potente perché permette di uscire da una narrazione astratta e apparentemente neutra della crisi climatica. Lo storytelling e lo storytelling digitale sono due strumenti che hanno una funzione centrale nei contesti di educazione formale: mettono in relazione cause (l’attività antropica) ed effetti (crisi climatica) all’interno di una mappa concettuale che è potenzialmente infinita. Non si tratta solo di raccontare che “fa più caldo” o che “gli eventi estremi aumentano”, ma di chiedersi: chi paga il prezzo più alto? Chi ha prodotto questa crisi? Chi decide come si adattano le città? Chi viene ascoltato e chi resta fuori?

In questo senso, lo storytelling climatico a scuola può partire dai territori e dai corpi. Un’aula troppo calda, un cortile senza alberi, un quartiere cementificato, una casa senza isolamento, una persona anziana sola durante un’ondata di calore, un lavoratore esposto al sole, una famiglia che non può permettersi strumenti di protezione: tutte queste non sono storie individuali, ma frammenti di una crisi collettiva.

Il punto centrale è mostrare che la crisi climatica non colpisce tutti e tutte allo stesso modo. Le sue conseguenze si distribuiscono lungo linee di classe, genere, età, provenienza, abilità, condizioni abitative e accesso ai servizi. Per questo raccontarla significa anche raccontare le disuguaglianze che la rendono più violenta.

Approccio e metodo

Lo storytelling digitale può aiutare molto, se non viene ridotto a un esercizio tecnico o estetico. Un podcast, una mappa digitale, un video, una mostra fotografica, un diario multimediale o un’inchiesta di classe possono diventare strumenti per ricostruire il rapporto tra crisi climatica e vita quotidiana. La domanda non è solo “come comunichiamo il clima?”, ma come rendiamo visibili le ingiustizie climatiche che attraversano il nostro territorio?

A scuola, per esempio, una classe può mappare le zone più calde del quartiere, raccogliere testimonianze di chi vive male le ondate di calore, confrontare dati ambientali e condizioni sociali, fotografare l’assenza di ombra, di acqua, di verde, di spazi pubblici sicuri. Da qui può nascere un racconto digitale che non si limita a descrivere il problema, ma lo collega a scelte precise: urbanistica, mobilità, edilizia scolastica, accesso alla salute, pianificazione dell’adattamento, cura degli spazi comuni.

Questo approccio permette di evitare una narrazione troppo individualizzante, quella per cui la crisi climatica si risolve con piccoli gesti personali. Spegnere la luce o usare meno plastica può avere un valore educativo, ma non basta. Il nodo sta nello spostare il piano dalla dimensione individuale a quella collettiva del problema. La scuola può aiutare a capire che servono trasformazioni collettive: uscita dai fossili, riduzione delle disuguaglianze, città più giuste, diritto alla salute, tutela dei territori, partecipazione reale alle decisioni pubbliche.

Lo storytelling, quindi, non serve solo a “sensibilizzare”. Serve a costruire coscienza critica. Serve a far capire che la crisi climatica non è un destino naturale, ma il risultato di scelte storiche, economiche e politiche. E proprio per questo può essere contrastata attraverso altre scelte: pubbliche, collettive, democratiche.

storytelling climatico
Immagine fornita dall’autore

Che cosa (provare a) fare

La crisi climatica viene spesso raccontata con immagini lontane: orsi polari, ghiacciai, foreste in fiamme, terreni desertici. Immagini forti, certo, ma che rischiano di far percepire il problema come distante. Scenari scollati dalle realtà in cui operiamo: le scuole italiane di primo e secondo grado. Quando invece ci si avvicina, si colloca una storia a ridosso della classe allora si innesca la relazione. Non, quindi, il “clima” in astratto, ma il cortile della scuola, la strada per tornare a casa, il parco che non c’è, l’aula troppo calda, la famiglia che vive in una casa poco isolata, il lavoratore esposto al sole, la persona anziana sola. Domande semplici possono aprire scenari comunicativi interessanti: che cosa succede nel vostro quartiere quando fa troppo caldo? Chi sta peggio durante un’ondata di calore? Com’è cambiato il paesaggio attorno alla tua scuola? Cosa vedi dalla finestra della tua stanza?

