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Area Secondaria I grado

Musica e inclusione: una sinfonia possibile a Eufonica 2026 

A Eufonica, professionisti e docenti hanno parlato di musica come strumento di inclusione e partecipazione attiva di studenti e studentesse.

Tempo di lettura: 7 minuti

logo redazioneRedazione
Musica e inclusione: una sinfonia possibile a Eufonica 2026

Eufonica, il Salone della musica e delle sue professioni che si tiene ogni anno a Bologna, è giunto alla sua quarta edizione. Tra i numerosi temi trattati durante la fiera, nel pomeriggio del 15 maggio si è tenuto l’incontro intitolato “Sinfonie di Inclusione: diritto alla musica e percorsi co-evolutivi per nuove professionalità inclusive”, dedicato alla musica come strumento di inclusione e partecipazione nelle scuole. 

La pratica musicale costituisce un contesto estremamente positivo per l’interazione tra pari, ma anche per l’interazione tra docenti e studenti, poiché coinvolge sia la dimensione cognitiva, che quella espressiva relazionale. A partire da questo assunto, in una tavola rotonda, docenti e professionisti si sono confrontati su temi fondamentali, come il diritto alla musica, il vero significato di inclusione in ambito musicale e l’importanza della formazione dei docenti, lasciando spazio a esperienze pratiche e storie di vita. Fondamentali, nel dibattito, sono stati la presenza di SIEM Bologna e di Can Do Musos, associazioni attive su questi temi che hanno portato sul tavolo riflessioni e informazione chiave. 

Il diritto alla musica 

L’educazione musicale, è stato sottolineato, va oltre la dimensione terapeutica delle persone con disabilità: si tratta di un vero e proprio diritto umano. Su questa base, è necessario individuare un nuovo modello educativo basato sulla differenza, e non sul deficit. Hanno parlato di questo tema Andrea Marchese (autore di Drum different e ideatore di una nuova tecnica per suonare la batteria, destinata a persone con disabilità motoria agli arti inferiori), insieme all’insegnante di batteria Elisa Pilotti e alla sua alunna Emanuela Mecugni. Che cosa significa vivere la musica con una disabilità? Gli interventi hanno evidenziato che, da parte degli insegnanti, ciò che conta davvero è la prontezza nel reinventare il setup degli strumenti e nel porre obiettivi stimolanti. La musica è un diritto, ed è sempre possibile mettere in pratica modelli alternativi e inediti. 

Un ambiente davvero inclusivo 

Come sottolineato da Irene Mercone, docente di Scuola secondaria di I grado all’I.C. di Granarolo dell’Emilia, la multidimensionalità dell’apprendimento individuata negli ultimi anni, che vede il sapere passare attraverso corpo, mente e ambiente (embodied cognition), ci spinge a riflettere sull’importanza di rivedere l’inclusività dei nostri spazi, per rendere l’apprendimento davvero significativo per tutti e tutte. 

Patrizia Sandri, docente dell’Università di Bologna nel Dipartimento di Scienze dell’educazione “Giovanni Maria Bertin”, è intervenuta attraverso una relazione dedicata all’inclusività degli ambienti. Affinché un ambiente sia davvero inclusivo, non è sufficiente intervenire con degli adattamenti: è indispensabile costruire un contesto educativo che si trasforma con le differenze. L’ambiente educativo, infatti, è caratterizzato da una trasformazione continua, che vede protagonisti sia il contesto che il soggetto, i quali si modificano a vicenda in una rete di relazioni. È fondamentale, in questo senso, distinguere tra l’accessibilità (l’assenza di barriere che permette semplicemente di partecipare) e l’inclusione: quest’ultima va intesa come partecipazione significativa, che incide sull’esperienza comune.  

L’inclusione è, quindi, un processo relazionale: in questo senso la musica ha una forza pedagogica enorme, in quanto esperienza corporea, percettiva e relazionale. Fare musica significa pensare con il corpo: per questo gli approcci di pedagogia attiva sono un terreno generativo per ripensare l’inclusione. Facendo musica, ogni alunno e alunna può incidere sul processo complessivo, come soggetto competente e dotato di agency. In questo contesto, il ruolo del docente è fondamentale, come mediatore educativo e costruttore di comunità, che non fornisce solo i materiali, ma è anche capace di ascoltare e capire il contesto relazionale della classe, valorizzando il contributo di ogni alunno. Per questo, ha concluso la professoressa Sandri, un ambiente davvero inclusivo deve essere capace di modificarsi continuamente. 

