Dal 5 al 7 giugno, a Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo (MI) si è tenuta la quinta edizione di Edufest, il Festival dell’educazione, che ha messo al centro i confini: quelli vecchi, da scardinare e lasciarci alle spalle, e quelli nuovi, necessari alle nuove generazioni e per costruire una comunità educativa solida. Nella mattinata del 6 giugno, numerosi professionisti del settore si sono interrogati sulla scuola come luogo in cui mondi diversi si incontrano e si sfidano ogni giorno: una vera e propria frontiera in cui saperi e identità si intrecciano a si ridefiniscono continuamente. Erica Poli, medica e psicoterapeuta, ha partecipato alla mattinata e ha condiviso con noi un contributo sui confini intesi come spazio di relazione.
I confini ci rendono umani
La pelle, dal momento in cui veniamo alla luce, è il nostro primo linguaggio. Prima delle parole, conosciamo il mondo attraverso il contatto. Il nostro Io-pelle, per dirla con Didier Anzieu, è identità che nasce da una superficie viva capace insieme di proteggere e mettere in relazione. La pelle non è un muro: è una soglia sensibile, un organo di traduzione tra interno ed esterno. Così è anche per la membrana delle nostre cellule. Siamo umani, in fondo, nella misura in cui abitiamo un confine che è limite, separazione, varco, desiderio. E la dinamica tra confine e soglia sottende anche i fenomeni del collettivo.
Appare allora sempre più necessario interrogarsi sulla tessitura di questa pelle intergenerazionale: oggi più che mai, la scuola può essere il luogo privilegiato di questa riflessione.
Comprendere il divario generazionale
Adulti e ragazzi sembrano appartenere a differenti ecosistemi cognitivi ed emotivi. Le neuroscienze mostrano come il cervello sia profondamente plastico: gli ambienti che abitiamo modellano circuiti attentivi, modalità percettive, regolazione emotiva. Una infanzia e adolescenza immerse nella simultaneità digitale, nella stimolazione continua e nell’iperconnessione, sviluppano inevitabilmente forme differenti di attenzione, memoria e relazione rispetto alle generazioni cresciute nella continuità della lettura, dell’attesa e del silenzio, senza contare poi l’impronta che guerre, pandemie, ostilità sociale e impoverimento valoriale lasciano nel loro universo emotivo, diversamente dalle generazioni precedenti.
Un contatto è ancora possibile?
La questione educativa, allora, costringe ad interrogarsi su quali forme di contatto siano oggi ancora possibili.
Perché un cervello non viene raggiunto soltanto dai contenuti, ma dalla qualità relazionale dell’esperienza. Le neuroscienze relazionali mostrano che l’apprendimento profondo avviene quando il sistema nervoso percepisce sicurezza, riconoscimento, risonanza emotiva. Prima ancora della comprensione cognitiva, esiste una sintonizzazione corporea e affettiva.
Forse è qui che la metafora della pelle torna decisiva. Toccare pedagogicamente una generazione non significa invaderla né imitare superficialmente i suoi linguaggi. Significa creare membrane di contatto: variazioni ritmiche della voce capaci di riattivare attenzione, spazi di silenzio che interrompano la saturazione percettiva, narrazioni dense che restituiscano profondità temporale, esperienze corporee e simboliche in grado di trasformare l’informazione in esperienza vissuta.
Un incontro trasformativo
Ogni pelle viva conosce il delicato equilibrio tra permeabilità e confine. Se il contatto invade, produce rigetto; se manca, produce anestesia. Così anche l’educazione. In un tempo saturo di connessioni, ma impoverito di autentica relazione, forse la vera emergenza educativa del nostro tempo non è la perdita delle informazioni, ma la perdita della sensibilità al contatto.
La scuola può diventare uno dei pochi spazi capaci di riattivare esperienze di presenza profonda, in cui differenti soggetti imparano non soltanto a convivere, ma a risuonare.
Non si tratta solo di trasmettere il sapere, ma di rendere possibile un contatto sufficientemente vivo da trasformare entrambi. Ogni incontro autentico lascia infatti una traccia sulla pelle del cervello e sulla memoria emotiva del corpo: non apprendiamo davvero ciò che semplicemente comprendiamo, ma ciò che ci tocca.
Educare significa allora costruire condizioni di risonanza tra sistemi nervosi differenti, affinché il confine tra generazioni non diventi frattura, ma membrana viva di trasformazione.
Se vuoi leggere di più su Edufest, trovi qui il nostro articolo di presentazione della quinta edizione.
Redazione
Cristiana Anna Addesso
Piergiovanni Alisena
Maria Grazia Paglialunga
Angela Schisa - DFI Books
Roberto Castaldo - DFI Books