Oltre alla vicinanza al contesto in cui si opera, ci siamo resi conto in questi anni che lo storytelling climatico (analogico e digitale) funziona molto di più se non resta un’attività “extra”, ma è trasversale le discipline. In Scienze, si può lavorare su clima, effetto serra, ecosistemi, salute. In Geografia, su mappe, territori, disuguaglianze spaziali, migrazioni climatiche. In Italiano, su scrittura, racconto, intervista, argomentazione. In Educazione civica, su diritti, politiche pubbliche, partecipazione, giustizia climatica. In Arte e Tecnologia, su linguaggi visuali, video, mappe digitali, comunicazione. In Storia, su industrializzazione, colonialismo, estrattivismo, modelli di sviluppo.  E potremmo andare avanti con altri esempi. Lo afferma anche l’UNESCO, che insiste proprio su un approccio che porti l’educazione climatica oltre la sola aula di scienze e dentro l’intero sistema educativo, compresi curricoli, governance scolastica, spazi, relazioni con la comunità.

Il terzo anello di questa catena del“che cosa (provare a) fare” è la realizzazione di strumenti utili a trattare in classe i temi del cambiamento e della crisi climatica. Per questo A Sud ha realizzato, all’interno del progetto “Sentinelle Climatiche. In movimento per la difesa del clima” alcuni toolkit didattici basati sugli approcci della scienza aperta e partecipata e sull’apprendimento esperienziale. Parliamo di  “Le storie del clima. Guida per docenti e vademecum per la realizzazione delle interviste” e di “Materiali per lo storytelling sul clima”. Questi toolkit propongono materiali, esercizi e consigli su come utilizzare gli strumenti delle materie umanistiche e della comunicazione (analogica e digitale) per avvicinare studenti e studentesse alla comprensione del cambiamento climatico e più in generale della crisi sociale ed ecologica contemporanea.

… e che cosa (provare) a non fare

Un errore in cui spesso si cade è invece quello di generare un catastrofismo paralizzante raccontando i disastri climatici. In questo modo si genera ansia, paura e senso di impotenza, o addirittura rimozione che poi porta alla negazione (e al negazionismo). Oppure responsabilizzare le persone attraverso un moralismo individuale: “spegni la luce, fai la raccolta differenziata, usa meno plastica”. Questo approccio, sebbene non sbagliato in sé, spesso funziona poco e genera una presa di distanza. Un altro passo falso è la neutralizzazione del conflitto: la crisi climatica non colpisce tutti e tutte allo stesso modo e non è prodotta dall’“umanità” in generale. È legata a responsabilità storiche specifiche.

Per evitare di cadere in queste trappole ci si può aiutare partendo da una struttura narrativa semplice ma fortemente politica:

  • un luogo: scuola, quartiere, fiume, piazza, città;
  • un contesto osservabile: più caldo, meno pioggia, eventi estremi, perdita di verde, consumo di suolo, allagamenti;
  • soggetti coinvolti: studenti, famiglie, anziani, lavoratori, persone con disabilità, abitanti di quartieri più cementificati;
  • un conflitto: non solo “natura contro esseri umani”, ma scelte politiche, urbanistiche ed economiche, come cementificazione, traffico, disuguaglianze, dipendenza dai fossili, mancanza di servizi;
  • dati: temperature, mappe, foto storiche, qualità dell’aria, presenza di alberi, superfici impermeabili, accesso a spazi pubblici;
  • una possibile trasformazione: rifugi climatici, verde scolastico, mobilità sostenibile, ombra, acqua pubblica, patti di collaborazione, cura collettiva degli spazi.

In fondo si tratta di raccontare una storia, una storia che non può però finire con “ognuno faccia la sua parte” ma che mostri che la crisi climatica è una questione politica che richiede anche decisioni pubbliche, giustizia sociale e cambiamento dei modelli produttivi e urbani.

Bibliografia

  • AA.VV – A Sud, Le parole giuste. Glossario ecologista, Fandango Libri, 2024.
  • Climate Change 2023. Synthesis Report. Contribution of Working Groups I, II and III to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC, Geneva, Switzerland, pp. 35-115.
  • World Meteorological Organization (WMO), State of the Global Climate 2025, WMO, 2026.

15 Giugno 2026

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