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La mafia trent'anni dopo: da Capaci al processo Aemilia

Nell'incontro organizzato dalla Cineteca di Bologna con Libera e Fondazione Euducation Francesco Caruso, presidente del Tribunale di Bologna durante il processo Aemilia, ha spiegato agli studenti come è cambiata la mafia a trent'anni dalle stragi di Capaci e via d'Amelio.

Secondaria  Esperienze di insegnamento 
09 giugno di: Redazione

Martedì 24 maggio nell’ambito del programma di incontri, laboratori e proiezioni “La loro storia, la nostra storia. A trent’anni da Capaci e via d’Amelio”, organizzato dal Dipartimento Educativo della Cineteca di Bologna “Schermi e Lavagne” in collaborazione con Libera Bologna e Fondazione Euducation , si è tenuto presso il Cinema Lumière l’incontro “Dal Maxiprocesso al processo Aemilia”: Francesco Caruso, già Presidente del Tribunale di Bologna, ha raccontato ai ragazzi delle scuole secondarie di II grado come agisce la mafia e quanto è cambiata negli ultimi trent’anni.

Giovanni Falcone nella lotta alla mafia introdusse delle novità cruciali. Innanzitutto, già dai primi anni Ottanta, quando diventò giudice istruttore a Palermo, comprese che era necessario agire in pool: mettere insieme tutti i magistrati che si occupavano di Cosa Nostra e rispecchiare nell’organizzazione investigativa l’efficienza della struttura mafiosa. Non si può infatti fare una indagine su un singolo senza capire i legami tra le famiglie, perché agiscono sempre insieme: per esempio, se una famiglia vuole uccidere qualcuno non lo fa personalmente, ma manda una famiglia affiliata e si costruisce così un alibi.

Inoltre Falcone ha creduto moltissimo nell’azione della Direzione investigativa antimafia e della Procura nazionale antimafia e nell’importanza di professionalità specializzate: oggi si riconosce che il suo approccio è stato fondamentale nella lotta contro la mafia. Un’altra sua grande intuizione è stata comprendere che la mafia non è una organizzazione semplice e che non compie delitti fini a se stessi, ma solo se considerati strettamente necessari. Alla mafia interessa fare profitto con gli affari, allargarsi, conquistare società, mettere i suoi uomini dentro apparati produttivi, inserendosi con strumenti leciti e illeciti: ne è un esempio il mondo degli appalti e subappalti.

Falcone ha messo quello che aveva compreso sulla mafia nero su bianco e lo ha proposto come metodo investigativo condiviso, sottolineando anche l’importanza di favorire i pentimenti, comprendendo la cruciale importanza dei collaboratori di giustizia. A tal proposito ha introdotto l’ergastolo ostativo: il condannato, se non collabora, non può godere di alcuno sconto di pena e deve scontare un ergastolo “senza fine”, passando tutta la vita in carcere.Questo perché, secondo Falcone, la fonte di informazione più efficace sulla mafia sono gli stessi mafiosi che, una volta pentiti, possono aiutare la giustizia a ricostruire le relazioni e le reti dei soggetti coinvolti.



Come è cambiata la lotta alla mafia negli ultimi 30 anni? Le forze dell’ordine e la magistratura si pongono ancora oggi il problema di come combattere le mafie. Alla repressione, i processi e le condanne (con decine e centinaia di imputati condannati negli anni, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dal Piemonte alla Liguria) si è infatti associata la nascita di nuove organizzazioni mafiose, non è solo al sud. In Lombardia per esempio la mafia è diffusa quasi come in Calabria, con un tasso di infiltrazione della ‘Ndrangheta anche maggiore. In Italia sono anche presenti la mafia albanese, nigeriana, russa.

Se oggi non ci sono più i morti ammazzati per strada, non ci sono più i sequestri di persona degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, c’è però una mafia imprenditoriale, che non ha bisogno di uccidere ma che estorce e intimida. Il traffico di droga, armi ed esseri umani ha permesso di accumulare immensi capitali, che poi sono stati reinvestiti nel modo più silenzioso possibile. Con questo sistema la mafia entra nell’economia, per esempio prestando i soldi alle imprese in difficoltà e dando soldi a usura. Molti imprenditori, anche al nord, capiscono inoltre che i mafiosi sono soci potenti, con capitale fresco e contatti, e la tentazione è altissima. Per questo per l’antimafia è importantissimo capire la provenienza del denaro e seguire i flussi finanziari è una strategia fondamentale.

La mafia ha capito che mettersi contro lo Stato – come all’epoca delle stragi – è stato un grave errore, e che è più strategico invece affiliarsi ad esso senza fare clamore, indebolendolo dall’interno e cercando di stimolare il Parlamento a introdurre norme sempre meno severe verso la mafia.

La presenza della mafia in Italia è inoltre uno dei motivi per cui il nostro paese non è competitivo in Europa, perché è un chiaro segnale della mancanza di fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. Dove non c’è fiducia verso il sistema, dove manca il senso di appartenenza e di giustizia, allora là ci sono infiltrazioni mafiose. Dobbiamo invece cercare di assumere modelli virtuosi in cui la cittadinanza si fidi dello Stato e ne accetti i principi di moralità, mettendo così in pratica la Costituzione. Come ha scritto Don Ciottiin un recente articolo c’è una tendenza in corso per normalizzare il discorso sulla mafia, che è invece un fenomeno più vivo che mai e diffuso in tutto lo Stato.

Il processo Aemilia, nel 2015, è stato un processo a una mafia imprenditrice di alto livello, collocata in Emilia-Romagna e specificatamente nelle zone di Modena, Reggio Emilia e Parma che ha fatto affari fruendo di forza lavoro in arrivo dalla Calabria, dalle zone di Crotone e di Capo Rizzuto. Una terza generazione di mafiosi, detta “quella dei laureati”, che ha organizzato un sistema di imprese che asserviva la massa di operai e si arricchiva lavorando in maniera spregiudicata nel campo del riciclaggio e delle frodi fiscali, con false fatture e trasferendo all’estero i soldi, trovando tutti i metodi per acquisire risorse finanziarie.

A un certo punto l’organizzazione è divenuta tanto forte da controllare professionisti e consiglieri comunali: una mafia “di imprenditori, non di pistoleri”, che ha creato ristoranti, luoghi di svago e club ippici, dove tesseva un’amplissima rete di corruzione. Un potere economico criminale che riusciva a dettare legge, e che versava annualmente la propria quota al capo cosca al sud. Una mafia più difficile da vedere e su cui è più difficile lavorare, rispetto alla mafia violenta che combattevano Falcone e Borsellino.