La professoressa Sandra Fortuna, del Conservatorio Statale di Musica di Roma Santa Cecilia ed esperta in Pedagogia della musica, ha spiegato come l’approccio degli istituti AFAM in relazione alla pedagogia speciale si sia modificato più lentamente che nelle istituzioni scolastiche, ma come oggi il tema dei Bisogni Educativi Speciali sia sempre più dirimente anche in questi contesti. Il suo intervento ha sottolineato l’importanza di una progettazione universale basata sull’UDL (Universal Design for Learning), capace di sfruttare nuove vie di accesso alla musica per acquisire paradigmi validi per tutti gli studenti e le studentesse. L’embodied cognition, ad esempio, non è solo un approccio per studenti e studentesse con disabilità, ma una chiave d’accesso alla musica preziosa per chiunque.

Le competenze del docente inclusivo 

Ma quali qualità deve avere, concretamente, un docente attento all’inclusione? 

La risposta a questa domanda parte dalla ridefinizione del concetto di autonomia. Spesso l’assenza, parziale o totale, di autonomia di studenti e studentesse con BES viene percepita come un ostacolo all’apprendimento. In realtà, come hanno sottolineato gli educatori del Progetto Calamaio, il tema dell’autonomia riguarda tutti gli individui di una società: nessuno è davvero autonomo, poiché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che faccia qualcosa per noi, dagli autisti dell’autobus ai lavoratori che producono il cibo che mangiamo. In quest’ottica, le persone con disabilità sono semplicemente persone con un’autonomia minore, da accompagnare di più o di meno in base alla gravità dei casi.

Pensandosi come parti di una società interconnessa, emerge chiaramente il ruolo di mediatore del docente, capace di affrontare le difficoltà come sfide da affrontare e superare, anziché come problemi. Come ha sottolineato Massimo Russo, collaboratore ufficiale di Dom Famularo, la qualità di un insegnamento inclusivo sta nel non porre limiti agli allievi, ma affrontare insieme le possibilità in campo, per permettergli di sviluppare la fantasia e immaginare nuove chiavi di lettura della realtà. E, soprattutto, essere pronti ad ascoltare, per ricevere insegnamenti da chi la disabilità la vive in prima persona. Solo così, infatti, consideriamo i nostri studenti e studentesse con disabilità come veri protagonisti del proprio apprendimento. 

Un esempio pratico 

L’insegnante Irene Mercone ha illustrato ai presenti un progetto basato sul metodo Orff-Schulwerk, un approccio pedagogico che insegna la musica attraverso l’esperienza pratica e il corpo, applicato nella sua scuola, l’I.C. di Granarolo dell’Emilia. L’idea è sfruttare la musica nella sua forma più elementare e accessibile, considerando la musica d’insieme come strumento educativo e di inclusione. Questa esperienza ha mostrato un ambiente in cui tutti, attraverso l’improvvisazione, hanno trovato il proprio spazio in un vero e proprio dialogo sonoro. Si tratta di un’attività sempre efficace, ma che si è rivelata particolarmente preziosa nel passaggio tra la Scuola primaria e la secondaria, un momento di transizione emotiva delicato che, grazie alla musica, è stato più semplice da affrontare anche per gli alunni e le alunne con spettro autistico

Conclusioni 

La musica coinvolge tante dimensioni, da quella pratica a quella emotiva e sociale. Michela Bosio, vocal coach e psicomotricista della Scuola Musical Beauty che opera con ragazzi e ragazze con disabilità, ha concluso la tavola rotonda con un intervento dedicato al vero potere della musica: sentirsi accolti, prima ancora che capiti. Un ritmo condiviso, infatti, è capace di creare un clima in cui tutti riescono a comunicare, poiché si sentono davvero necessari, parte di qualcosa di più grande. L’inclusione, ha detto Bosio, è «costruire luoghi in cui nessuno deve chiedere il permesso per esistere», e la musica è in questo uno strumento potentissimo, proprio perché permette di «unire senza uniformare»

Trovate qui il contributo di Marco Morandi, primo tecnologo di INDIRE, sulla musica come strumento di inclusione. 

21 Maggio 2026

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